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Il cambio è la costante

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Ci sono quelle famiglie che quando si formano hanno già pianificato tutto: data del matrimonio, prima ovulazione utile, più o meno l’età dei figli in successione e sicuramente tutti i mobili da inserire in lista nozze. Ci sono poi quelle famiglie come la nostra le cui vicissitudini si riassumono in questa frase di Albert Einstein: “Vivere è come pedalare in bicicletta: per mantenerti in equilibrio, devi muoverti costantemente.”
Ho sempre pensato che la stasi e l’accumulo di energie negative sono condizionate spesso dal posto in cui viviamo (oltre che dalle persone), quindi non potendo cambiare città a piacimento per via delle scelte della vita, da quando è nata Argentina ho cercato, insieme a Simone, di cambiare il micromondo in cui viviamo: cambiare i mobili, rifare interamente alcune stanze, buttare giù dei muri, rialzarli un anno dopo, persino cambiare ufficio, o mezzo di trasporto per andare a lavoro.
A un certo punto abbiamo cambiato così tanto tutto che ci rimaneva solo una cosa da fare: cambiare casa (il lavoro meglio tenerselo di ‘sti tempi..).
-Comprare una casa? Sei impazzito.
-No, parlo di affitto.
-Affittttooooohhh? Torniamo studenti? E poi, ce lo possiamo permettere?

Nel 2013 dicevo di no, ma il destino ha molta più fantasia di noi, e per dimostrarmi che avevo torto ci ha fatto duplicare le entrate sì da non avere scuse. E allora inizia con la ricerca, gli appuntamenti, le immobiliari che ti chiamano all’ora di cena e ti tengono due ore per nulla (un momento…avevamo chiesto attico con terrazzo non piano terra con giardino!). Poi, un giorno di Novembre in cui dici “ok, dai, ci pensiamo l’estate prossima e prenotiamo il Natale in Sardegna”.. ti arriva la telefonata di un conoscente che “al piano di sotto si libera un appartamento con terrazzo dal 27 dicembre, non volevate quello?”
Guardi la casa, te ne innamori, pensi che l’affitto più alto giustifica le mancate spese delle agenzie che puoi finalmente silurare con un “cancellatemi dal database, grazie”, e ti ritrovi già nuovo. La scelta del nido? Anche quella dettata dall’Universo, o dalla legge di Murphy a cui ho smesso di credere. Dopo aver visto 6 diverse scuole dalla retta mensile di oltre 700 euro per una giornata completa (aka uscita alle 16,30), mi si rompe lo schermo dell’iphone proprio davanti a un cancello. Alzo lo sguardo e “Nido xy, promozione ultimo posto retta scontata del 50%” (sì, il vaff** etc l’ho tirato lo stesso, ma dopo aver letto il cartello sono entrata al nido e in meno di 15 minuti Argentina era iscritta alla cifra di mezzo rene al posto di due).
Del trasloco neanche parlarne, con la piccola sempre più perplessa dalla chiusura degli scatoloni, il pensiero che la stessimo per abbandonare, le millemila polpettine dell’ikea con la paura che si strozzi come quella notizia che circolava tempo fa, i pianti, la stanchezza, la polvere, la scelta dei mobili, le litigate sui mobili, le riappacificazioni che implicano l’acquisto dei mobili che hai scelto tu. Tutto da fare prima del primo giorno lavorativo, naturalmente, quindi in circa 5 giorni, e con auto a noleggio, quindi il prima possibile e senza nemmeno un graffio.
Adesso finalmente siamo qui, con Simone che posiziona la televisione, ancora senza comodini e cassettiera e con il terrazzo che….per due settimane è invaso da operai perché va rifatto. La me di anni fa direbbe “E vabbè, te pareva, appena arriviamo non possiamo usare l’unico angolo della casa che ha motivato la scelta, che sfiga”. La mia nuova me dice “Che fortuna, ce lo rifà il condominio! Potremmo scegliere il pavimento nuovo? Come dice? Sì? Ma è perfetto!”
Per questo, quando Argentina mi ha chiesto, giustamente imbronciata, “Ma dov’è casa mia, mamma?” Io le ho risposto “Casa tua è ovunque tu possa essere con mamma e papà, perché a noi di sicuro non ci potrai mai cambiare”.

E ci hai già cambiato, immensamente.

Life is like riding a bicycle quote

Buon Cambio a tutti, MoMs e PoMs! Com’è iniziato il vostro 2015? 

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Matera, 1200 kilometri dopo

Fuori sede è sinonimo di assenza, ma anche di non equilibrio. Un po’ tutte e due le cose succedono a una ragazzetta quando si convince che vuole fare la MOM a tutti i costi e inizia a “mettere in cantiere” un bambino in una città a prova di broncopolmonite e nevrosi, il cui nome indoviniamo qual è? Fuori sede non si sputa nel piatto dove si mangia, anche se da buona materana, ho imparato che parte del nostro carattere è anche un po’ questo. O forse io ho conosciuto le persone sbagliate… questo i posteri me lo diranno, e un po’ anche i poster di Matera 2019 ormai capitale della cultura quando qua a Milano di cul-tura ce ne dovrebbe essere a bizzeffe, e di storia anche, ma tutto è cancellato dagli strati di smalto semipermanente messo dai cinesi per 12 euro e dal passaggio della famigerata linea 90, aka circolare destra!
Ho ritrovato l’amore per la mia città dopo anni di ribellione senza senso e forzato esilio, forse anche per dimenticare le facce che non vedrò mai, un po’ perché me le ha tolte la vita e un po’ perché ci ho pensato direttamente io. E’ successo quest’estate, era Luglio ed era la settimana successiva alla Festa della BBrn’, una manifestazione che, se gliela fai vedere ai milanesi, ti esclamano subito “Figaaaaa!” senza poi capire molto del perché ci si azzuffi per due statue di cartapesta con dei santi, quando qui una rissa può scattare per molto meno, per esempio il posto vicino al finestrino sull’autobus o perché respiri e appanni il vetro in inverno.

Quando sono tornata mi sono resa conto che erano quasi 2 anni che non rimettevo piede a casa mia. 2 anni!! Poi ho portato per la prima volta una deambulante Argentina in centro, e quando ho visto i suoi piedini scendere gli scalini degli ipogei, mi sono ripromessa che non sarebbe mai accaduto un’altra volta di stare così lontana da tutto questo: Sassi, murgia, città antica e città nuova, e quegli angoli che ognuno ti racconta una storia diversa, e sempre bella da qualsiasi lato la guardi.

Una materana a Milano resta sempre “di maté”, anche se gioca a fare gli accenti e la s è sibilante come quella del nano di Arcore. Sono trucchi che durano il tempo di una telefonata di servizio. Quando la lacca è cancellata dai colpi di spazzola, il tuo compagno lo chiami comunque “amò”, tua figlia la chiami “Argentì”, e se qualcuno osa dire che ha mangiato del pane buono salti su con la solita storia che il pane migliore è solo quello nostro. (Ma tu non sei celiaca scusa?).

Poi succede che ti trovi a piangere al telefono con tua madre un venerdì 17, e in un momento ti senti parte del tutto: collegata a tutte quelle persone riunite in piazza che dicono “perché, non ce lo meritavamo noi questo titolo?”. E la soddisfazione di chiamare il fidanzato sardo e dirgli: mi dispiace per Cagliari ma questo non è il Poetto. E’ stata una di quelle poche volte in cui succede qualcosa di realmente interessante lì e non qui, dove l’Expo la pagano i milanesi, e non c’è alcun senso di appartenenza a nulla. A Matera è successo qualcosa di magico. Qualcosa di bello. Qualcosa che, se vuoi, oltre al pane ha anche il profumo dei soldi, della creatività, delle idee.  Se ci metteranno prima o poi un treno diretto per celebrare questo traguardo, non lo so. Ma so che verrò a riprendermela più spesso, questa mia città, lei con la sua gente e la sua lingua a cui sono rimasta fedele, lei con i suoi tramonti che da casa mia cadono sempre dietro al provveditorato agli studi, e quella luce incredibile e quel senso di poderoso che se per un attimo ti ci connetti lo sai anche tu, è ineguagliabile. Sono milanese anche sulla carta d’identità e questa città, tutto sommato, mi permette di stare in piedi da sola, il che a meno di 30 anni, una bimba a carico e la nonna materna a 1200 chilometri non è poco. Ma quando la mia allegria non basta più, o quando il grigio è tono-su-tono (360 giorni all’anno circa), allora santo Facebook mi riporta alle mie origini, e confesso a me stessa che, tutto sommato, di non vivere più nella mia città un po’ mi spiace.

Matera, portami con te nel 2019!!

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