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Amore, allora abbiamo deciso dove facciamo la Vigilia?

Non dovevo accettare.
Un fiume di post che dura quanto l’avvento, per me che non so neanche bene cosa sia l’avvento, doveva essere una trappola pronta a scattare.

Perché ho accettato di contribuire a questo esperimento creativo di gruppo? Sto diventando un pappamolla e vorrei fare un bagno in una soluzione di cinismo e odio.

Potrei suonare arrogante. La realtà è il contrario, è la presa di coscienza del non avere nulla da dire quando invece quasi tutti hanno avuto tanto da dire, e cose bellissime, sul Natale.

Avrei dovuto registrarmi tra i primi. Trovare qualche mezzuccio da scuola media.
Si, tipo andare volontario alla prima interrogazione dell’anno, quando tutti i professori sono ancora clementi. Il glaciale ragionamento di un calcolatore. Ingranaggi, dovevo avere al posto dello stomaco.

A questo punto l’unica maniera per scrivere qualcosa di originale è scrivere qualcosa di personale, Proviamoci.

Svolgimento

Potrei raccontarvi del pallone Azteca ricevuto da Babbo Natale ‘86.

Potrei raccontarvi un viaggio durato una notte da Bari a Matera a Bari sotto una neve pazzesca solo per salutare la mia ragazza, che poi un giorno sarebbe diventata mia moglie.

Potrei raccontarvi il primo Natale di mia figlia Sofia di un mese e mezzo, nel lontano e freddo Piemonte. Potrei dirvi cosa provo nel sedermi alla sinistra di mio padre, a tavola.

Potrei raccontarvi altri ricordi che sono troppo intimi e profondi e preziosi per essere condivisi con chiunque altro che non sia il sottoscritto ed il sottoscritto soltanto.

Invece no, vi parlerò del dramma che molti vivono da quando sono ‘nucleo familiare’.

Amore allora abbiamo deciso dove facciamo la Vigilia? Dai tuoi o dai miei?

Lo stramaledetto concetto meridionale di famiglia che diventa significa appendice fisica, terminale ultimo ed essenziale delle nostre esistenze, radice linfa vitale, freno a mano tirato, modulo imprescindibile di sostegno e frustrazione, compagnia e teatro di tradizioni che altro non sono se non la coperta calda in cui nascondere le nostre paure di solitudine. Premere la pausa dalla vita che scorre tagliente. E trovarsi alla stessa tavola di quando avevo 10 anni. Lo adoro.

Mia moglie, purtroppo, pure.

Questo crea uno scontro insanabile, la frattura scomposta di tibia perone e anima. Fino a quando si era fidanzati si stava bene, il 24 ognuno alle case proprie, poi il 25 da una parte ed il 26 dall’altra.

Ma adesso che ci sono i figli non si può spaccare la famiglia in nome di un polipo crudo.

Allora propongo la soluzione: “facile, facciamo a casa nostra ed invitiamo tutti – lato tuo e lato mio”, così non teniamo scontento nessuno. Il pragmatismo urticante di mia moglie mi fa notare che sarebbero circa 50 persone da invitare, da sistemare e da gestire.
Mò è, le famiglie sono evidentemente una appendice fisica numerosa.

Scusate 50 più bambini.

A quel punto mi appare il diavoletto sulla spalla destra. Mi guarda ammiccante. Quando fa così lo ascolto quasi sempre.
“Dai amore, nessun problema allora facciamo il 24 a Bari dai miei ed il 25 e 26 a Matera dai tuoi!”
(Se ti do un Natale e Santo Stefano, mi dai in cambio una Vigilia. Tipo ti do Franco Baresi e Van Basten e mi dai la figurina di Roberto Baggio).

“No.”

“E se propongo il 24 dai tuoi ed 25 e 26 dai miei accetti?”

“Si (e mica sei scema! Anche tu che non capisci una mazza di calcio sai che Baggio vale almeno Baresi, Van Basten, Vierchowod e lo scudetto dell’Atalanta).”

“A me non va bene. Che facciamo?”

Insomma, qualcuno deve perdere. E qualcuno, ovviamente vincere.

Allora, si farà a turno. Un anno soffro io ed un anno soffri tu. Ma a sto punto facciamo che si soffre o si gode per bene.

Dallo scorso anno abbiamo sperimentato la soluzione “Rubamazzetto”. Vigilia, Natale e Santo Stefano in blocco da una parte un anno, dall’altra parte l’anno dopo.

Quando io e mia moglie ci mettiamo a fare queste cose mi sembra di vedere Klemens von Metternich che si metta a negoziare con Margaret Thatcher davanti ad un piatto di cicorielle selvatiche. Dovevi studiare Scienze Politiche, altro che Farmacia, Paola.

Comunque quest’anno – finalmente – tocca a me il Rubamazzetto e 24 25 e 26 saremo a Bari.

Pregusto la cena alcoolica del 23 da mio cugino, la spesa di pesce con mio padre il 24, poi con altri amici in giro in centro. La cena, Babbo Natale che arriva, Sofia e Mauro che spaccano tutto. Mia nonna che guida le preghiere e che fa ‘segni della croce come elicotteri a gran velocità’. I baci. Il brodo di Natale, la pennica sul divano, la tombola, gli amici, le nocelle. Il 26. Il vino. Le cartellate. Il limoncello della nonna fatto da limoni raccolti dal nonno nel loro giardino (1 metro quadro di terra, 12 quintali di limoni raccolti). Abbiamo mangiato assai. Si si. “L’anno prossimo dobbiamo fare di meno pasta”. “Eeeh che 900 grammi ho messo”.

Se i bambini si ammalano il 23 scriverò un secondo post sul Natale.

Di bestemmie.

Buon Natale.

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Babbo Natale, amico mio

E’ il giorno di Natale, siamo tutti li ad ascoltare vecchi brani con il nuovo giradischi-convertitoremmeppitre acquistato su amazon per l’occasione.
Le note di un romantico James Taylor riempiono la stanza. Le luci dell’albero addobbato e le fiamme del camino sembrano seguirne dolcemente la melodia.

Quasi dimenticato il fascino dell’ondeggiare armonioso di una puntina di diamante che scorre nel solco del vinile.
Io penso a quanto emozionante sia il suono sporco della polvere nei solchi e quanto meno calda sia la purezza digitale degli oltre quarantaquattromila campioni al secondo dei compact disc. Lei mi guarda e sembra dirmi: “Sei proprio un tecnico! Invece di osservare la neve fuori dalla finestra ti metti a conteggiare i byte.”

Si perché lei è capace di leggermi nella mente e stava per dirmelo, nel suo modo così spontaneo e diretto di parlarmi.
Ma proprio in quel momento mi accorgo che il bambino diventa triste all’improvviso, appena si rende conto che l’incantesimo della neve si è esaurito. – “Papà, papà non nevica più!”
E quando due occhi grandi e luminosi ti guardano in quel modo ed improvvisamente prendono a luccicare, quando specchiandoti in quegli occhi ti sembra di vedere te stesso quarant’anni prima, diciamocelo, ti senti davvero in colpa di non essere Dio e di non essere capace di comandare il cielo.
Per quegli occhi però tu sei un dio, come fai a deluderli? Come glielo spieghi che per quanto tu sia stato, anche se in minima parte, complice della creazione di una creatura così meravigliosa, ugualmente non hai il potere di far riprendere a nevicare?

Neanche il tempo di provare a dargli una risposta che succedono cose stranissime.
Il diamante, la puntina, per chissà quale oscuro motivo, varca un solco, e poi un’altro fino a saltarli tutti senza più nessuna esitazione.
Alla stessa stregua di un treno che esce fuori dal suo binario.
Io ne ho visti di treni, fin da piccolo ne rimanevo affascinato. Hanno ruote enormi i treni.
Le ruote dei treni hanno un taglio talmente ben definito che è impossibile che sfuggano alla direzione imposta dal binario, altrettanto ben tagliato e preciso nella forma. E poi tutto quel peso a schiacciarlo a terra. E’ impossibile che un treno deragli, che esca fuori dal binario Impensabile.
Eppure succede.
Succede che smette di nevicare all’improvviso. Succede che i treni deragliano. Succede che James Taylor ti scoreggia in faccia.

“Può capitare “ – le dico – “sono dischi un pò vecchi e consumati”.
E le lampadine dell’albero cominciano a scoppiare una dopo l’altra – le fiamme nel camino si affievoliscono in un attimo – lei che mi chiede con voce seriamente spaventata – “Amore ma che succede?”  – il bambino che piange – io che cerco di raggiungerlo per rassicurarlo – il pianto che diventa sempre più distante – la stanza che sembra allargarsi – le pareti che senti scomparire – il buio improvviso.
E io mi sento dannatamente solo.

Voce metallica – “Avvisiamo i signori viaggiatori che siamo in arrivo nella stazione di…ROMA TERMINI”

Cavolo stavo sognando. Ci risiamo. Di nuovo. Sempre quel sogno.
Sono nel solito Frecciargento per l’ennesima, noiosissima trasferta di lavoro.
Ma c’è di peggio. Ad aggravare la situazione c’è la festa bestiale. Oh! Oh! Oh!
Manco a dirlo la stazione Termini ha già il suo mega albero addobbato e la sua schiera di omini rosso-bianco-finto-obesi.
I negozi sono pieni di lucette, angioletti, pacchettini, nastrini, cotechini e manichini.
C’è crisi dicono. C’è recessione. Ma a Natale tutto scompare sotto una pesante coltre di ipocrisia opportunamente confezionata in carta riciclata e un fiocchettino di paglia.
Io vorrei solo andare in letargo e risvegliarmi intorno al dieci di gennaio.
Come ogni anno di questi tempi, puntuali come le tasse, gli stessi odiosissimi discorsi nella mente. L’ennesimo Natale. L’ennesimo anno che se ne va portandosi via speranze e sogni irrealizzati.

sbam

Se cammini a testa bassa e hai la mente intasata di pensieri prima o poi vai a sbattere addosso a qualcosa. O a qualcuno.
Però che sfiga, proprio addosso ad un odiosissimo omino-rosso-bianco-finto-obeso dovevo finire?

– “Mi scusi!”
– “Nessun problema. Tutto bene?”
– “Si si, ero solo preso dai miei pensieri.”
– “Eh si ho notato. Birretta?”

Puoi essere cinico quanto vuoi, ma preso così alla sprovvista se Babbo Natale ti invita per una birra non puoi dire di no.
Un Babbo Natale un pò “sui generis” per la verità. Fumava la pipa e non è dato sapere che diavolo di tabacco ci mettesse dentro e gli facesse produrre quel fumo verdognolo (mi ricorda qualcuno!?!?!)
Accetto – “Andiamo, ma offro io!”
– “Ok, conosco un posto qui vicino”

Una birra, due, tre, un cicchettino, un’altra birra, un altro cicchettino.
Tante chiacchiere, considerazioni sulla vita come quelle che fanno i grandi amici che si conoscono da sempre.
E poi strani racconti su un sacchettino chiuso da un laccetto di cuoio, su delle pietre. Mah!
Credo di essere crollato su un divanetto del locale.
Lui sempre lì, mi fissava. Ad un certo punto tira fuori dalla tasca un foglio e prende a leggere con tono canzonatorio e un pò irritante:

Caro Babbo Natale
chi ti scrive è un bimbo un pò cresciuto.
Si lo so che hai da fare, ma sono quasi vent’anni che non ci sentiamo, quindi vedi di dedicarmi qualche minuto.
L’ultima volta il robot-trasformer-radiocomandato non me l’hai portato e te ne sei venuto con un maglione di lana.
Si era caldissimo, per carità, ma avevo 10 anni! E poi il maglione poteva comprarmelo pure mia madre, mica ci volevi tu!
A questo punto per farti perdonare, cerca di portarmi qualcosa di emozionante. Vedi tu, basta che non mi faccia aspettare troppo!

Avevo dimenticato quella lettera, scritta qualche tempo prima con un pennarello rosso su un thai balloon che aveva preso la via del cielo in direzione nord.
Sentirgli leggere la mia lettera mi fece sorridere. Il tono mi dava ancora un pò sui nervi, ma ero troppo stanco e annebbiato dall’alcool per protestare. Il resto non me lo ricordo più, sono passati diversi anni ormai.

– “AMORE??? AMORE???? SVEGLIATI!”
– “Yawnnnn! Eh? Si? Dimmi tesoro, cosa c’è?”
– “Amore! Le contrazioni! Mi sa che ci siamo!”
– “Si???! OK! Andiamo! Corriamo! La valigia! Le scarpe! Forse è meglio che mi tolga il pigiama!”
– “Stai tranquillo c’è tutto il tempo.”
– “Si lo so che c’è tempo, ho letto tanti libri, sono iscritto a MOM, ho pure la tessera, sono preparatissimo, sono tranquillissimo. DOVE SONO LE SCARPEEEEEE!”

Il 13 dicembre 2014 è nato Lorenzo. Assistere al parto è stata con assoluta certezza l’esperienza più incredibile che della mia vita.  Maria è stata grandiosa, una vera forza della natura, ma non avevo dubbi. Mia moglie è una roccia, lo dico sempre.
Ore di travaglio e poi succede tutto in un attimo. Tutto è frenetico, il bambino che viene messo a contatto con la mamma per pochi attimi, poi subito portato nell’altra stanza, io che faccio la spola tra mamma e figlio. MIO FIGLIO!
Mentre riempio di baci la mamma, lo sento piangere, corro da lui e si calma immediatamente nel sentire la mia voce.
Dopo tutte le ore passate vicino a quella pancia a raccontare storielle inventate sul momento, cavolate di qualsiasi tipo pur di avere la speranza e l’illusione che una volta venuto al mondo sapesse già chi sono, che ci sono, che sono lì pronto a rassicurarlo e a sostenerlo.
Lui si calma. Piango io questa volta.

Due giorni senza dormire e quasi senza mangiare, ma con talmente tanta gioia, tanta adrenalina in corpo che avrei potuto partecipare e vincere la maratona di New York.
Stanotte ho dormito a casa, sul divano con il cane. Mi sono addormentato guardando le foto del nostro miracolo. E ho sognato.

– “AMORE??? AMORE???? SVEGLIATI!”
– “Yawnnnn! Eh? Si? Dimmi tesoro, cosa c’è?”
– “Vi siete addormentati tutti e due. Dai è ora di aprire i regali, chiama Lorenzo!”
– “Ma nevica ancora?”
– “Si! Hai visto che bello? Senti, ci vorrebbe altra legna nel camino”
– “Certo ci penso io.”
– “Anche un pò di musica”
– “James Taylor?”
– “Si perfetto!”
– “Ok, prendo il pc, metto la musica e ne approfitto per inviare un e-mail”
– “Una mail adesso? A chi?”
– “No niente…un amico. Faccio subito”

Caro Babbo N.
sarò breve perché vado un pò di fretta.
Volevo dirti giusto due cose:
Innanzitutto grazie! Ce ne hai messo di tempo, ma mi hai regalato non una, un’infinità di grandi emozioni. Ho una famiglia splendida, Maria è una compagna di viaggio eccezionale, mio figlio è un bambino meraviglioso che continua a sorprendermi ogni giorno e Charlie ha imparato a fare i bisogni fuori.
Poi volevo sapere: nel pacco per Lorenzo hai messo il trenino elettrico? Non è che lo apre e trova un maglione? Ca tu si capasc!  (trad. Perché tu ne saresti capace!)

Speriamo bene.

N.

P.S.: Ah vedi che l’altra sera ho dimenticato di pagare il conto. Ci pensi tu?”

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Noi uomini dobbiamo smettere di grattarci il neurone

de Il Duca d’Auge

Mi hai detto che ero troppo bello ed eri gelosa e mi sono cavato un occhio
Mi hai detto che non ero presente e ho lasciato il lavoro per essere accanto a te.
Mi hai detto che ero ossessivo e sono stato in disparte.
Mi hai detto che non sbagliavo mai e o iniziato a fare errori grammaticali.
Mi hai detto che non ero pronto e mi sono sbrigato
Mi hai detto che non ero paziente ed ho messo indietro l’orologio di 20 minuti.
Mi hai detto che ero troppo preciso e ho iniziato ad uscire con la camicia fuori dai pantaloni
Mi hai detto che ero troppo particolare e mi sono conformato
Mi hai detto che ero scontato e mi sono iscritto ad un corso di scrittura creativa
Mi hai detto che ero troppo creativo e mi sono cancellato dal corso perdendo la quota di iscrizione.
Mi hai detto che ero povero ed ho vinto al totocalcio
Mi hai detto che i soldi non sono tutto e li ho spesi tutti per comprare una casa a Fukushima.
Mi hai detto che ero troppo magro e ho preso 10 kg
Mi hai detto che dovevo smettere di fumare ed ho preso 10 kg
Mi hai detto che ero grasso e mi sono messo a dieta, cercando di non perdere più di 15 kg
Mi hai detto che i miei amici erano inopportuni e li ho dimenticati
Mi hai detto le mie ex erano delle sciacquette e le ho dimenticate
Mi hai detto che ero uno smemorato e mi sono comprato un’agenda
Mi hai detto che non capivo di musica e ho comprato un corso con musicassette
Mi hai detto che non leggevo e ho letto l’enciclopedia britannica per ciechi
Mi hai detto che guardavo troppa tv e ho smesso di pagare il canone
Mi hai detto che stavo sempre al telefono ed ho fatto un corso di codice Morse.
Mi hai detto che non aiutavo in casa e mi sono tagliato i capelli come Mastro Lindo
Mi hai detto che non ti capivo e ho detto di si
Mi hai detto che dico troppe volte si e ti ho detto che avevi ragione
Mi hai detto che non capivo niente e ti ho chiesto di spiegarmi
Mi hai detto che a letto ero bravo solo a russare ed ho comprato il cerotto per il naso

Ma quando mi hai detto che non ero più perfetto come quando ti ho conosciuta, non ci ho visto più e ti ho detto “adesso basta, vaffanculo!”

Non te lo aspettavi.

Ricordo gli occhi con cui mi hai guardato.
Eri persa, smarrita, arrabbiata.Non sapevi cosa dire.

Allora mi hai preso la mano.

L’hai poggiata sul tuo seno.

Allora ti ho detto che stavo scherzando e che avevi ragione tu.

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Breve dichiarazione d’amore

Ti amo.

Mi sono innamorato progressivamente, sera dopo sera dopo sera dopo sera.
Dopo sera.

Dopo sera.

Bruciante e maturo, questo amore libero che clandestinamente dovrei custodire ma che devo dichiarare altrimenti esco pazzo.
Non avrò mai il coraggio di dichiarartelo perchè sappiamo entrambi che non potremo mai stare insieme.

Vederti con i tuoi bambini, così paziente e calma. Solare e ordinata nel tuo vestito color arancio che non ha mai una piega.

Le tue lunga ciglia che sbatti senza voler causare problemi al mondo ma che invece causano dissesti idrogeologici nei miei atri e ventricoli.
Devo trovare un retino che mi consenta di catturare le farfalle che ho nello stomaco.

Le tue rotondità accennate, i tuoi fianchi provati da due gravidanze che non ti rendono grassa ma semplicemente al punto perfetto di maturazione femminile.

E poi, con la bocca amara, doverti vedere sempre e solo in costante presenza di tuo marito. Quello stupido idiota ciccione orrendo che secondo me non si rende conto di quanto è fortunato.

Che sarà anche grosso ma che per te sfiderei a cazzotti.

Non l’ho mai visto baciarti, ed allora capisco perchè hai quello sguardo che secondo me è solo apparentemente felice ed in realtà cela qualcosa.

Oddio, sei comunque una donna felice, leggera e calma.
Ti vedo ridere spesso a crepapelle, mi sembra quasi che ti rotoli per terra dal ridere e rido anche io. Non so perchè. Anzi si, perchè ti amo.

Ti amo e vorrei aiutarti mentre ti vedo alle prese con tutte le cose che ci sono da fare e nel contempo lavorando. Quell’aria scanzonata con la quale premi i tasti del pc e del mio cuore.

Il tuo saper mantenere una casa pulitissima ed ordinatissima, nonostante la famiglia, nonostante tutto.

Il tuo essere semplicemente perfetta, inappuntabile. il tuo saper essere donna, madre, e maiala.

Ti amo, sarò tuo per sempre Mamma Pig.

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Il letto magico

Folletti

Quando ero piccolo avevo un letto magico.
Mi svegliavo al mattino ed era tutto disfatto, andavo a scuola e quando tornavo, magicamente lo ritrovavo tutto bello sistemato.
E’ una cosa che mi ha sempre lasciato di stucco. Ho provato a parlarne con qualcuno, ma nessuno mi ha mai creduto.
Per gli altri era diverso. Gli altri erano costretti a sistemarsi il letto per conto loro.
Il mio era magico.
Ma non c’era solo questo di magico a casa mia.
Il pranzo ad esempio: arrivavi a casa da scuola, oppure ti svegliavi la domenica mattina tardi, e trovavi una serie infinita di prelibatezze. Piatti di ogni tipo, bellissimi, buonissimi…altra magia.
Incredibile abitare in una casa magica! E poi sempre luccicante e splendente.
Credo ci fossero dei folletti o qualcosa del genere che si occupavano di sistemarmi il letto, di cucinare, di pulire. Non riesco a pensare ad altra soluzione.
L’unica persona che avrebbe potuto farlo era mia madre, ma lei già faceva mille lavori per riuscire a crescere da sola tre figli figuriamoci se avrebbe potuto trovare il tempo per sbrigare tutte queste faccende. I folletti, l’unica spiegazione.
C’è stato un momento in cui ho pensato che fosse merito di mia madre, in quel periodo quando l’ho vista in grado di fare doppi e tripli salti mortali in avanti e indietro.
In quel periodo ricordo che sarebbe dovuta andare alle olimpiadi, ma poi quel giorno mi venne la varicella e decise di rimanere a casa. Io tentai di dirle che a me ci avrebbero pensato i folletti, ma lei non volle fidarsi, chissà perché.
Eppure a casa facevano tutto loro. Mah…
Un giorno, all’improvviso, i folletti sono andati via. Chissà, forse ero diventato troppo grande, forse saranno stati chiamati a curare un’altra casa, a rendere magico il letto di qualcun altro.
Un pò stronzi però, proprio nel momento in cui c’era più bisogno di loro. Proprio quando mia madre si è ritrovata costretta in un letto, ormai muta, impotente, incosciente. Proprio in quel momento hanno deciso che era finito per me il tempo delle magie.
E’ stato difficile immaginare la mia vita senza di loro. E’ stato difficile ritrovarsi una una casa vuota, sentire quell’eco, quel rimbombo sordo partire dalle mura e penetrarti nel cuore.
E’ incredibile come non ci si renda conto del valore di certi gesti quando ci vengono donati in maniera gratuita e incondizionata.
Accade poi che per un motivo o per un altro ci vengano tolti e solo allora si realizza quanto importanti e indispensabili fossero.
Non facciamo l’errore di darli per scontato.
Se avete ancora i vostri bravi folletti che girano per casa, imparate ad apprezzarli perché non saranno lì per sempre.
Impariamo a dire grazie, ma non come lo diremmo al cameriere del pub che ci serve una birra.
Impariamo a dire un grazie che comprenda un sorriso, un abbraccio, una carezza, un bacio sulla fronte, un sincero “ti voglio bene”.
Facciamolo quando ancora ne abbiamo la possibilità. Ogni parola non detta, ogni gesto non compiuto, è un rimpianto tremendo che ci porteremo dentro per sempre.
Parlare ad una fotografia non è assolutamente la stessa cosa.
C’è una giornata dedicata alle nostre mamme. Che serva a noi per ricordarci che quella singola, unica persona speciale, e’ stata in grado di regalarci qualcosa di grande come solo la vita sa essere.
E ricordiamocelo anche il giorno dopo, e l’altro, e l’altro ancora.
Teniamo presente che una data per la giornata dei figli non è stata mai scelta perché le nostre mamme ci festeggiano tutti i giorni, da quando siamo nati.

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La birra POM

Questo è un post accademico, che nasce da una riflessione del tutto extra-accademica durante la serata POM.

L’evento dell’anno.

Il momento di sintesi tra paternità e giovinezza, tra ragione e divertimento, tra confini e immaginazione.

I nostri nove temerari, coraggiosi, si sono incontrati ad di fuori di schemi costituiti superando una serie di difficoltà insormontabili quali il riconoscersi ed hanno dato vita ad una opportunità sociale unica, forte, rara, leggera e divertente. La birra Pom.

Nove fantastici, inenarrabili eroi. Che sfidano l’abbiocco da divano per una uscita tra le intemperie di una serata a 22 gradi ad un orario proibitivo. Fissato in modo provocatorio alle ore 22. Orario in cui chissà che passa Rai Yoyo. Boh.

Quello che è nato è un’alchimia strana di peli, di responsabilità e gradazioni diverse, che hanno dato vita – tra le altre – ad almeno tre cose.

La prima, un secondo appuntamento, con data fissata al 5 novembre. Non è cosa da poco per un gruppo neo–nato.

La seconda è un gruppo. Musicale, dico. Il bassista sta, e sono io. Il chitarrista e voce sta, ed è Andrea. Ci mancano batterista, ma Andrea dice che si trova. Ed un tastierista, che Andrea dice di avere. Il gruppo farà le musiche dei cartoni animati, per me, un desiderio di 15 anni che forse è giunto a maturazione. Dobbiamo trovare un nome per il gruppo.

La terza è una riflessione su quanto segue: donne, è facile tenervi contente, rendervi felici.

Basta essere tutto ma non troppo.

Per non perdervi dobbiamo essere simpatici ma non buffoni, sicuri ma non sbruffoni, attenti ma non pignoli, affettuosi ma non ossessivi, felici ma non fatui.

Dobbiamo essere silenziosi ma non silenti. Leggeri ma non incostistenti. Innamorati quanto basta per lasciarsi comunque desiderare.

Misteriosi ma non enigmatici. Liberi ma non libertini. Essenziali senza essere poveri. Intelligenti ma non geni.

Di buona conversazione, non fumatori, amanti della fotografia.

Con degli hobby ma non troppo arroccati sulle proprie passioni. Passionali ma non fissati. Galanti ma non altolocati. Seri ma non austeri.

Sfidanti ma non ostici. Di pochi parole senza essere ermetici.Buoni ma non stupidi. Impegnati ma non a tal punto da sottrarre troppo tempo.Introdotti nel tessuto sociale, senza essere truffaldini. Direttivi senza essere aggressivi. Dolci senza essere mammolette. Vostri ma non troppo. Tutto ma non troppo. Niente ma non troppo. Ma non troppo. Troppo ma non troppo.

 

Agli gli uomini no.

Basta una birra.

Una birra POM.

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Disservizio mensa

de Il Duca d’Auge

Le reazioni emotive e passionali non mi appartengono.

Così mentre mia moglie Paola nell’altra stanza è attaccata al telefono incazzata come una vipera che chiama 1000 numeri telefonici e si fa chiudere il telefono in faccia 1000 volte mentre tenta di esprimere il suo dissenso presso i responsabili della ditta appaltatrice del servizio mensa delle scuole dell’infanzia, io ho preso il pc e rubato 10 minuti alle altre tante priorità.

Forse è più efficace tradurre in un post quei pensieri. Dare loro un senso rendendo pubblico il dissenso, e verificando quanto condiviso tale dissenso possa essere. Sfruttare un canale diretto e onesto per effettuare una fotografia dell’accaduto ed auspicare che si rifletta sulla semplicità, la determinazione, l’obiettività insita nel dissenso.

Ora, veniamo al punto. Sta storia del servizio mensa è stata un delirio, culminata oggi nella giusta conclusione. I bambini hanno iniziato a mangiare alle 2.

Sarà che lavoro per una azienda americana, ma se io fossi stato il manager responsabile di tali servizi, fidatevi se vi dico che oggi non avrei più un lavoro.

Iniziamo dalla circolare per il servizio mensa. Scritta in una maniera che io definisco folle. Tre  pagine di circolare che non non chiariscono le idee ed anzi, le confondono. Voto 3. Per l’anno prossimo imparare a scrivere, ed a sintetizzare. Venite qui nel blog, che vi facciamo un corso serale.

In fondo però dobbiamo riconoscere che si trattava di una circolare folle atta a descrivere in maniera folle un processo folle. Il problema infatti non era la circolare. Il problema era il processo descritto, male, dalla circolare.

Il processo lo chiameremo “Banana Joe”. Nel film Banana Joe, Bud Spencer (ossia Banana Joe) deve ottenere una autorizzazione a trasportare banane. Deve recarsi presso l’ufficio A, che però dice che senza il timbro dell’ufficio B non si può far nulla. L’ufficio B rimanda all’ufficio C. Banana Joe gira tutti gli uffici ed alla fine prende il timbro e se lo mette.

Ora, Banana Joe siamo noi.

Banana Joe, vai in comune, poi vai in banca per poi tornare al comune e poi ricevere le credenziali che dicono che hai pagato tutto ma poi tuo figlio non è in elenco e non riceve il pasto. Banana Joe, di chi è la colpa? Di nessuno. Si, attenzione. La colpa è di nessuno. Ma non funziona un cazzo.

Ma io dico, meno male che c’era il gruppo delle MOM che ha sopperito fornendo indicazioni e risoluzioni di problemi. La prossima volta chiamate due o tre dell’associazione MOM Mamme Materane all’Opera e vi fate spiegare come organizzare la cosa in modo semplice.

Ora passiamo ai risultati. Il servizio mensa è appaltato a società privata, a quanto mi risulta.

Mia figlia ha mangiato alle 14. Credo che non abbia avuto un trattamente di sfavore perchè è la bellissima figlia del Duca. Molti bimbi di molte scuole hanno avuto, in base a quello che leggo su FB, lo stesso trattamento. Mal comune, comune male. Maestre e maestri, voi siete gli eroi di oggi per come siete riusciti a tenere i bimbi tranquilli nonostante fossero affamati.

Ai sig.ri responsabili della società privata appaltatrice che cosa possiamo dire?

I servizi da voi attesi sono stati oggi erogati con grave ritardo. Avrete avuto le vostre giustificazioni, i vostri problemi, le vostre inefficienze, Ci saranno stati dei guasti, ci sarà stato un probbbléma, sicuramente avrete tutte le ragioni. Ma – sebbene mia moglie sia ancora lì attaccata al telefono per tagliarvi la gola – non siamo noi privati a dovervi far notare che dei vostri probbblémi non ce ne frega un cazzo.

Chi dovrebbe farvelo notare sono gli egregi pubblici amministratori, che anche in caso di esternalizzazione di servizi rimangono responsabili della corretta erogazione dei servizi stessi.

Cari amministratori responsabili dei servizi di mensa, riscattatevi.

Dateci un segnale che non siete voi la fotografia vivente dei problemi del nostro Sud.

Dimostrateci che non rimarrete impuniti seduti alle vostre sedie.

Dimostrateci che non vi negherete al telefono, non compiacerete più il capo e non vi crogiolerete nell’ignorante mera esecuzione di ordini. Non rimanete aggrappati alle vostre pause caffè, non parlate più per delibere.

Dimostrateci che ascoltate e comprendete le parole semplici che arrivano da chi si chiama gente e non solo contribuente. Dimostrateci che non disegnerete più procedure contorte e dimostrateci che non avete una idea contorta di responsabilità.

Fate come noi, pensate più semplice.

Fate in modo che i nostri bambini di tre anni non debbano pranzare alle 14.10.

Fate che cazzo volete, ma fatelo.

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