Archivio della categoria: Parlano i papà

Ogni atomo di felicità che l’esplosione di un tiro genera attorno a sé.

de Il Duca d’Auge

Mauro ha due anni. E’ competitivo, vuole vincere. Non so da chi abbia preso.

Abbiamo un corridoio di nove metri che si presta al gioco del pallone come la panna si presta alla torta alle  noci che mia moglie mi preparava da fidanzati. Perfetto.

Mauro chiude le porte delle camere adiacenti il corridoio. Mi dice che tirerà una bomba. Come dire, stai attento che ti faccio male stavolta.

Scanna una bombazza di destro fredda e precisa. Tagliente, per essere tirata da un bimbo di due anni. Ha solo il destro, non usa il sinistro nonostante abbia capito che quando il pallone va vicino muro alla sua sinistra, tirare di destro causa una traiettoria di rimbalzo che ha poche speranze di causare un gol.

Dopo i primi 20 minuti dinamica sempre uguale. Palla da un lato all’altro del corridoio. Non si sazia mai. Quando il pallone arriva a me allora comincio a palleggiare, ginocchio testa e tiro al volo di controbalzo. Lui risponde al volo. Non si sazia mai, giocherebbe per ore – noncurante del tempo passato o di quello residuo.

Mantiene una intensità di desiderio costante ed ammirevole.  Come se il suo cuore debba morbosamente inglobare ogni atomo di felicità che l’esplosione di un tiro genera attorno a sé.

A volte la palla sfiora una delle due applique causando un freeze nel tempo. Ho notato che quando la palla sfiora cose delicate, lui – come me – porta la mano alla bocca. Credo sia un movimento istintivo, da quando i bambini giocavano a pallone con le noci di cocco.

Sa che se rompiamo qualcosa la mamma ci toglierà il pallone. A me ne hanno sequestrati almeno una decina.

Uno era un Tango: te lo ricordi, mamma?

Vorrei ragionare in termini semplici come Mauro. Non saziarmi mai.

Ricercare ed ottenere la soddisfazione dei miei primordiali bisogni di amore, gioco e sopravvivenza senza doversi complicare il cervello con distorsioni tipo bonus di fine anno, amplificatori bluetooth e concetti di non tirare troppo la corda che poi si spezza.

Godere di un cartone animato infinito, rimanere assetato di ‘ora’ e ‘adesso’ come lui.

Io voglio fischiettare ed ascoltare Sunny Afternoon dei Kinks.

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L’amaro dello sguardo di chi vede il lago ghiacciarsi

Dopo tanta astinenza da tastiera è giunto il momento di riprovarci. L’ispirazione è la bellissima voce di De Andrè violentata da Morgan, mista ad i postumi di una esperienza mistica che è quella di trovarsi una pistola puntata alla testa. Still Jet-lagged.

de Il Duca d’Auge

Sono in Vermont, sono un manager in giacca e cravatta che si sveglia al mattina in un hotel freddo e elegante. Con questo soggiorno raggiungerò lo status Silver del club Hilton Honors. La prossima volta mi regaleranno un peluche ed un upgrade gratuito ad una camera ancora più elegante.

Sono in Vermont, ho chiuso quasi il mio progetto, che contribuirà a regalare al mio capo e forse a me un bonus in denaro a fine anno in cambio di tanto tempo lontano da casa e delle mie energie di 36enne.

Sono in Vermont e dalla mia finestra vedo un lago cristallino. Si chiama Champlain Lake. Prende il nome da un tale francese che tanti anni fa è venuto qui ed ha deciso che la terra non sua sarebbe diventata sua. Ne ha ammazzati a migliaia. Talmente tanto è il sangue che ha sparso che hanno deciso di dedicargli il nome del lago.

Sono in Vermont e sono in compagnia di un collega Somalo, nato in Arabia Saudita, cresciuto poi in Belgio, master in UK. Sono anche in compagnia di una collega Russa olimpionica di nuoto che ha studiato in America e che ce l’ha coi Russi. Non so cosa ho fatto per essere il loro capo. Secondo me hanno visto più cose di me. Fatto sta che mi chiedono cosa fare. Io rispondo dal basso della mia non preparazione, stabilisco una direzione che non ha un senso nel grande schema delle cose, ma che sembra convincente.

Sono in Vermont e scopro che lo sciroppo d’acero ha un sapore dolce se messo sul salmone, ma ha anche un gusto amaro di autunno e di freddo, di gente che si rintana nella sua casa di legno, che passa il tosaerba sul suo prato di 4 metri quadri, l’amaro di chi vive in un angolo di mondo con la paura che qualcuno entri nel suo modo. L’amaro dello sguardo di chi vede il lago ghiacciarsi.

Sono in Vermont e scopro chi sono gli universalisti. Una religione che è un misto di tutto e che in buona sostanza si fonda sul non rompere i coglioni al prossimo. Ne rimango stregato. Ovviamente vado a parlare con il loro reverendo. Chiedo se vi sia una sezione della religione in Italia. Mi dicono di no. La più vicina è in Polonia. Mi chiedono se voglio fondare una sezione in Italia. Voglio dire di si, ma dico di no perché sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso e mia moglie potrebbe incazzarsi, cosa che è contro il principio della religione in questione.

Sono in Vermont e prendo per errore il telefono mentre sono alla guida. Appare nello specchietto un enorme pick-up nero con enormi sirene blu. Degli enormi lampeggianti mi fanno capire che dovrei fermarmi. Non lo faccio perché sono in panico enorme, mi rendo conto di non avere un passaporto con me. La macchina è noleggiata a nome della olimpionica russa. Mi fermo, esce il poliziotto. E’ enorme. Esce sbattendo la portiera enorme.

Sono in Vermont e mi ritrovo con le mani sul tettuccio della mia macchina con una pistola puntata alla testa. Mi ricordo di aver letto solo qualche giorno fa che un ragazzo è stato scannato a sangue freddo da un poliziotto americano.

Le mie prime parole, fuoriuscite in maniera naturale dalla pece di terrore in cui stavo annaspando, sono state: ‘I have two kids, I have a wife’.

Mentre mi puntavano una pistola al cervello Il mio unico pensiero è stato per loro.

Guardate l’idrogeno tacere nel mare, guardate l’ossigeno al suo fianco dormire. Soltanto una legge che io riesco a capire ha potuto sposarli senza farli scoppiare. Soltanto una legge che io riesco a capire.

p.s. Ha abbassato la pistola. Mi ha preso la patente. Controlla. Torna. Mi dice che posso andare, sono pulito. Mi spiega che non si parla al cellulare alla guida. Non mi fa neanche la multa. Sarebbero stati 165 dollari, mi dice.

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Robin Hood e la TARI

de Il Duca d’Auge

Premessa: concittadini Materani, questo non vuole essere un post di analisi politica nè un esame contabile. Non perchè io non abbia idee politiche, nè perchè io non abbia le competenze per costruire una mia opinione sulle operazioni di bilancio. Solo non voglio prendermi troppo sul serio, quindi non fatelo neanche voi.

Robin Hood e Little John uscirono dalla foresta di Mercandante, proseguirono per Altamura e quindi attraverso la SS 6 arrivarono finalmente a Nottingham. Li accolse una città in fermento. Il Re Riccardo era partito per una crociata contro l’Isis, ed a governare aveva lasciato il suo fratellastro, un attempato principe di nome Giovanni.

Già numerose erano le province del regno in cui la situazione era difficile. Già il Medio Evo era quello che era e dovevi stare attento, ma la carestia aveva colpito e la popolazione era in difficoltà. Ma Nottingham era un posto dove tanta gente andava e veniva, non si può certo dire che fosse un posto dimenticato da Dio. Mica era Eboli. Era Nottingham.

Fatto sta che quelli di Nottingham avevano prodotto talmente tanti rifiuti da non sapere più dove metterli, pertanto il Principe Giovanni decise che era giusto affrontare il problema spostando nei centri limitrofi la monnezza prodotta dagli abitanti di Nottingham.
Ma siccome le carrozze per spostare tutta questa rumenta costavano parecchio all’epoca, l’illuminato decise di affrontare la questione raddoppiando i balzelli. Nel frattempo, siccome spostare tutto questo remmato non era cosa semplice, sovente accadeva che i residui di consumo stazionassero nella città causando pestilenze e puzze.

Robin Hood e Little John si domandarono: ma non possono bruciare qualche decina di migliaia di tonnellate di questo pattume così fanno spazio ad altro pattume e sono tutti felici? Frà Mimmo Tuck fece notare che questa era la prima soluzione individuata dal Principe ma che lui stava organizzando delle raccolte di firme perchè con i fumi si muore. Little John disse che il ragionamento non faceva una piega, ma che a Nottingham uno su due era ignorante e non sapeva firmare. Il Medio Evo. Si Sa.

Robin Hood allora disse: facile. Basta spiegare alla popolazione di Nottingham come dividere la lordura. Il ferro lo separate e lo date ai maniscalchi. Il legno lo separate e lo date ai falegnami. Insomma ridurre la produzione di robaccia, e riutilizzare quello che si può. Disse Robin – probabilmente ragionare sul come ridurre è più lungimirante di caricare su una carrozza e spostare. Un approccio programmatico, una visione per la risoluzione del problema. Root cause analysis – come si dice a Londra.

Robin prese coraggio ed andò a parlare con il Principe Giovanni. A parte che per parlarci dovette fare una fila lunghissima, perchè tutta la popolazione aveva ormai imbracciato i forconi.
Lo sceriffo di Nottingham aveva proprio preso sulla parola il Principe: raddoppia le tasse, triplica le tasse, spremi fino all’ultima goccia questi stupidi bifolchi canori. La gente sventolava cartelle con i balzelli richiesti. Le chiese vuotavano le cassette delle offerte.

Ma finalmente arrivò il suo turno. Il Principe Giovanni disse: caro Robin come ti metti. A te dico le stesse cose che ho detto a tutti gli altri. Per ora pagate e sorridete, che in fondo siete ancora vivi. Vendetevi le braghe. La colpa non è mia ma è di quelli che vennero prima di me. Ma non vi preoccupate, il di più che pagate oggi, lo risparmierete domani. Il ragionamento non faceva una piega: beati i poveri perchè avranno la loro ricompensa nel regno dei cieli.

Nel frattempo i vari ciambellani di corte venivano premiati per l’ottimo lavoro svolto e di nuovi ne venivano nominati.

Robin Hood disse: caro Little John, questi pagano milioni di scudi per spostare la sozzura.
Forse l’unica cosa che occorre fare è sperare nel ritorno del Re Riccardo. Si, un giorno verrà il Re Riccardo e li aiuterà. L’unico problema è che non sappiamo chi sia sto Re Riccardo.

Ecco Little John, li vedi? Stanno tutti lì, con i passeggini, di fronte a Michele La Stoppa, che ha messo la statua di Babbo Natale. Parlano di Tari. Parlano di Tasi. Non sanno le aliquote da applicare. Parlano di albero di Natale e Luminarie. Parlano. Si lamentano. Si dividono. Si scannano. Si accusano. Si offendono.

Caricano la monnezza sui carri. La portano nel villaggio accanto.

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Donami un domani

de Il Duca d’Auge

La sera prima di un appuntamento agognato ma anche temuto, il momento prima della resa dei conti.
Mi sono vestito bene, ossia non troppo elegante, ma neanche trasandato, non troppo curato ma con la barba regolata.

Mia nonna me lo diceva sempre – lavati sempre bene da sotto, che non sai mai. L’ho fatto.

Ti ho ascoltata, ti ho parlato, mi hai fatto capire che sei semplice, come me, una persona normale ma che hai anche la straordinarietà della volontà di uscire allo scoperto. Mi sei sembrata sincera. Però – anni di delusioni mi fanno rimanere con i piedi per terra, anzi per assurdo quasi quasi non uscirei. Bah un domani diverso. Che vaccata.

Quasi quasi per non rimanere deluso anche da te rimango solo nel mio appartamento ad attendere un domani. Fa nulla che diventerà un altro ieri di solitudine.

Sono dubbioso – Ma mi stuzzica l’idea di vederti lì al centro della pista da ballo e sapere che sei lì perchè ti ci ho portata io.
Vederti gli occhi degli altri addosso ma non temere che tu ti possa comportare male, avere ancora fiducia che farai la cosa giusta anche se vado a bere un drink.

Odio dovermi scontrare con le difficoltà della realtà – il fatto che darti la mia mano significherebbe attirarmi le critiche di tanti, che per anni mi hanno fregato e non meriterebbero fiducia, ma che fiducia dicono di meritare. Che dicono che dovrei solo uscire coi soliti. Che fanno facce strane al tuo nome.

Mi guardo allo specchio. Sono maggiorenne due volte. Quando ero maggiorenne una volta non avrei avuto esitazione a mettere la giacca ed uscire con te. Oggi sono disilluso.

Ma in fondo – guardo il mio volto allo specchio da una parte e poi dall’altra – no, non sono ancora da buttare.
In fondo meno capelli, ma ancora l’orgoglio di tirarli su. Le cicatrici, le chiamano esperienza.
I jeans, gli anfibi, li ho ancora. Ho una basetta più lunga dell’altra, la lascerò così, potrebbe essere una occasione di discussione. Una occasione di risata.

Forse si.
Forse si può uscire ancora.

Forse si può uscire ancora, oggi. Forse c’è ancora qualcosa da fare. Forse sono stato maggiorenne una volta solo perchè dovevo arrivare ad esserlo due.

Si dai, uscirò. Metto la giacca, prendo le chiavi, accendo la macchina, arrivo scendo e respiro. Mi sento forte.

E quando mi daranno in mano quella matita voterò, per te.
Non tradirmi mai, non tradirmi anche tu.

Ti voterò perchè lo meriti, perchè sei il meglio per me, perchè sei il meglio per noi.
Donami un domani. Diverso.

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Tra suocera e marito non mettere il dito

de Il Duca d’Auge

Prima di iniziare a scivere questo pezzo ne ho abbozzati altri 5 e ne ho immaginati almeno altri 3. Di uno poi non ho nè immaginato il tema nè abbozzato una parola, ma ho individuato il titolo.
Mi sembra che le premesse siano quelle ideali per decidersi a risolvere uno dei conflitti dell’umanità.

Titolo del post: Tra suocera e marito non mettere il dito.

Svoglimento: Non ho letto mai post su questo tema, forse perchè certe cose non si possono descrivere. Quindi il mio tentativo è destinato a fallire in partenza. Ma disse un tale che i fallimenti sono la faccia nascosta della moneta che si chiama vittoria (non mi chiedete chi è, me lo sono inventato). Insomma, il fallimento dovrebbe essere meno stigmatizzato e più ricondotto alla sua normale essenza, l’inevitabile non riuscire. In fondo tutta la nostra storia è cosparsa di fallimenti, da quando abbiamo mosso i primi passi e ce la facevamo addosso, a quando scrivevamo sbagliando le doppie, a quando non sapevamo ballare, a quando abbiamo perso un amore. Non per questo abbiamo smesso.

Ah il mio fallimentare tentativo è anche imperniato su una serie fastidiosa e gretta di luoghi comuni – che infastidirà quelli meno dotati di senso dell’umorismo. Un post incentrato sulla generalizzazione e l’appiattimento. Siamo tutti uguali di fronte alla pasta al forno della mamma. Immagineremo un mondo ideale in cui la suocera è una sola ed identica a se stessa ossia a tutte le altre suocere. Immagineremo la moglie come uguale a tutte le altre mogli, ossia a tutte le nemiche delle suocere.

Dipingeremo i mariti un po’ come dei minchioni, ma questo in fondo non è una semplificazione del modello.

Siamo diversi. Me lo facevano notare alla festa di un amichetto di uno dei miei figli. Quando una donna avverte la presenza fastidiosa di un’altra donna nel radar screen, subito si abbraccia al marito. Tu vai a razzolare da qualche altra parte che questo è il mio uomo. Un sentimento da guerriera, la donna leonessa che si sveglia dal torpore cellulitico e lascia il telecomando della vita per affermare il suo istinto carnivoro, feroce, di difesa del territorio.

E ci sta.

Ma ci sono battaglie perse in partenza. Tipo: se lotti contro un uragano quasi certamente muori.

Con calma, arriverò al succo della questione.

Moglie, la competizione con la suocera è una competizione contro un uragano. E’ esattamente come entrare in un campo da rugby con il tutu’ rosa.
La migliore strategia in questi casi è non affrontare la battaglia. Non sforzatevi di afferrare il fiume – vi trascinerà a valle. Forse non ci lascerete le penne, ma vi farete male.

Elenco dei motivi per cui non vale la pena provare a combattere contro una suocera.

– La suocera cucina meglio. Si, voi fate cose particolari, voi fate le foto ai piatti e le postate su facebook, si voi conoscete i gusti di vostro marito ma la pasta al forno della suocera farà ripiombare ad ogni boccone vostro marito nel limbo brufoloso adolescenziale delle paste al forno mangiate al mare, con quel sapore di falchi rossa, di occupazione del liceo, il profumo della minestra scaldata di notte, il rumore smorzato di un piatto mollato lì per addormentarsi sul divano.

– La madre è severa, ma in modo servile. Sistema il collo della camicia, giudica il grado di pulizia dei pantaloni. No non puoi uscire vatti a cambiare, che ti ho stirato gli altri pantaloni ieri. Tieni, prendi un fazzoletto che sei raffreddato. Ora si che sei bello, vieni dammi un bacio. Bello di mamma. Quante volte lo avete fatto per vostro marito?

– La madre, dopo una certa età, non rompe le palle. Quando ormai i conti sono fatti ed un figlio è avviato verso il proprio destino, una madre è troppo stanca per continuare a riversargli addosso aspettative e speranze. Quello che è fatto è fatto. Si è pure sposato, mò sono problemi della moglie. Se la vedesse lei – al massimo le palle gliele romperà lei.

Fine dei motivi. Non puoi competere. Allora dico io, un po’ di strategia. Giocate d’astuzia, giocate l’unica carta che vostra suocera non potrà mai giocare (ndr. nella prima stesura avevo qui richiamato il concetto finanziario della leva, ma rileggendo “usate l’unica leva che vostra suocera non potrà mai usare” ho optato per l’utilizzo della figura della carta da giocare). Insomma, chi ha capito ha capito.

Confortatevi nella certezza della relatività – per vostro marito la vostra pasta al forno non sarà mai come quella di sua madre, ma per il vostro piccolo figlio la vostra pasta al forno sarà sempre il non plus ultra.
Allora guardate vostro figlio, controllategli i pantaloni, sistemategli il collo della camicia e dategli un bacio. Al vostro grande amore. Bello di mamma.

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Baci perugina, trudini, rose ed epilessia.

de Il Duca d’Auge

Arriva San Valentino.

E’ l’onomastico di mio cugino e questo interessa a pochi. Ho invece con interesse scoperto che il santo originale è venerato dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa e pure da quella anglicana. E’ considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici. Mo è, l’amore è quello che è.

Nato in una famiglia patrizia, San Valentino fu convertito al cristianesimo e consacrato vescovo di Terni nel 197, a soli 21 anni. Praticamente all’epoca non dovevi avere chissà che esperienza pregressa per fare carriera. Aveva qualche 5 in pagella, ma in religione ed in condotta andava benissimo.

Dunque, San Valentino nell’anno 270 stava a Roma per predicare il Vangelo e convertire i pagani. Era un fantastico pomeriggio di primavera, Roma era uno splendore e San Valentino bel bello stava camminando per i fori imperiali alla ricerca di qualche anima da convertire quando l’imperatore Claudio II il Gotico lo fermò e gli disse di sospendere l’attività di catechesi e di abiurare la propria fede.

San Valentino ovviamente disse di no. Anzi fece un sorriso da ragazzo che conosce la vita. Non solo non abiurò, ma tentò addirittura di convertire l’imperatore al cristianesimo. Quello disse: ma tu guarda un po’ questo qui. Si fece una bella risata e visto il gesto coraggioso, disse : sei un ragazzo che ha del fegato, non ti condanno a morte. Però devi aprire gli occhi Valentino. Stai segnalato.

Manco per idea. Quello, la testa più dura del granito aveva. Convertiva a tutta forza. Stava facendo carriera. Se fossero esistiti i cardinali, sarebbe stato già cardinale.

Ma dato che era troppo figo come convertitore di anime venne arrestato una seconda volta sotto Aureliano (l’impero colpisce ancora).

Lo portarono fuori città lungo la via Flaminia per flagellarlo, temendo che la popolazione potesse insorgere in sua difesa.

Il soldato romano Furius Placidus si fece prendere la mano e da flagellarlo soltanto, gli taglio’ la testa. Aureliano si incazzò come un pazzo quando lo seppe – e gli disse “Furius, a parte che i tuoi genitori che ti hanno chiamato Furius di nome e Placidus di cognome avevano evidentemente un gran senso dell’umorismo… la prossima volta che ti dico di flagellare qualcuno vedi di non ammazzarlo. Comunque vai tranquillo, mò me la vedo io”. Neanche il tempo di uscire per mettere a posto la situazione che già Valentino era diventato santo.

Tiè Aureliano, di te ci ricordiamo solo durante una interrogazione alle scuole medie. Di San Valentino ci ricordiamo ogni anno.

Ma – eccoci al punto chiave di questa narrazione – In realtà la figura di San Valentino come santo patrono degli innamorati viene messa in discussione da Alfredo Cattabiani che nel suo testo “Santi d’Italia” la riconduce a quella di un altro sacerdote romano, anch’egli decapitato pressappoco negli stessi anni.

In effetti rileggendo la storia di San Valentino non c’è proprio niente che faccia pensare agli innamorati. Evidentemente deve essere quest’altro poveraccio decapitato che deve aver fatto qualcosa per gli innamorati ma il merito se lo sarà preso San Valentino. O forse solo la gloria.

Tutto questo per dirvi che la storia è infame. Ma è anche importante.

E siccome la storia è importante, se i vostri mariti non vi portano una rosa (o un bacio perugina o un trudino) per celebrare San Valentino, celebrate il Santo flagellando i vostri mariti.

Occhio, che a qualcuno potrebbe piacere.

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Da qualche parte l’uomo deve fuggire

Quando incontro un amico di vecchia data ed ho a disposizione più di un minuto, dopo avergli chiesto come sta e come va, la domanda è “mè stai giocando a pallone?”

La partita a pallone è una cosa che il sesso femminile non potrà capire nella sua interezza. Mai.

Con la consapevolezza di chi sa che non riuscirà, proverò a spiegarvela.

Non tutti gli uomini giocano a pallone, ma quasi tutti lo fanno e quelli che non lo fanno vorrebbero farlo ma non sono capaci. E’ il pezzo di puzzle evergreen, ci accompagna da quando eravamo bambini.

Innanzitutto diciamoci che la partita a pallone non è classificabile come sport. Se dici che fai sport perché fai la partita a pallone l’interlocutore uomo inevitabilmente pensa “vabbè non fai sport”.
Non è sport, è fuga, è l’ora d’aria. Non è sport. Non si può dire che se hai l’ora d’aria sei libero.

L’organizzazione regge su un presupposto che è una legge . Manca sempre qualcuno e ci sono n amici di qualcuno altro che possono venire a giocare. La partita si fa, sempre a qualunque costo. Non si può bidonare, ossia tirarsi indietro all’ultimo momento – se lo fai vai all’inferno senza passare dal via e senza ritirare le 20.000 lire.

La preparazione è il frutto di anni di esperienza. Rigorosamente all’ultimo secondo la preparazione del borsone. Pantaloncini, maglietta, calzettoni, scarpe da calcio. Aspetta. Le calze. Le mutande. Accappatoio. Aspetta, le ciabatte. Shampoo etc. Maledizione. I soldi, la patente. Le chiavi.

Fuggi.

In macchina ti prepari mentalmente. Per ogni metro che percorri ti allontani dalla vita reale per entrare nel mondo fantastico dei tackle, dei passaggi corti e dei lanci lunghi, delle praterie. Il dribbling, il tiro. L’uno-due.

Arrivi, ti cambi veloce. Magari non conosci neanche i nomi degli avversari ma sai benissimo le finte che fanno. Sempre le stesse. Quello si accentra sempre e tira sul secondo palo. Da 15 anni. Ogni martedì.

Giochi, ti incazzi, perdi, vinci, segni, fai cagate e chiedi scusa. Il tutto con un filtro davanti agli occhi che è quello degli specchi deformanti del calcio professionistico. Ti sembra di essere veloce, più veloce di quello che sei. Ti sembra che il tiro sia più forte di quello che è. Un filtro che cancella tutto quello che sei e ti amplifica portandoti fino a quello che vorresti essere. Quel gol sotto l’incrocio, lo ricordi da anni.

Il calcetto azzera chi sei e valorizza quello che fai. Ecco perché chi non è buono a giocare non ci viene. Sa che sarebbe visto male.

Il pallone azzera le classi sociali – non importa cosa fai. Puoi essere un banchiere, o un senatore, ma se giochiamo a pallone posso dribblarti, saltarti e vincere. Anche se sono disoccupato.

Ma c’è un ma. Il calcio necessita, per essere vissuto bene, della complicità della propria partner – che è a metà strada tra coach, mentore, e massaggiatore.

Innanzitutto non deve rompere le scatole sul gioco del pallone. L’equilibrio su cui si regge tutto è garantito da quanto la moglie comprende che se il marito va a giocare a pallone non è perché non le vuole bene. Anzi. Il pallone è un’altra cosa.

In secondo luogo, deve far finta di considerare il pallone come una cosa importante. Tipo magari chiedere ‘come è andata?’ nonostante l’interesse zero nella risposta. Magari sopportando il marito dolorante moribondo per la caviglia, la schiena, la gamba.

Dopo il matrimonio o dopo i figli in molti appendono le scarpe al chiodo. In molti commettono il delitto. Molti perché le mogli rompono le palle.

Ora io vi dico che il successo del matrimonio è funzione dello spazio che ognuno lascia all’altro.

Da qualche parte l’uomo deve fuggire. In fondo è più tollerabile avere un marito con un pallone tra le gambe che tra le gambe di un’altra.

Godetevi la serata. Dateci un pallone e solleveremo il mondo.

p.s. Se vostro marito non gioca a pallone, fategli un paio di domande in più. Ma non ditegli che ve l’ho detto io.

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