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Separazione / divorzio “breve”

La Legge 10 novembre 2014 n. 162, che ha convertito il Decreto Legge n. 132/2014 recante “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile” ha introdotto nel nostro ordinamento nuove regole applicabili alla separazione e al divorzio.

La disciplina si applica alla separazione consensuale, al divorzio a domanda congiunta, alla modifica delle condizioni di separazione  o divorzio.

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Uno dei nuovi modi per ottenere il divorzio in modo consensuale è la «negoziazione assistita da un avvocato». Non è quindi più necessario passare da un giudice che verifichi l’irreversibilità della crisi coniugale prima di decretare lo scioglimento del legame, ma basta la mediazione di un legale. Il professionista è tenuto a redigere un documento sull’accordo raggiunto dai coniugi, farlo firmare dalle parti e autenticarlo.

L’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso, a cura degli avvocati, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente, il quale quando non ravvisa irregolarità comunica agli avvocati il nullaosta per gli ulteriori adempimenti.

In presenza di figli minori, maggiorenni non autonomi economicamente, o incapaci, o portatori di handicap grave, il Procuratore della Repubblica autorizza l’accordo di negoziazione se ritiene che esso risponde all’interesse dei figli. In caso contrario lo trasmette (entro cinque giorni) al Presidente del Tribunale che fissa (entro trenta giorni) la comparizione delle parti davanti a sé. Ottenuti i suddetti nullaosta o autorizzazioni, l’avvocato della parte è obbligato a trasmettere, entro dieci giorni dalla stipula dell’accordo, una copia autenticata dell’accordo stesso all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio è stato iscritto o trascritto.

L’accordo raggiunto con l’aiuto degli avvocati produce gli effetti e tiene luogo del provvedimento giudiziale di separazione personale, di divorzio, di modifica delle condizioni della separazione o del divorzio.

La nuova legge, inoltre, consente ai coniugi che hanno già trovato un accordo su separazione, divorzio, modifica delle condizioni della separazione o del divorzio di concludere una convenzione innanzi all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza di uno di loro o del Comune presso cui è  iscritto o trascritto l’atto di matrimonio.

Tale procedura è prevista solo per i casi in cui non vi siano figli minori, o maggiorenni non autonomi, o incapaci, o portatori di handicap grave.

L’ufficiale dello stato civile riceve da ciascuna delle parti personalmente la dichiarazione che esse vogliono separarsi, ovvero far cessare gli effetti civili del matrimonio, o ottenerne lo scioglimento secondo condizioni tra di esse concordate. Allo stesso modo si procede per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.

L’accordo non può contenere patti di trasferimento patrimoniale e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono i procedimenti di separazione personale, di divorzio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.

Rimane dunque il periodo di tre anni tra la separazione e l’ottenimento del divorzio, tale termine decorre, rispettivamente, dalla data certificata nell’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da avvocato e dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso davanti all’ufficiale dello stato civile.

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Lo chiamano ‘divorzio breve’, ma forse sarebbe meglio definirlo ‘divorzio semplice’ la legge infatti non incide sui tempi per ottenere la rottura del matrimonio, ma agevola il percorso e libera i tribunali di qualche faldone.

Buondì mamma Katia

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Lo Stalking

Oggi 25 novembre, nella giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne vi illustrerò la legge sullo stalking.
Secondo i dati del rapporto Eures con 179 donne uccise il 2013 è stato definito l’anno nero per il femminicidio nel nostro Paese, il più cruento degli ultimi sette, con un incremento del 14% rispetto al 2012.
Una donna uccisa ogni due giorni 7 omicidi su 10 consumati in casa.
Dopo questa breve premessa…….lo stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento con Legge 23 aprile 2009, n. 38 che ha introdotto all’art. 612 bis c.p. il reato di “atti persecutori”, espressione con cui si è tradotto il termine di origine anglosassone to stalk,(letteralmente “fare la posta”), con il quale si vuol far riferimento a quelle condotte persecutorie e di interferenza nella vita privata di una persona.
Il reato previsto e punito dall’art. 612 bis c.p. è stato inserito nella sezione relativa ai delitti contro la libertà morale, subito dopo l’art. 612 che definisce il delitto di minaccia.

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Lo scopo e l’obiettivo della presente legge si sostanzia nella tutela delle vittime da tutti quegli atti persecutori che, proprio per la loro caratteristica di ripetitività e perduranza nel tempo provocano nelle persone colpite, stati di ansia e paura per la propria incolumità o le costringono ad alterare significativamente le proprie abitudini di vita. Il reato di stalking costituisce una novità nel nostro sistema legislativo la normativa pregressa non era in grado, infatti, di affrontare il problema.Le condotte di stalking venivano considerate penalmente rilevanti solo laddove integravano la fattispecie prevista dall’articolo 660 del codice penale intitolato “Molestia o disturbo alle persone”. Altri mezzi per procedere in ambito giudiziario erano collegati a previsioni non
specificamente dirette a punire lo stalking, bensi dirette a colpire altri illeciti, che potevano accompagnare tali condotte moleste, quali: lesioni personali, ingiuria, diffamazione, violenza privata, minaccia violazione di domicilio. Invero, nel 2009 si arriva all’introduzione della nuova figura di reato, lo stalking.
Perché sussista la fattispecie delittuosa degli atti persecutori e affinchè trovi applicazione la legge in esame è necessario che si configuri:
– il ripetersi della condotta ovvero gli atti e comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati;
– i comportamenti devono essere intenzionali e finalizzati alla molestia;
– occorre che i suddetti comportamenti abbiano l’effetto di provocare disagi psichici, timore per la propria incolumità e quella delle persone care, pregiudizio alle abitudini di vita e un grave stato di ansia e di paura: questo, oltre che grave, deve essere anche prolungato nel tempo.
Questo è l’elemento caratterizzante che serve a differenziare lo stalking da un comportamento legittimo o da una molestia ai sensi dell’art.660 c.p. Ovviamente i comportamenti insistenti devono essere non richiesti e non voluti, non graditi e intrusivi tali da creare disagio psicofisico e un ragionevole senso di ansia o paura.
Le forme più comuni di stalking si concretizzano nelle seguenti modalità:
– seguire e spiare la vittima: è questo il comportamento più diffuso ,compiuto allo scopo di avvicinarsi il più possibile alla quotidianità della vittima. Poiché il proposito esplicito è quello di controllare il soggetto e di generare timore, lo stalker può arrivare ad avvisarlo delle proprie intenzioni, così da attirarne l’attenzione ed immaginare di instaurare una sorta di relazione;
– molestare la vittima :può essere definita come una serie di atti, volontari e riconoscibili, volti a creare allarme, paura, disagio o anche solo insofferenza in colui che ne è oggetto;
– minacciare la vittima: si concretizza soprattutto danneggiando oggetti a lei cari.

Tutti possono diventare vittime dello stalking e subire atti persecutori. Va comunque ricordato che la grande maggioranza delle vittime è costituita da donne e che più della metà dei casi scaturisce da degenerazioni del rapporto di coppia, in cui a seguito della fine di una relazione uno dei due partner non accetta l’abbandono e la separazione, intraprendendo azioni di persecuzione nei confronti dell’ex-compagno.
In tutte le situazioni in cui si ravvisi tale fattispecie di reato, è la paura, il senso di colpa e il sentire la responsabilità di quanto accade, credere di “meritare” le molestie che gioca un ruolo importante nella vittima tanto da evitare di denunciare il persecutore.
La pena applicabile, nel caso in cui si realizzi la condotta in esame, può variare e andare da un minimo di sei mesi sino a quattro anni di reclusione. A ciò si aggiunge l’aumento di pena in caso di recidiva e l’applicazione di circostanza aggravanti se il fatto è commesso in danno di coniuge separato o divorziato o persona che è stata legata da relazione affettiva; se il fatto è commesso in danno di minore, di persona in gravidanza, di persona disabile.
Se il molestatore si spinge fino all’omicidio della vittima di stalking, sarà punito con l’ergastolo.
Il reato è procedibile a querela di parte, (ossia la persona offesa deve esplicitamente far verbalizzare dagli operanti che vuole che l’autore dei fatti denunciati sia perseguito e punito ai sensi di legge); la querela si può presentare entro sei mesi dal fatto e si può rimettere. Si procede d’ufficio, invece, quando il fatto è commesso in danno di minore o persona disabile e quando il fatto è connesso con altro delitto procedibile d’ufficio.
Si procede altresì d’ufficio quando il fatto è stato commesso da un soggetto già ammonito.
L’ammonimento è un provvedimento amministrativo (e non penale) di competenza del Questore che su richiesta della persona che ritiene di essere vittima di comportamenti persecutori, dopo aver valutato i fatti e se ritiene motivata la richiesta anche sulla base delle informazioni raccolte dagli organi investigativi, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento invitandolo ad interrompere il comportamento persecutorio ed a tenere una condotta conforme alla legge.
Se l’autore dei comportamenti persecutori, nonostante l’ammonimento, continua la sua azione e la vittima lo riferisce alle Autorità competenti, questi verrà perseguito penalmente senza la necessità che la vittima presenti querela.
La Legge n.39 del 2009, ha, introdotto una nuova misura cautelare, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art. 282 terc.p.p.).Tali luoghi sono quelli “abitualmente frequentati” potendo quindi consistere, oltre che nell’abitazione e luogo di lavoro, anche in luoghi quali palestra, scuola dei figli etc.. Può trattarsi anche di luoghi frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o persone che hanno con questa una relazione affettiva. Il giudice può anche vietare all’indagato di comunicare attraverso qualsiasi mezzo con la persona offesa. Viene, inoltre, esteso al reato in esame quanto prescritto ex art. 266 c.p.p., ovvero l’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita nei procedimenti relativi al reato di “atti persecutori”.
L’ufficiale di polizia giudiziaria di fronte ad un caso concreto di stalking deve:
– raccogliere e verbalizzare una denuncia-querela con un racconto quanto più dettagliato, analitico e approfondito da parte della vittima che dovrà cercare di riferire, in modo più preciso possibile, anche sui pregressi rapporti con il denunciato, specificando se vi è stata convivenza, quanto è durata, e quando precisamente abbiano avuto inizio le condotte persecutorie;
– se la persona offesa presta il consenso si può procedere a fotografare eventuali segni fisici di riferite lesioni/percosse sulla stessa;
– la persona offesa riferisce di sms ricevuti e conservati nella memoria del telefono cellulare, sarà necessario procedere alla lettura e trascrizione del testo di ciascun messaggio, compreso numero di utenza mittente, data, orario. Se la persona offesa è disponibile a privarsi del proprio telefono cellulare si può procedere a sequestro dello stesso.
– con riferimento a riportati stati di ansia, stress, squilibrio psicologico da parte della persona offesa in conseguenza delle condotte persecutorie procedere ad acquisire eventuale documentazione medica relativa;
– a riscontro delle dichiarazioni della persona offesa procedere immediatamente ad assumere a sommarie informazioni tutti coloro che possano ritenersi informati, anche solo in parte, dei fatti e delle condotte denunciate;
La legge in esame ha previsto l’obbligo da parte delle forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia di reato di atti persecutori di fornire alla vittima stessa, tutte le informazioni relative ai Centri Antiviolenza presenti sul territorio, ed in particolare nella zona di residenza, e
di provvedere inoltre ad accompagnare la vittima presso tali strutture, qualora ne faccia espressamente richiesta. E’ stato Istituito, presso il Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, un numero verde nazionale a favore delle vittime attivo 24 ore su 24.
Sei costretta
di solitudine
e cerchi
tendendo mani
di scacciare l’inerzia,
succube di dominio
e…nel tuo pianto,
unica sensazione
di libertà,
ecco l’urlo che avanza
per fuggire, vincitrice,
dal tuo silenzio.
Buondì e alla prossima mamma Katia

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Dalla parte dei papà

Secondo i dati Eurispes, circa l’80% dei papà separati oggi non riesce a sopravvivere con il proprio lavoro, circa 800 mila di loro sono sotto la soglia della povertà per sostenere i costi economici della separazione.

Single Dad Laughing is a Vampire!

E’ un dato agghiacciante, non c’è dubbio, ma tutto sommato razionalmente comprensibile in un momento storico di grave crisi economica generalizzata. Nuovi poveri che si affannano quotidianamente per “contribuire economicamente” alla crescita dei propri figli…un po’ come tutti i papà, separati e no.

Ma quello che davvero mi ritorna incomprensibile emotivamente, ma anche razionalmente, è riscontrare come -ancora oggi- a molti (moltissimi) padri è impedito di fatto, nella quotidianità e nelle aule di Giustizia, di poter “contribuire affettivamente” alla crescita dei propri figli.

Troppo spesso nelle storie che ascolto o leggo, mi trovo di fronte a madri “arrabbiate” che utilizzano sgambetti, dispetti e bugie più o meno velate (eh si, perché noi donne in questo ne sappiano una più del diavolo!) per impedire (e scusate se ritorno con il medesimo termine ma è quello che secondo me rende davvero l’idea) al papà di essere papà.

Il blocco emotivo conseguente alla separazione (qualunque ne sia stata la causa), il rancore, l’odio offusca l’obiettivo principale che dovrebbe guidare entrambi i genitori: il benessere psico- fisico del minore, il suo sacrosanto diritto alla bigenitorialità.

Nel contrasto emotivo tra genitori non più amanti dovrebbe rendersi garante lo Stato, la Legge, la Giustizia.

Ebbene, dal 2006, in Italia è in vigore la legge che disciplina l’affido condiviso.

In ragione della Legge 54/2006 la regola è quella dell’affidamento dei figli ad entrambi i genitori. Prevede il “diritto del figlio, anche in caso di separazione personale dei genitori, di mantenere un rapporto equilibrato  e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione, istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo genitoriale”.

Ma affidamento ad entrambi i genitori non esclude però la necessita di prevedere quale sia il genitore presso il quale coabiterà stabilmente il minore, non essendo verosimile né per altro verso rispondente all’interesse del minore e alle sue esigenze psicologiche, posto che lo stesso non potrà non avere una propria stabile collocazione

Ed è qui il reale problema applicativo della norma.

Non v’è dubbio che il minore debba avere una stabile collocazione, ma quasi sempre, in base a un principio non scritto, ma consolidato, nell’applicazione giudiziale non viene garantita la parità tra genitori e la donna diviene portatrice di diritti consolidati e l’uomo portatore ancora di soli doveri.

I tempi di visita e di condivisione restano di fatto quelli che erano prima della riforma, ovvero quelli di un affidamento esclusivo alla madre, così come l’ammontare dell’assegno di mantenimento.

La giurisprudenza decide ancora troppo spesso sulla base di un esame sommario e impone quasi sempre “il collocamento prevalente alla madre”, che il padre abbandoni la casa coniugale, che veda il minore a giorni ed orari prestabiliti (mai idonei e sufficienti nell’ottica della reale “condivisione”).

Il papà separato è tenuto a versare in media metà stipendio per il mantenimento della prole (e spesso dell’ex coniuge), e a trovarsi un nuovo alloggio. Spesso però economicamente non ce la fa. E allora? Allora torna a vivere dai genitori, nella cameretta di quando lui era ancora e soltanto un figlio, impossibilitato di fatto ad ospitare i propri di figli, costretto ad incontrarli ad ore nei giardinetti… quando ci riesce. Eh si, perché dovrà fare i conti con la pioggia, con la scuola, con l’influenza e con tutti gli altri ostacoli frapposti dalle mamme “arrabbiate” di cui sopra e chiaramente con i propri impegni di lavoro.

Bene, a me questi papà, quelli che davvero vogliono esserlo e continuano a volerlo anche dopo la fine dell’amore, quelli che il  giorno del compleanno del proprio figlio o il giorno di Natale o se il figlio ha la tonsillite,  sono lì dietro la porta di casa che “sperano” di poter stare un po’ con lui anche se non “spetta” a loro, quelli che se anche non hanno tutti i soldi per onorare il contributo al mantenimento economico, sperano di poter lo stesso contribuire affettivamente e di poter continuare ad essere genitore, fanno tanta tenerezza.

Io sono dalla parte dei papà…che poi è essere dalla parte dei figli.

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IL LIMITE TRA L’EDUCARE E IL MALTRATTARE

Un altro anno scolastico volge al termine e a settembre il mio piccolino inizierà la materna! Certo è stato al nido ma le maestre le conoscevo già tutte, persone fidate insomma e da settembre……chi ci sarà con lui?
Iscriviamo i nostri figli all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia e, infine, alla scuola dell’obbligo, convinti del fatto che li lasceremo sicuramente “in buone mani”, perché li si affida a persone di cui ci si tende a fidare incondizionatamente!! Ma sempre più spesso ormai si sentono storie di maltrattamenti perpetrati dalle insegnati ai danni dei loro alunni, i nostri figli!!

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Ogni mamma sarebbe concorde con me nel dire che le principiali emozioni e gli stati d’animo che si manifestano quando si viene a conoscenza di fatti così terribili, se direttamente coinvolti, ma non solo, sono rabbia, desiderio di vendetta e di giustizia, tristezza, senso di colpa ma soprattutto di impotenza!!!!!
Qualche mese fa a scuotere la mia sensibilità, e sicuramente anche la vostra, fu il caso di Autumn Elgersma, bimba di tre anni, morta, uccisa dall’educatrice perché non si era tolta il cappotto. La bimba è morta a causa delle ferite alla testa riportate dopo che la sua maestra l’aveva scaraventata a terra con violenza perché indossava ancora il giubbino. Inizialmente, la donna raccontò che Autumn era caduta dalle scale, ma le ferite si rivelarono incompatibili con la versione data dall’educatrice: messa alle strette, ha confessato e ora, per lei, l’accusa è di omicidio colposo.
Possiamo pensare che sia un caso limite, che può accadere solo oltreoceano, ma sempre più spesso ormai anche in Italia si ha notizia di maestre ed educatrici che picchiano gli alunni, li umiliano, li insultano. L’elenco dei casi di violenza all’interno delle mura scolastiche è molto più lungo, e per certi versi terribile, di quello che non si vorrebbe mai venire a sapere.
La scuola deve avere si un ruolo educativo ma senza oltrepassare, però, “certe regole”!!!! Bisogna individuare una volta per tutte i limiti del potere educativo o disciplinare attribuito agli insegnanti.

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Tutti questi casi di maltrattamento non solo fisico, ma anche psicologico rientrano, a mio avviso, in quel reato definito dall’art. 571 del Codice Penale, il quale cita:
“Commette il delitto di abuso dei mezzi di correzione o disciplina chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte.”
Innanzitutto, devesi sottolineare che la giurisprudenza di legittimità ha precisato che “non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi”.
Invero, va rilevato che secondo la Corte Suprema “il concetto di abuso presuppone l’esistenza in capo al soggetto agente di un potere educativo o disciplinare che deve essere usato con mezzi consentiti in presenza delle condizioni che ne legittimano l’esercizio alle finalità ad esso proprie e senza superare i limiti tipicamente previsti dall’ordinamento”. Ne deriva, che, da una parte, non ogni intervento disciplinare o correttivo può ritenersi lecito soltanto in quanto soggettivamente finalizzato a scopi educativi o disciplinari; e, dall’altra, è considerata abusiva la condotta, di per sé non illecita, quando il mezzo è usato per un interesse diverso da quello per cui è stato conferito, per esempio per punizione, a scopo vessatorio, per umiliare la dignità della persona sottoposta, ecc…
La nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non può, pertanto, non conformarsi all’evoluzione sociale e giuridica del concetto di abuso sul minore. Dalla nozione riduttiva di abuso, inteso come comportamento attivo dannoso sul piano fisico per il minore, si è passati, infatti, ad un concetto più ampio che involve anche l’aspetto psicologico.
Pertanto, il reato di abuso di correzione o di disciplina si configura anche quando si pone un essere un comportamento doloso che umilia, denigra, svaluta o violenta psicologicamente un minore causandogli pericoli per la salute, anche se è compiuto con intento educativo o disciplinare.
E’ difficile lo so ma non bisogna generalizzare e diventare sospettosi di ogni minima cosa, soprattutto all’asilo nido e alla scuola dell’infanzia non è raro che i bambini possano tornare a casa con qualche livido o qualche botta, ma se si hanno dei sospetti è bene provare a chiarire e cercare di capire il prima possibile sia con i nostri figli, sia con le educatrici cosa sia accaduto!!! Vi lascio augurandomi che a noi…… ai nostri figli non capiti mai!!!!!

Buondì care mamme e alla prossima mamma Katia!!!!

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LA MATERNITA’ E LA PATERNITA’

Lunedì nasce il mio secondo pargoletto, di conseguenza mi metto in maternità per un po’…..lo so vi mancherò!!!!! La mia maternità si riferisce a questo piacevole lavoro, ossia scrivere nel blog, dato che per la mia professione per ricevere una qualche indennità di maternità dovrei essere iscritta alla cassa forense……e quindi guadagnare tanto per potermi permettere tale iscrizione….!!!!!
Questa breve introduzione per parlarvi dei punti salienti delle due leggi coordinate che disciplinano la maternità e la paternità!!

paternità

La legge 30 dicembre 1971 n° 1204 e il relativo regolamento di attuazione DPR 25/11/76 costituiscono il fondamento giuridico di tutela delle lavoratrici madri, sono tutelate coloro che svolgono una attività alle dipendenze di un datore di lavoro privato o pubblico, invero più in dettaglio le dipendenti delle varie amministrazioni dello Stato, della Regione, della Provincia o dei Comuni, le dipendenti di datori di lavoro privati, (aziende, artigiani, commercianti, industrie); le dipendenti di società cooperative, le apprendiste, le lavoratrici agricole.
La successiva legge 53/2000 denominata “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi della città” – modifica la normativa (legge 1204/71) sulla tutela della maternità, ampliandone ed estendendone le norme anche al padre lavoratore.
Dall’inizio del periodo di gestazione fino al compimento di 1 anno di età del bambino opera il divieto di licenziamento. Tale divieto non opera nei casi di: licenziamento per giusta causa; cessazione di attività dell’azienda; di ultimazione della prestazione a cui era addetta la lavoratrice e di risoluzione del rapporto di lavoro per scadenza del termine.
Con la nuova normativa il divieto di licenziamento si applica anche al padre, che fruisca dell’astensione obbligatoria, dalla nascita del bambino fino al compimento di un anno di età del medesimo.
Le lavoratrici durante il periodo di gestazione e fino a 7 mesi dopo il parto sono esonerate dallo svolgimento di lavori pericolosi, faticosi ed insalubri (di cui vi è un elenco nel DPR 1026/76) sicché possono essere spostate ad altre mansioni, invero conservando la retribuzione e la qualifica originarie, se vengono spostate a mansioni inferiori.
E’ vietato far lavorare le donne in stato di gravidanza: durante i 2 mesi precedenti la data presunta del parto: si deve far riferimento alla data indicata sul certificato medico, nonché durante i 3 mesi dopo il parto. L’astensione obbligatoria post-partum è stata estesa anche al padre lavoratore nel caso in cui l’assistenza della madre al neonato sia diventata impossibile per decesso o grave infermità della madre stessa (Sentenza della Corte Cost. n.1/1987).
La nuova norma oltre a recepire detta sentenza, stabilisce il diritto all’astensione obbligatoria per il padre anche nel caso di affidamento esclusivo.
Altresì la nuova legge n.53/2000, recependo una sentenza della Corte Costituzionale (n.270/99), prevede che, qualora il parto avvenga in anticipo rispetto alla data presunta, si possano aggiungere ai 3 mesi post-partum i giorni di astensione obbligatoria non goduti prima del parto, nel limite massimo di 5 mesi, a condizione che ci sia stata comunque effettiva astensione dal lavoro. La lavoratrice è tenuta a presentare entro 30 giorni dalla data del parto il certificato attestante la data dell’evento.
Ferma restando la durata dell’astensione obbligatoria di 5 mesi, la nuova legge (art.12) introduce – dal 28 marzo 2000 – la possibilità di continuare a lavorare fino all’ 8° mese di gravidanza utilizzando così un solo mese prima del parto e 4 mesi dopo il parto.
Tale facoltà può essere esercitata a condizione che, sia un ginecologo del SSN sia un medico competente per la salute nei luoghi di lavoro, attestino che tale scelta non pregiudichi la salute della gestante e del bambino.

maternità

Di contro, la lavoratrice può chiedere alla Direzione provinciale del lavoro, l’astensione anticipata dal lavoro fin dall’inizio della gestazione nei seguenti casi: gravi complicazioni della gestazione o di preesistenti forme morbose che si presume possono aggravarsi con lo stato di gravidanza; se le condizioni di lavoro o ambientali siano da ritenersi pregiudizievoli alla salute della donna e del bambino; quando la lavoratrice non può essere spostata a mansioni meno disagevoli.
Detta astensione può essere protratta fino al 7° mese successivo al parto se la lavoratrice è addetta a lavorazioni nocive e non può essere spostata ad altre mansioni, con il diritto a percepire la stessa indennità spettante per la normale astensione obbligatoria.
Le lavoratrici hanno diritto ad una indennità giornaliera pari all’80% della retribuzione media globale percepita nel periodo di paga mensile precedente a quello in cui ha avuto inizio l’astensione obbligatoria. Alla retribuzione media giornaliera su cui computare l’80% va aggiunto il rateo giornaliero della gratifica natalizia, della 14^ mensilità e di eventuali premi. Invero, il periodo di astensione obbligatoria per maternità è considerato utile sia per il diritto che per la misura di tutti i trattamenti pensionistici.
Secondo la normativa previgente, la lavoratrice aveva diritto ad astenersi dal lavoro, successivamente all’astensione obbligatoria, per un periodo di 6 mesi, anche non consecutivi, entro il primo anno del bambino. In alternativa alla madre, e solo se questa ne aveva il diritto e vi rinunciava, l’astensione facoltativa poteva essere fruita anche dal padre.
L’indennità economica era ed è il 30% della retribuzione media globale giornaliera del mese precedente l’astensione obbligatoria. Dal 28 marzo 2000 l’astensione facoltativa spetta ad entrambi i genitori, anche congiuntamente fino al compimento degli 8 anni del bambino, per un periodo complessivo di 10 mesi, continuativi o frazionati, mentre ogni genitore non potrà superare i 6 mesi di fruizione (ad es. se la madre fruisce di 6 mesi, il padre ne potrà fruire di 4).
Il padre ha diritto all’astensione facoltativa anche se la madre non ne ha diritto (perché è disoccupata, colf, lavoratrice a domicilio), e se il padre fruisce di tale diritto per un periodo continuativo non inferiore a 3 mesi, il suo limite di 6 mesi diventa di 7 mesi e il limite massimo complessivo di fruizione tra i due genitori diventa di 11 mesi (7 mesi x il padre, e 4 mesi x la madre).
Nel caso di unico genitore il periodo di astensione facoltativa compete per 10 mesi, entro il compimento dell’8° anno del bambino.
Dal 28 marzo 2000, l’indennità per astensione facoltativa compete per un periodo complessivo di 6 mesi tra i genitori, nella misura del 30% della retribuzione (media globale giornaliera del mese precedente l’astensione obbligatoria, esclusi i ratei delle mensilità aggiuntive e degli eventuali premi) fino al compimento del 3° anno.
Il datore di lavoro deve concedere alle lavoratrici madri, durante il 1° anno del bambino 2 permessi di riposo di 1 ora, anche cumulabili durante la giornata. Il riposo è di un’ora solo se l’orario giornaliero di lavoro è inferiore a 6 ore. Le ore devono essere concesse anche se non vi è allattamento, e devono essere retribuite , per conto INPS da parte del datore di lavoro.
Detto beneficio è fruibile anche dal padre lavoratore nei seguenti casi: qualora i figli siano affidati al solo padre; in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga; se la madre non è lavoratrice dipendente. In caso di parto plurimo, le ore di permesso vengono raddoppiate, e il padre può usufruire di quelle aggiuntive.
Con la nuova legge, il diritto ad astenersi alternativamente dal lavoro durante le malattie del bambino viene fissato per entrambi i genitori fino al compimento dell’ 8° anno di età. Fino al compimento del 3° anno di età del bambino non si prevedono limiti temporali di fruizione, dai 3 anni agli 8 è previsto il limite di 5 giorni all’anno per ciascun genitore.
Spero che questo articolo sia utile a molte di voi, la legge tutela le mamme e i papi facciamo in modo che venga applicata, non abbiate paura di far valere i vostri diritti!!!!
Buondì e alla prossima, non so quando….. frattanto io mi godo questo lieto evento, mamma Katia!!!!

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ABORTO: “DECIDONO LE DONNE…..”

L’aborto è uno degli argomenti delicati di cui trattare perché abbraccia tanti aspetti della vita la libertà, la moralità, la cultura……Una donna che sceglie di ricorrere all’interruzione della gravidanza, qualunque ne sia il movente, deve essere libera ed autonoma partendo dal presupposto che tale tipo di scelta rappresenta una delle più emotivamente dure che si possano prendere nell’arco di una vita!!!

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In Italia la legge sull’aborto risale ad anni piuttosto recenti. Prima del 1978 la disciplina penale considerava l’aborto provocato intenzionalmente come un grave reato, per il quale erano previste sanzioni piuttosto severe contenute nel titolo X del libro II del codice penale.
Tuttavia la Corte Costituzionale, pur ritenendo che “la tutela del concepito ha fondamento costituzionale”, art. 2 della Costituzione in difesa dei diritti inviolabili dell’uomo, si espresse in favore dell’interruzione della gravidanza se giustificata da motivi molto gravi con la sentenza n. 27 del 18/2/1975. Fu questo il primo passo verso una visione più moderna, aprendo di fatto la strada verso la nuova disciplina sull’aborto. Invero, tre anni dopo, più precisamente il 22/5/1978, veniva definitivamente approvata la legge sull’aborto n. 194, secondo la quale decadevano i reati previsti dal titolo X e si consentiva l’interruzione della gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione, nei casi in cui la sua prosecuzione costituisse gravi rischi per la salute psico-fisica della donna.
La legge sull’aborto 194/78 contiene le “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, attraverso le quali lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconoscendo il valore sociale della maternità e tutelando la vita umana sin dal suo inizio.
Per poter effettuare la procedura di aborto la donna deve avere un colloquio preliminare con un medico, che esamina insieme a lei e al padre del concepito – ove la donna lo consenta – i motivi della richiesta, la informa dei suoi diritti e sulle opzioni alternative e la invita a riflettere per 7 giorni. Trascorso questo periodo la gestante potrà recarsi in una delle strutture che effettuano l’intervento: presentando un certificato rilasciato dal primo medico, che attesti l’avvenuto colloquio, potrà dunque interrompere la gravidanza
Come detto, per ricorrere all’IVG devono sussistere alcune condizioni fondamentali secondo le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Tra le cause che possono mettere in pericolo la condizione della gestante sono annoverate non solo quelle che riguardano il suo stato clinico, ma anche le sue condizioni economiche, sociali o familiari, le circostanze in cui è avvenuto il concepimento o previsioni di malformazioni del nascituro.
L’aborto provocato viene effettuato da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale oppure presso uno degli ospedali pubblici specializzati. Essendo stata ammessa dalla legge sull’aborto l’obiezione di coscienza da parte dei medici, questi devono esprimersi preventivamente circa l’accettazione di queste norme; i medici possano ricorrere all’obiezione di coscienza nel caso ritengano l’aborto contrario alle loro convinzioni morali o religiose. Tuttavia il personale non può rifiutarsi di procedere all’intervento quando la vita della donna è in imminente pericolo. Inoltre l’obiezione si applica solo alle procedure specificamente dirette all’interruzione di gravidanza, e non alle attività di assistenza antecedente e conseguente l’operazione.
La richiesta di interruzione della gravidanza viene fatta personalmente dalla donna. Nel caso in cui la donna sia di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto l’assenso di chi esercita su di lei la potestà o la tutela.
Tra le motivazioni principali che avevano portato all’istituzione della legge 194/78 riguardavano soprattutto la diminuzione degli aborti terapeutici e di quelli spontanei e inoltre l’assistenza delle donne che sempre più spesso ricorrevano ad aborti clandestini. La legge si proponeva inoltre di favorire la procreazione cosciente e di aiutare la maternità!!
Dopo questo breve excursus legislativo sull’aborto, spiegando come la nostra nazione si sia evoluta in merito all’autodeterminazione delle donne, vorrei introdurre un argomento che da giorni turba la nostra Regione.

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Un vespaio di ovvie polemiche ha provocato la proposta di legge, a mio dire “assurda”, presentata dai “nostri” consiglieri regionali Aurelio Pace e Luigi Bradascio, un “Fondo per la Vita” che, attraverso l’erogazione di 250 euro al mese, tutelerebbe le donne che rinunciano ad abortire.
“Un problema reale della nostra società è il notevole calo demografico che si registra a livello nazionale ma ancora più in particolare a livello della nostra Regione. A ciò contribuisce anche l’interruzione volontaria della gravidanza permessa dalla legge 194/78 che, al di là di ogni considerazione etica e ideologica, costituisce un trauma che interpella tutti, cattolici e laici”. Questo è l’incipit della relazione della proposta di legge denominata “Misure di sostegno sociale alla maternità e alla natalità” di iniziativa dei suddetti consiglieri.
In una sorta di delirante ottimismo, i due consiglieri scrivono nell’articolo 1 che “La presente legge si prefigge di tutelare la maternità e la vita umana fin dal concepimento e di garantire interventi di sostegno alla maternità e paternità e al benessere del bambino, rimuovendo le cause di ordine sociale, psicologico ed economico che possono ostacolare una procreazione consapevole e determinare l’interruzione della gravidanza”. Problemi sociali, psicologici ed economici, insomma, rimossi col potente colpo di spugna di 250 € mensili; si tratta di una proposta a dir poco oscena: quelli che credono di occuparsi di tutela della maternità dovrebbero ripensare seriamente al proprio ruolo ed accorgersi di essere inutili e fuori luogo se convinti che la scelta della vita può passare per la modica cifra di 4500 € suddivisa in piccole e comode rate mensili!!!!!!
Mettendo in discussione il diritto all’autodeterminazione sancito con la legge 194/78 e sminuendo la portata di un provvedimento che ha rappresentato per le donne una grande conquista, questa proposta rappresenta una visione maschilista e retrograda della condizione e del ruolo della donna.
Mi auguro che tale proposta rimanga tale per poter garantire a tutte le donne lucane la difesa della libertà di scelta e del diritto all’autodeterminazione, la cui primaria manifestazione è nel diritto alla salute nonché nelle scelte riproduttive!!!!
Buondì mamma Katia!!!

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Voler essere genitori

La maggior parte delle coppie nel corso della loro relazione sentono l’esigenza di avere un figlio per coronare il loro amore e per completarsi! Non sempre però la natura li accontenta, per ovviare al problema ed esaudire il loro desiderio le coppie ricorrono a metodi alternativi….primo fra tutti la fecondazione assistita.

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Nel 2004 il Parlamento italiano ha approvato la legge che regola tale tecnica nel nostro paese. Per la legge 40 la fecondazione assistita è la pratica medica atta a “favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dall’infertilità umana qualora non vi siano altri modi efficaci per rimuovere le cause di sterilità o di infertilità”.
La pratica nel territorio italiano è consentita alle coppie maggiorenni sterili di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi. L’infertilità e la sterilità devono essere certificate dal medico. La fecondazione è invece preclusa ai single, alle coppie omosessuali ed alle donne in età avanzata. E’ vietata la fecondazione eterologa, ossia effettuata ricorrendo ad ovuli o spermatozoi provenienti da persone esterne alla coppia.
La coppia può recedere dall’intenzione di ricorrere alla fecondazione assistita finché l’ovulo non sia stato fecondato dopo quel momento non sarà più possibile tornare indietro. Invero è vietata la sperimentazione sugli embrioni, il congelamento a scopo di ricerca o di procreazione, la manipolazione e la selezione degli embrioni, questi nel numero massimo di tre devono essere tutti impiantati in utero ed è vietato l’aborto selettivo di gravidanze plurigemellari.
Sono altresì vietate le indagini pre-impianto, se una donna portatrice di anomalie genetiche avrà un bambino sano oppure malato potrà saperlo soltanto dopo il trasferimento in utero. L’embrione che sarà trasferito in utero viene riconosciuto fin da subito come soggetto giuridico.
La legge 40/2004 non ha avuto un iter facile trattando una materia molto delicata in termini di etica e di morale. Nel 2005 si è svolto anche un referendum abrogativo per smantellare i punti più controversi della Legge, ma senza esito per il mancato raggiungimento del quorum. La legge, nel corso degli ultimi anni, ha subito delle modifiche nelle sue possibili applicazioni, a seguito di interventi da parte delle istituzioni e della Corte Costituzionale.
Altresì le coppie ricorrono all’adozione…. un’altra soluzione non semplice con un inter complesso….

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La materia è disciplinata dalla legge n. 184/83 (Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori), modificata nell’ambito dell’adozione di minori stranieri dalla legge n. 476/98 (Ratifica ed esecuzione della convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, stipulata a L’Aja il 29 maggio 1993), mentre nell’ambito dell’adozione di minori italiani dalla legge n. 149/01 (Modifiche alla legge n. 184/83 e al titolo 8 del libro primo del codice civile).
L’adozione di minori è un istituto previsto per il minore in situazione di abbandono, perché privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi e volta a fornirgli una famiglia che sia idonea a educarlo, istruirlo e mantenerlo.
Con l’adozione si vuole quindi fornire un ambiente familiare al minore che ne è privo.
Possono essere adottati i minori precedentemente dichiarati in stato di adottabilità dal Tribunale per i minorenni, ossia nei casi in cui egli si trovi in situazione di abbandono morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, a meno che non si tratti di una situazione di forza maggiore di carattere transitorio.
La dichiarazione di stato di adottabilità può riguardare sia figli di genitori conosciuti, ossia dichiarati alla nascita ma poi abbandonati, sia figli di genitori sconosciuti.
Lo stato di adottabilità non è ancora adozione: i coniugi che intendono adottare, infatti, devono presentare domanda al Tribunale per i minorenni, specificando l’eventuale disponibilità ad adottare più fratelli. Il Tribunale per i minorenni, accertati previamente i requisiti richiesti dalla legge, dispone l’esecuzione delle adeguate indagini riguardanti, in particolare, l’attitudine a educare il minore, la situazione personale ed economica, la salute, l’ambiente familiare degli adottanti, i motivi per i quali questi ultimi desiderano adottare il minore, e sceglie fra le coppie che hanno presentato domanda quella maggiormente in grado di corrispondere alle esigenze del minore.
Il Tribunale per i minorenni, in camera di consiglio, sentiti il pubblico ministero, gli ascendenti degli adottanti ove esistano, il minore che abbia compiuto gli anni dodici e, se opportuno, anche il minore di età inferiore, omessa ogni altra formalità di procedura, dispone l’affidamento preadottivo e ne determina le modalità. Il minore che abbia compiuto gli anni dodici deve manifestare espresso consenso all’affidamento alla coppia prescelta.
Il Tribunale per i minorenni deve in ogni caso informare i richiedenti sui fatti rilevanti, relativi al minore, emersi dalle indagini.
Il Tribunale per i minorenni vigila sul buon andamento dell’affidamento preadottivo direttamente o avvalendosi del Giudice tutelare e dei servizi psicosociali del luogo dove vive il bambino con la coppia.
Decorso di norma un anno dall’affidamento, il Tribunale per i minorenni che ha dichiarato lo stato di adottabilità, sentiti i coniugi adottanti, il minore che abbia compiuto gli anni dodici e, se opportuno, anche il minore di età inferiore, il pubblico ministero, il tutore, il Giudice tutelare e i servizi locali, se incaricati della vigilanza, verifica che ricorrano tutti i requisiti richiesti per l’adozione e, senza altra formalità di procedura, provvede sull’adozione con decreto motivato in camera di consiglio, decidendo di fare luogo o di non fare luogo all’adozione.

L’adozione comporta una serie di conseguenze giuridiche: l’adottato italiano o straniero acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti; l’adottato assume e trasmette il cognome; cessano i rapporti verso la famiglia d’origine, salvo i divieti matrimoniali; qualora a essere adottato sia un minore straniero, esso assume anche la cittadinanza italiana.
L’adottato diviene in pratica un figlio legittimo degli adottanti!
L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, tra i quali non sussista separazione personale neppure di fatto.
Con le modifiche introdotte dalla legge n. 149/01, le coppie di aspiranti genitori possono essere sposate anche da un periodo di tempo inferiore, purché risultino unite in convivenza stabile e continuativa complessivamente da almeno tre anni (sommando il periodo antecedente e quello successivo al matrimonio).
La differenza di età tra gli adottanti e l’adottato deve essere di almeno diciotto anni, ma non superare i quarantacinque anni.
I coniugi devono essere, poi, affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare.

Chiunque, però, desideri un bambino a tutti i costi può ricorrere alla maternità surrogata.

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Tutti lo chiamano “utero in affitto”, ma gli esperti preferiscono definirla “maternità surrogata” o “assistita”. In pratica: una donna si fa carico di una gravidanza, per conto di una coppia sterile, omosessuale o di un single, fino al parto. La fecondazione (in vitro) viene effettuata con seme e ovuli della coppia richiedente o, se necessario, di donatori e donatrici. L’embrione, poi, viene impiantato nell’utero della portatrice (o madre surrogata), che partorirà senza essere però riconosciuta come madre. La madre legale sarà solo colei che ha trasmesso i geni, anche se non ha partorito. Secondo diverse sentenze, per riconoscere i diritti genitoriali non basta il parto, occorre una connessione genetica.
In Italia questa procedura non è legale: la legge 40 del 2004 la vieta espressamente. Nonostante questo, sempre più coppie italiane decidono di ricorrere alla maternità assistita ma all’estero, in Paesi come Canada, Stati Uniti, Russia, Ucraina o India.
La maternità surrogata permette di diventare genitore anche a chi non riesce a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per altri. Pratiche come la maternità surrogata, sconosciute fino a trent’anni fa, pongono nuovi problemi in campo legale.
Il principio su cui si basa questa pratica è che siano genitori coloro che trasmettono il proprio patrimonio genetico. Colei che porta avanti la gravidanza e partorisce un bambino che non ha i suoi geni non ne sarà la madre legale. Questo principio non è però riconosciuto ovunque. Quindi è necessario recarsi in un paese che riconosca la genitorialità genetica e regoli con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici. Il risultato finale è un certificato di nascita nel quale sarà genitore chi ha trasmesso il patrimonio genetico. Il documento, legittimo e basato su da dati accertabili, sarà trascritto nei registri di Stato Civile.
Le coppie eterosessuali, se possibile, utilizzano il proprio materiale genetico. I single e le coppie omosessuali hanno bisogno anche di un ulteriore donatore. Nel caso in cui è l’ovulo a essere necessario, la donna che lo dona sarà diversa dalla portatrice.
Il desiderio di avere un figlio a volte è talmente forte da superare le barriere legislative nazionali!!!!!
Buona giornata a tutti mamma Katia!!!

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