Archivio dell'autore: Ilenia Amati

GRAZIE PERCHE’………

E’ da poco scattato il 2015, le feste sono terminate. Qualcuno ne sente già nostalgia, qualcun altro non ne vedeva l’ora. Tutti siamo tornati ai nostri posti, alle nostre attività, alle nostre corse contro il tempo. Anche noi del gruppo Autori Mom ci stiamo rimettendo in carreggiata occupando ognuno il proprio giorno e la propria categoria, nella speranza di portare un attimo di riflessione, svago, compagnia nelle giornate di questo nuovo anno con i nostri articoli.

Prima di tornare a questa “normalità”, però, è doveroso ringraziare chi ci ha affiancati in questa ultima parte di percorso: gli autori del Calendario di Avvento. Mom e Pom che, nonostante le corse quotidiane, hanno voluto regalare una perla giornaliera, un augurio, un pensiero, a volte intimo, durante le giornate che ci separavano dal Natale. In maniera casuale ognuno ha “fatto suo” questo percorso.

La parola percorso ha più significati, il primo è correre, il secondo, invece, è attraversare insieme. In questi giorni di Avvento abbiamo affrontato e attraversato  insieme il percorso, non sempre semplice, della vita. Abbiamo contribuito a costruire una “Pedagogia dell’Essenziale” per dare e ri-dare speranza a tante Mom e Pom che magari con i nostri articoli, come antidoto al declino, si sono sentiti meno soli nel tram tram quotidiano. Abbiamo fatto riemergere con  poche righe, principi base come la solidarietà, la sobrietà, l’equilibrio. E’ stato bello scrivere tutti insieme perché così facendo abbiamo capito quello che conta davvero. Ci siamo dati tempo per meditare prima di scrivere; abbiamo ricercato le cose importanti senza darci fretta. Abbiamo aspettato; abbiamo cambiato il nostro punto di vista leggendo quello dell’altro. Nei commenti abbiamo ricercato reciprocità e dialogo. Abbiamo ironizzato, siamo stati leggeri anche se avevamo il cuore pesante. Siamo stati curiosi e abbiamo suscitato curiosità. Abbiamo dialogato con l’incertezza e aspettato l’inatteso esplorando mondi impossibili resi possibili.

Prima di cominciare questo nuovo anno quindi, a nome del gruppo Autori Mom, ringrazio tutti coloro che hanno accolto la sfida di dedicare tempo alla scrittura di un pensiero durante questo Avvento. Grazie ad Agnese dell’Acqua, Angela Amendolagine, a Marisa Duni Plasmati, a Giovanna Corniola, a Valeria Cosola, a Laura Giannatelli, a Massimo Cifarelli , a  Ilenia Amati, a Marienza Montemurro, a Arianna Di Trani, a Stefania Mele, a Monica Filippi, a Margherita Ninni, a Marinella Monte, a Annalisa Galeota , a Nino Stella, a Nausica Montemurro, al Duca d’Auge, a Gabry Montanaro, a Patrizia Galeota, ad Angela Olivieri, a Serena Vigoriti, ad Iva Nemcova.

Infine gli ultimi tre ringraziamenti: a Tina Festa, Presidente e fondatrice dell’Associazione Mom e a Clara Longo, Admin e Referente coordinatrice (anche a nove mesi di gravidanza!!) del gruppo Autori Mom. Per ultimi, ma non meno importanti, grazie a tutti voi che ci avete letto, nelle pause caffè, fra una poppata e un pannetto, in ascensore, dopo aver accompagnato i bambini a scuola, prima di entrare in ufficio o in aula, in treno, dal dottore, alla cassa di un supermercato… grazie perché avete saputo leggere nei cuori e nelle intenzioni di ognuno di noi, alle volte commuovendovi, altre volte emozionandovi, altre ancora facendovi venire la pelle d’oca.

Grazie a tutti per questa con-divisione… che ha reso la preparazione al Natale di ognuno di noi migliore!

Ilenia Amati

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Il pastore della meraviglia

Adoro l’arrivo del Natale, adoro le lucine, adoro il profumo nelle strade che cambia, adoro vedere il diverso passo della gente per le strade, adoro le recite che si fanno a scuola, adoro la novena che si fa in parrocchia.. ma più di tutto adoro osservare i pupi del Presepe. Il loro ordine non è mai casuale, ognuno è al suo posto ad “attendere” la nascita.. chi in maniera attiva, chi in maniera passiva.. chi addirittura dormendo. I miei  personaggi preferiti sono due: un pastore, da qualcuno chiamato “Pastore della Meraviglia” (per intenderci è quel pastore che ha la bocca aperta..e credo sia presente in tutti i presepi) e “Beniamino”, il pastorello che dorme, o meglio sogna.

      Questi due personaggi, da sempre hanno catturato la mia attenzione,sin da piccola, ma li ho amati quando, incuriosita, ho letto il libro “Il pastore della meravigliail romanzo del presepe, edizioni San Paolo, 2007“, di Gennaro Matino.                                                   

Questo libro in maniera piacevole e accattivante, narra la storia del presepe napoletano popolare, servendosi della narrazione che un vecchio fa ad un giovane. A Gennarino, è stato assegnato  come compito una ricerca sul presepe napoletano: su questo argomento nessuno, per  offrire spiegazioni, sembra più indicato del vecchio Peppeappassionato cultore del presepe e di tutto ciò che lo riguarda. Il vecchio non rinuncerebbe mai ad allestire il suo presepe a Natale. Un incontro davvero fortunato: un vecchio, con l’ansia di trasmettere, e un ragazzetto che, dapprima per necessità scolastica, poi per curiosità ed interesse crescente, vuole sapere. Il ragazzo aiuta “zio Peppe” a sistemare i “pastori” sul presepe e il vecchio, mano a mano, va spiegando la storia del presepe, presentando i personaggi, di cui rivela il significato simbolico. Si sofferma su due personaggi “chiave”, il “pastore della meraviglia” e“Benino”. Ed alla fine, si è quasi alla mezzanotte, per Gennarino la ricerca è passata in secondo piano, rispetto alla rivelazione di un mondo per lui del tutto nuovo. Andato lì a raccogliere notizie per un noiosissimo compito scolastico, si è lasciato prendere ed affascinare dalla storia vasta e complessa del presepe: alla fine, ha compreso che il presepe non è solo un più o meno artistico passatempo, ma è soprattutto l’espressione di una concezione del mondo, della vita.

A casa mia il presepe, dall’anno scorso, anno in cui ci siamo sposati, lo costruisce mio marito Giuseppe, si arma di legnetti e colla a caldo e via ..comincia la preparazione a settembre: lo cura nei piccoli dettagli.

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Ogni personaggio viene messo al suo posto. Dall’anno scorso lo scenario è cambiato, le botteghe sono cambiate, la capanna è cambiata. Io ho sistemato solo i due personaggi: mi ricordano tanto la vita. Quest’anno, infatti,  il nostro presepe ha un significato “speciale”: la capanna che attende la nascita di Gesù Bambino è “separata” dalla vita del paese..è su un’altura. Vicino, ma non troppo, vi è lui…il Pastore della Meraviglia: le braccia al cielo e la bocca spalancata.

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Lo stupore di chi, ancora una volta dopo tanti anni, riesce a rimanere a bocca aperta dinanzi alla grotta, davanti alla nascita di un bambino piccolo, davanti a quel Signore che, oggi come allora, nasce in un mondo povero non tanto economicamente quanto di sentimenti, in un mondo in cui i diritti vengono scambiati per piaceri, in un mondo in cui si muore non tanto di vecchiaia ma di malattie. Lo stupore di chi, come me e Giuseppe, riesce a far nascere di nuovo Gesù Bambino dopo un anno che ha stravolto le nostre vite facendo cadere quelle certezze che una giovane coppia a pochi mesi dal matrimonio aveva. Era quasi Natale l’anno scorso, quando la casa-famiglia per minori presso la quale da tanti anni lavoravamo entrambi (con un contratto indeterminato) ha chiuso mandando tutti a casa, senza un minimo segnale, un minimo campanellino d’allarme, un minimo preavviso. Era da pochi giorni trascorso Natale quando mio zio, già ammalato di tumore e operato diverse volte, si è sentito male, lasciando una moglie e due figli dopo qualche settimana. Era agosto quando il nonno di Giuseppe è uscito di casa come ogni mattina per andare a comprare il pane e non ha più fatto rientro, non ha lasciato tracce. E’  scomparso.. anzi, come dicono i vigili del fuoco, è “disperso”..come diciamo noi è sparito senza neanche darci una tomba sulla quale lasciare un fiore. Era settembre quando viene a mancare la mia nonna…Ed è dicembre: è nuovamente Natale. Tre persone care, con due delle  quali ho trascorso tutti e 28 i Natali della mia vita, non ci sono più. La mia mamma non farà i suoi soliti addobbi sempre bellissimi l’8 dicembre. Niente lucine, niente palline. Io e Giuseppe invece no. Da noi è tutto pronto. E’ stato un anno duro, ma voglio essere sotto la capanna a meravigliarmi ancora dell’immensità di questo mistero, che ogni anno mi da la possibilità di “ri- nascere” …nonostante tutto.                                                                                         20141206_182506

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IL DIRITTO DEI BAMBINI (e delle mamme) A PIANGERE ALL’ASILO!

Il primo giorno di scuola. Il primo giorno della scuola “nuova”. Il primo giorno, per i bimbi che hanno già frequentato il nido, della scuola dei “grandi”. Il primo giorno della scuola “bella”. Il primo giorno della scuola “conTantiBimbiDoveFaraiTanteCose” (per dire questa frase non si prende nemmeno il respiro). Il primo giorno della scuola “…”

Il primo giorno in realtà non è il primo giorno. Nella mente delle mamme, in particolar modo, questo primo giorno comincia, a prescindere dallo spegnimento della terza candelina, il 1° gennaio dell’anno in cui si compirà tre anni. Tre anni = asilo. Mano a mano si avvicina settembre, il pensiero del “primo giorno” diventa assordante. Nella mente nulla ha tanta valenza come “il primo giorno”. Addirittura pare che il 44% dei genitori ha iniziato proprio in corrispondenza della data infausta a pensare a un altro figlio e i tre quarti dei padri e della madri ha dichiarato di vivere il primo giorno di scuola come la fine definitiva di un’epoca. Certo è che vedere il figlio, con il grembiulino e lo zainetto davanti alla scuola fa venire un certo groppo alla gola, persino ai genitori più controllati. E’ uno di quei momenti topici in cui si inizia a pensare “eppure mi sembra ieri che aveva il pannetto”, “mi sembra ieri che ha iniziato a parlare”, “mi sembra ieri che ha soffiato la sua prima candelina”. I pensieri che si accavallano sono tanti.. quello più martellante è: “piangerà!”, “piangerà?”, “piangerò!”, piangerò?”. (Questione di “punti”…)

Tante sono le legende metropolitane che circolano attorno al bambino che piange o non piange all’asilo. Se piange è un “frignone” troppo attaccato alla mamma, se non piange è “impossibile” che non lo faccia, oppure non è attaccato alla mamma, ecc. ecc., fatto sta che, come la si fa la si fa,.. si troverà sicuramente un’altra mamma che non condivide!

Sono molto legata ad un libro che tutti conosciamo Il piccolo principe, ed in particolar modo a questo passo  “..E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “….piangerò”. “La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”“ E’ vero” disse la volpe. “Ma piangerai!” disse il piccolo principe. “E’ certo”, disse la volpe. “Ma tu allora che ci guadagni?”. “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.  “Tu hai voluto che ti addomesticassi”.

Come può una mamma e un bambino non avere il magone il primo giorno di scuola, dopo essersi addomesticati? Addomesticarsi significa “creare dei legami”, e quale legame più bello vi è più  che fra una mamma e un bambino?.

E se i bambini piangono a scuola per un mese c’è qualche problema, vero? Mi piace sempre dire che i bambini non sono tutti uguali, lo sentiamo dire mille volte, eppure pretendiamo che siano tutti in grado nello stesso momento (indipendentemente che siano nati a gennaio o a dicembre!) di affrontare un distacco sereno. Innanzitutto è importante vedere se il bambino ha già sviluppato la capacità di capire che la mamma e il papà DAVVERO torneranno a prenderlo, una cosa che per noi è scontata e che per loro non lo è affatto.

Immaginate di trovarvi in un luogo straniero e l’unica persona del luogo che vi sta guidando, dopo avervi lasciato in un posto affollato pieno di persone spaesate tanto quanto voi, vi dice che tornerà presto a prendervi, come vi sentireste?.

 Molto utili in caso di pianto continuo (e non) potrebbero rivelarsi i giochi di ruolo con pupazzi e bambole che lasciano i loro piccoli ad un altro adulto per andare a fare la spesa e poi ritornano a prenderli, oppure il classico nascondino (sarà utile per trasmettere il messaggio “ora ci sono, ora non mi vedi più, ora ci sono di nuovo”).

Purtroppo un inserimento davvero graduale in cui i bisogni emotivi dei bambini siano rispettati in toto è di pochissime scuole. I bambini davvero non sono tutti uguali. Alcuni, di indole molto adattabile, si ambientano subito perfettamente, altri mostrano segnali di sofferenza per le prime settimane per poi adattarsi, altri ancora non si adattano e sviluppano una serie di conseguenze negative a breve termine (rifiuto di mangiare, sonno agitato, rifiuto di andare in bagno, pianto immotivato…), e, in alcuni casi, a lungo termine (sfiducia nell’adulto di riferimento, perdita della connessione con la famiglia, eccessiva timidezza…). E’ pur vero che nelle scuole esistono reali esigenze organizzative che non possono andare incontro alle esigenze di tutti, ma potrebbe risultare utile ad esempio, conoscere l’insegnante prima dell’inizio dell’asilo, prolungare il tempo di presenza del genitore o accorciare le ore in cui il bambino sta a scuola, fare il pranzo a casa o qualunque altra cosa che faccia sentire il bambino sereno di essere in un luogo protetto. Se invece vi siete resi conto che il bambino  non è ancora pronto al distacco, o il tempo dedicato all’inserimento è quasi inesistente e vostro figlio continua a disperarsi tanto, cosa si può fare?

 

  • Non addossate colpe al bambino perchè piange
  • Non fate confronti con altri bambini che conoscete, fratelli o compagni di scuola che sono sorridenti
  • Dedicate tempo, a casa durante la preparazione al distacco, e  nel momento del distacco
  • Abbracciatelo prima di lasciarlo
  • Chiedetegli dove sente la tristezza nel suo corpo e provate insieme a “fare spazio” a questa sensazione in tutto il corpo.
  • Non pensate che “è solo un capriccio”, il pianto è l’espressione di un bisogno, spesso momentaneo. (I bambini vivono nell’attimo presente, in quel momento sono realmente disperati, anche se forse un momento dopo saranno felici di condividere un gioco con un compagno).

Ritengo che state facendo ENTRAMBI un grande passo e tutte le indicazioni scritte sopra valgono anche per le mamme; non fate confronti con gli altri genitori (soprattutto con quelli della “Mulino Bianco”),  non datevi colpe. Questa separazione non è dolorosa soltanto per il bambino; anche la madre o il padre possono vivere con ansia questo delicato momento. Basta prenderne gradualmente coscienza e non trasmettere, al momento del distacco la vostra paura ed insicurezza anche al bambino, il quale inevitabilmente comincerà a piangere, urlare o a guardarlo con occhi terrorizzati mentre vi allontanate. Le paure dei genitori non devono diventare un blocco per l’autonomia del bambino.

Concludo con qualche “consiglio” per le mamme per affrontare questa esperienza in modo sereno e non traumatico:

  • Fate un’analisi dei sentimenti che provate nei confronti di questo distacco e di come essi possano influire sul vostro atteggiamento nei confronti del bambino.
  • Cercate di controllare eventuali sguardi ansiosi o disperati che renderebbero il bambino ancora più triste, sommando la vostra ansia alla sua.
  • Chiedete aiuto e consiglio alle maestre che hanno già affrontato molte volte questo problema e che sapranno darvi i suggerimenti più adatti per il vostro bambino (e soprattutto fidatevi delle maestre!)
  • Confrontatevi con gli altri genitori; scoprirete di non essere gli unici ad affrontare questa situazione e potrete essere una reciproca fonte di sostegno e consolazione (il gruppo Mom!).
  • Tenete presente che la maggior parte dei bambini smette di piangere pochissimi minuti dopo che ve ne siete andati.
  • Utilizzate il tragitto da casa all’asilo per descrivere le tappe della sua giornata: ditegli chi lo accoglierà facendo i nomi delle maestre e dei compagni ed invitatelo a ripeterli; cercate di incuriosirlo sulle attività che saranno svolte durante la giornata.
  • Soffermatevi sul rientro a casa dicendogli chi lo verrà a prendere e a che ora.
  • Se andate via mentre ancora sta piangendo, assumete un atteggiamento positivo e fiducioso; vedendovi sereni e fermi, comprensivi ma non disposti ad essere ricattati, si rincuorerà sul fatto di essere al sicuro.
  • I tempi di inserimento devono essere lenti e graduali nel rispetto dei diversi ritmi di adattamento che ciascun bambino possiede
  • Fategli portare all’asilo il suo orsacchiotto, straccetto o pupazzo preferito, o un vostro oggetto personale (magari con il vostro profumo): si tratta del suo “oggetto transizionale”, cioè di qualcosa che gli ricorda che può portarvi sempre con sé (dentro di sé) anche quando non siete fisicamente presenti.
  • A casa chiedetegli di raccontarvi ciò che fa all’asilo, elogiate i suoi progressi e mostrate interesse ed apprezzamento per le attività svolte; questo lo aiuterà a sentirsi fiducioso verso un ambiente che voi stessi gli presentate come positivo e stimolante.
  • Non copritelo di regali, imparerebbe che nella vita si fanno le cose per ricevere premi. Sarebbe diseducativo.

                                              Ilenia Amati

 

 

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PER UNA “PEDAGOGIA DELLA MORTE” di Ilenia Amati

“I ragazzi, gli adolescenti, hanno un rapporto complesso con la morte. Ne sono affascinati e hanno paura della sua vicinanza; da ciò si crea a volte un gioco ambiguo con essa e le sue rappresentazioni. Giocano a starle vicino, a “addomesticarla”, mostrandosi accanto a lei, mettendosela addosso: con anelli a forma di teschio, raccontando barzellette sugli scheletri, leggendo fumetti e letteratura macabra, assumendo comportamenti rischiosi e, in casi estremi, dedicandosi a culti satanici o a giochi diretti, senza ritorno. Il loro atteggiamento a volte sconcertante può essere spiegato da questi due aspetti legati fra loro: il rapporto con la morte e il rapporto con l’adolescenza. I genitori (e gli educatori) non sono estranei alla loro riflessione,fanno parte della questione, che non potrà essere superata senza una loro partecipazione attiva e consapevole.

L’adolescenza – le sue preoccupazioni, i suoi modi di pensare, le sue prove – e la morte hanno moltissime affinità. La morte è al di fuori della società, è oltre i suoi limiti, eppure ne sta al centro, la ritroviamo in tutti gli aspetti della nostra vita: basta ascoltare i notiziari quotidiani per convincersene. La morte significa rottura: con la vita, con l’ordine sociale. Anche quando si sa che sta per arrivare, rimane sempre un intollerabile scandalo, una ingiustizia, soprattutto quando “le vittime” sono proprio i coetanei.

La morte fa perdere all’essere umano ciò che lo rendeva unico, riconoscibile – i suoi modi di pensare, di provare emozioni, il suo modo di vedere il mondo, i suoi piccoli gesti, i suoi comportamenti, la sua camminata, ogni suo tratto.

La morte è ciò che chiude il gioco. Quando ha colpito e imposto il suo ordine non si muove più niente: la rigidezza del cadavere, l’ordine dei cimiteri, il gelo nei dialoghi e nelle relazioni. Chi ci lascia non può recuperare una cattiva azione, una parola sbagliata, correggere un errore, un malinteso, pagare i suoi debiti, dire che vuole bene nonostante la sua maschera di freddezza. Chi resta ha la responsabilità di vedere in un modo nuovo ciò che egli ha fatto e detto quando era in vita.

L’educazione è un aiuto alla ricerca di senso per ogni singola persona, un senso che dovrebbe avere il potere di incidere sull’esterno e sulla socialità. La “pedagogia del morire” non esula dalla ricerca di un orizzonte di significato e dovrebbe costituire un allargamento di senso sia potenziando le tecniche educative rispetto all’elaborazione del lutto e del congedo, sia portando la riflessione sulla morte ad una dimensione sociale.

Educare alla morte significa anzitutto rendere e rendersi coscienti della sua presenza ed imparare ad accettarla. Nella nostra società sembra che i bambini, i ragazzi e le ragazze non possano essere educati alle cose brutte e negative, ma la prima tappa all’educazione alla morte, l’accettazione, richiede forza e attività per importare e nominare la morte senza nasconderla e censurarla. Accettare la morte non significa aspettare che qualcuno di conosciuto muoia, ma vuol dire giocare d’anticipo attraverso la sua tematizzazione nei progetti educativi. Gli adolescenti cercano di sfidare la morte, che appare come il limite ultimo della loro vita; ricercano un’esperienza del brivido perché ne comprendono il carattere potenzialmente negativo. È necessaria una nuova ritualità educativa, che dissemini il percorso dell’educazione di momenti di morte e che tematizzi la precarietà e la mortalità delle persone.

Accettare la morte nell’educazione significa lasciare sempre più ampi spazi di autonomia al bambino e soprattutto programmare sempre più ampi spazi di tramonto e di assenza dell’educazione: questo comportamento rafforza la responsabilità del genitore, il quale deve valorizzare la quotidianità della relazione educativa, improntandola sulla certezza di una fine. Il potere di “dare la morte” e, forse proprio la consapevolezza di questo potere, sono decisivi per la nascita di una coscienza della morte stessa. La morte temuta risulta una figura consequenziale rispetto alla morte procurata: teme la morte chi l’ha sperimentata prima di tutto come proprio potere di annientamento e di annientarsi; teme la morte chi ha sentito la forza della possibilità di farla finita, con gli altri o con se stessi. Per temere e dunque per comprendere la morte occorre esperirla, almeno come possibilità.

Probabilmente in nessun momento della vita di un uomo e di una donna il tema della morte acquisisce centralità – nelle riflessioni, negli elaborati, nello spazio dell’immaginario, fino al mondo dei sogni – quanto negli anni dell’adolescenza. I ragazzi e le ragazze parlano, sognano, temono, giocano la morte nei loro riti quotidiani; ne fanno oggetto di scherno e di venerazione; la inseguono e spesso, purtroppo, la ricercano o la procurano.

È su questo fertile terreno che attecchisce la passione per l’horror: la “messainscenadellamorte” affascina ed evince i ragazzi. La rappresentazione dell’esperienza del morire scatena nei giovanissimi pulsioni ed energie inaspettate. L’adolescenza è una tanatologia in atto. Il processo di crescita affrontato dall’adolescente è una costellazione di esperienze di morte, che sconvolgono la sensibilità adolescenziale: vivere serenamente queste situazioni costituisce la fondamentale sfidaevolutiva per il/la giovane. Egli/ella deve morire alla propria infanzia per potersi pensare davvero adulto.

Si evince la necessità di far sperimentare ai ragazzi e alle ragazze la morte, in uno spazio protetto, nel quale vivere una finzione, che sia nello stesso tempo frattura e individuazione, rottura della quotidianità e salto verso differenti e adulte organizzazioni di sé; esperire la morte significa pensarsi e rappresentarsi prima e dopo l’incontro con la morte e cogliere i cambiamenti che questo incontro ha suscitato.

Ma l’esperienza della morte e del morire ha qualcosa di specifico, rispetto alle altre esperienze, qualcosa che ne fa un’esperienza limite e che abbisogna di precauzioni quando si vuole disseminare di esperienze di morte i percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze. A morire, infatti, sono sempre gli altri: non possiamo mai fare esperienza della nostra morte.

Nessuna morte può essere lasciata nell’oblio, perché ogni morte ci arricchisce di un’esperienza di senso diversa. Ogni morte ci lascia un messaggio, la richiesta disperata di conferimento di senso e di salvazione della vita nella dimensione del ricordo.

L’esperienza della morte diventa così possibilità di raccolta della memoria delle morti altrui e dei differenti modi di morire, ci permette di vivere il congedo nella sua dimensione plurale, affrontando in sede educativa i tratti comuni dei tanti ed irriducibili modi di andarsene, di lasciare il mondo, di morire.

Preparare l’altro (e se stessi) alla morte è forse la massima espressione della cura, perché bisogna allestire gli spazi, i tempi e i dispositivi specifici di elaborazione della sua morte all’interno di un’attiva rete sociale. Rendere esplicite le narrazioni sui pensieri relativi alla propria morte a partire dal gioco, per esempio lavorando con bambini in età evolutiva, può aiutare nella costruzione di un’educazione alla morte. È possibile sperimentare un’attività ludica con gli adolescenti, ove i ragazzi e le ragazze sono invitati a disegnare su un foglio la loro tomba o comunque il loro monumento funebre. Le considerazioni sul lavoro dei ragazzi e delle ragazze sono assai utili a proposito del tema della preparazione alla morte: spesso sorge il problema della data di morte, perché alcune persone semplicemente non riescono a determinarla neppure nella fantasia. È un’attività che smuove emozioni, rappresentazioni e vissuti profondi, ma permette di ragionare simbolicamente sull’immagine di sé che si ritiene di lasciare in eredità agli altri e sulla possibilità di giocare in anticipo la scelta rispetto a che cosa resterà di noi.

Preparare alla morte significa anzitutto condividere lo spiazzamento e la paura: ritrovarsi nella medesima situazione di creaturalità, d’esposizione e di nudità rispetto all’evento della morte.

In secondo luogo, la preparazione alla morte significa anche sottrazione della morte alla sua cruda materialità: l’aspetto visibile e fisico della morte è estremamente violento ed offensivo. Se non si può tacerlo o rimuoverlo, non si può nemmeno esibirlo nella sua cruda nudità: il destino finale, la sua dissoluzione non è il perno di una preparazione alla morte, ma questo fantasma aleggia nella stanza del morente ed è difficile allontanarlo.

Infine, preparare alla morte significa anche percepirne la presenza potenziale in ogni nostra giornata, non certo soltanto di fronte ai malati terminali, ma anche in un luminoso paesaggio primaverile o in un paesino sperduto di montagna. Sentire la presenza della morte significa attrezzarsi davvero, sotto il segno della comune precarietà, a vivere ogni nostro giorno come se fosse l’ultimo e solo per questo.

A volte è necessario tacere, perché tacere è l’unico modo per parlare davanti al mistero “insensato” della morte. La morte chiude nel duplice mutismo di chi se ne va e non può articolare parola e di chi resta e sente il silenzio accoglierlo e cullarlo. Tacere significa correre il rischio: il rischio che c’è dietro ogni fine della vita, ma anche dietro ogni fine di un progetto educativo. Non si sa cosa ci sia dopo la morte.. di questo bisogna tacere”. (Tratto dal testo di R. Mantegazza, Pedagogia della Morte, Città Aperta, Troina 2004 che consiglio vivamente.)

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La scuola delle Emozioni: apprendimento e rendimento scolastico

Ilenia Amati

L’anno scolastico è ormai giunto al termine: è tempo di fare bilanci, non quelli a cui siamo abituati quali voti, giudizi, pagelle, miglioramenti, peggioramenti. Quello di cui è necessario parlare èl a necessità di considerare gli affetti e le emozioni come parte integrante del processo di apprendimento e di formazione, dando loro una grande valenza formativa. Questo  nasce dalla chiara consapevolezza di quanto l’affettività possa  “facilitare o inibire, accelerare o ritardare la funzione conoscitiva, aiutare a recuperare l’attività di conoscenza come strumento per affrontare e risolvere i problemi di comunicazione con gli altri, le cose, l’ambiente, la cultura”. Infatti l’apprendimento, non è solo frutto di un’acquisizione proveniente dal mondo esterno, ma è mediato dal mondo interno del ragazzo che apprende, dalle sue emozioni, dai suoi affetti. L’apprendimento deve essere considerato come “legato allo sviluppo (presente, mancante o incompleto) delle emozioni, cioè alle vicissitudini emotive che determinano la qualità e il tipo di incontro con gli oggetti del mondo esterno[1]”. La scuola da sempre ha dimostrato un’eccessiva attenzione ai contenuti da apprendere, enfatizzando il livello cognitivo e dimenticando che in ogni evento educativo, alle variabili cognitive e culturali, si intersecano quelle emotive.  Nell’azione della didattica, ancora oggi, l’educazione emotiva infatti, non occupa un posto rilevante, eppure è ormai chiaro che non è possibile promuovere un apprendimento senza capire cosa succede dentro, emotivamente, nel momento in cui si interagisce con gli allievi, sopratutto con coloro i quali vivono delle situazioni di disagio. Alla base di ogni apprendimento umano significativo, vi sono i bisogni, gli interessi, le motivazioni personali. Significa che dietro al pensiero vi sono gli affetti, le emozioni, i desideri, le motivazioni. Escludere questi aspetti significa porre come base dell’apprendimento le motivazioni estrinseche ( ricompense o punizioni, apprezzamento o disapprovazione), piuttosto che un reale interesse, una sincera curiosità nei riguardi del “cosa apprendere”. Quando viene a mancare la partecipazione emotiva, da un lato viene meno l’acquisizione stabile e profonda del contenuto, dal momento che lo studio della materia è legato esclusivamente ad ottenere un buon voto, dall’altro, si crea una predisposizione negativa del soggetto nei confronti dell’apprendimento. [1]     Cfr. BLANDINO G. –GRANIERI B., (1995) La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e formazione degli insegnanti, Raffaello Cortina Editore, Milano.

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Approccio educativo per l’ evoluzione e la strutturazione temporale del movimento nei bambini

Foto di Alex Eylar

Intorno ai tre anni il bambino dovrebbe disporre di una motricità globale ben organizzata temporalmente.

La questione dell’evoluzione e della strutturazione temporale del movimento nei bambini può avere vari ambiti di interesse, io mi occuperò dell’approccio educativo. Affinchè questo avvenga è necessario:

  • lasciare esprimere il proprio ritmo al bambino nel corso dei giochi spontanei e delle attività di libera espressione.
  • Fare i girotondi e le danze cantate sono un materiale molto utile per l’educazione ritmica e per la formazione musicale dei bambini, in quanto vi è una stretta relazione corporea che unisce i bambini con il canto e con i movimenti.
  • I giochi motori accompagnati da percussioni permettono l’adattamento e il passaggio dai dati percettivi quali la voce, le battute di mano, ad esempio, che provengono dal proprio corpo a quelli che provengono dall’ambiente circostante.
  • L’aggiustamento su tema musicale è la logica conseguenza delle precedenti esperienze in quanto stimola l’adeguamento dei bambini a condizioni di spazio e di tempo che gli sono esterne.
  • L’espressione su tema musicale, inizialmente libera, successivamente si potrebbe utilizzare produzioni di musica per far esprimere al meglio il bambino, il quale, riascoltando la musica compirà gesti significativi che si adatteranno il più fedelmente possibile alla musica.

Il periodo invece attorno ai sei anni, inizia ad essere favorevole per uno sviluppo più finemente discriminativo della funzione temporale attraverso queste due prospettive:
favorire l’espressione dei ritmi corporei spontanei e la possibilità di sincronizzarli a supporti sonori adatti;

  • educare la percezione uditiva dei ritmi e più particolarmente quella delle strutture ritmiche;
  • apprendimento delle danze;
  • espressione corporea su basi musicali nella sua dimensione di messaggio estetico e gestuale.

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L’evoluzione dei giochi dei bambini da 0 a 12 anni

Il gioco dei bambini è in stretta relazione con la sua evoluzione percettiva, motoria, cognitiva, somatica e sociale. Questi aspetti, a seconda del loro livello di sviluppo danno una particolare caratterizzazione all’aspetto del gioco.

Foto di Gary Spielvogel

I giochi dei bambini possono essere distinti in giochi individuali, e vengono prevalentemente utilizzati sino ai sei anni, e giochi collettivi che progressivamente si sostituiscono ai precedenti, e in prevalenza hanno carattere motorio e assumono un rilevante significato sociale.
In base alle età di riferimento e agli aspetti funzionali possiamo distinguere:

  • Giochi simbolici e di immaginazione: questi caratterizzano il gioco del bambino fra i 4 e 7 anni.
  • Giochi funzionali: questi si dividono a loro volta in due: fino ai 6 anni circa sono quelli che si identificano nei giochi di esplorazione e di manipolazione, e quelli dai 7 ai 12 anni che assumono sempre più il “carattere di prodezza”, nei quali il bambino cerca sempre di più il confronto con ostacoli e compiti reali, in quanto compare in lui il desiderio di entrare in competizione con gli altri e di confrontarsi.
  • Giochi di regole: questi si chiamano così perchè hanno un significato diverso dagli sport sociali degli adulti. Sono molto ricercati fra i 7 e gli 11 anni ed esigono una ben definita strutturazione del gruppo: senso di solidarietà, senso morale, sentimento di appartenenza alla comunità, rispetto delle regole, capacità di comunicazione, cooperazione, organizzazione.
  • Giochi drammatici e temi musicali: questi rappresentano la naturale evoluzione dei giochi di immaginazione e simbolici verso forme di espressione più socializzate, ovvero la comunicazione si arricchisce di codici gestuali, artistici, estetici propri dell’ambiente sociale in cui il bambini vive.

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