Archivio dell'autore: Agnese Dell'Acqua

La cura

‘Arriva l’estate, si esce di più’. Inizio a ripetermi il mio mantra annuale, già mi galvanizza la giornata sempre più lunga: appena mi sveglio (ma ho dormito? Ora non importa, c’è il sole!) le ore che ho davanti sono sconfinati campi di luce che spero di percorrere in lungo e largo. Persino in compagnia di due bimbi nati nel giro di due anni e tot.

Marsupio e fascia: ce li ho. Passeggino leggero, pesante e gemellare: ce li ho tutti. Bel tempo: più o meno, un po’ di vento  non ci spaventa. Le rondini urlano di gioia e noi non possiamo mancare: la ‘piazza dei passetti ci aspetta’.

‘Ma come fai ad uscire con tutti e due i bambini?!?!?’ Ecco la domanda che a volte mi imbestialisce e a volte mi gasa l’autostima.

Ma quale sarebbe l’alternativa alle mie passeggiate da suspence, da horror vacui? Ed ecco che mi torna in mente una parola: la cura.

La cura.

Il pensiero di qualcuno che ci vuole bene e viene a bussare alla nostra porta per regalarci nuova energia, un’ora di giochi, una teglia di lasagne, due braccia meno stanche delle mie.

La cura.

Qualcuno che venga anche se non è stato chiamato. Perché la mamma col marsupio, la fascia e il passeggino gemellare non sa chiedere aiuto con la voce. Dice sempre ‘è tutto a posto, non serve niente’ .

La cura.

Qualcuno che conosca il chiaroscuro della mia voce, che sappia riconoscere le pieghe del mio viso persino al telefono e che venga a ‘dare una mano’ . Non c’è definizione più precisa per la cura, l’attenzione che si può donare ad una neomamma mono-bis-tris

Da quando mi é nato un altro pupo i miei sentimenti per il campanello di casa che suona improvvisamente sono radicalmente cambiati. Prima: ‘azz…, una visita giusto mo’! Stavo per uscire. La casa non è pulita…’

Oggi invece a quel  ‘driiiin’ il mio viso si distende: viene qualcuno. Non sono una supereroina. Esco domani, in fondo uscire da sola con due bambini non è sempre così figo.

Mi rilasso un attimo solo.

La cura. Mi piace.

 

 

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Il nostro 14

‘Io ho partorito, io ho partorito’… Sì, sono mamma da quasi 3 anni ma non c’è ancora giorno in cui non pensi al fatto che io, che il mio corpo, abbia partorito.

La scorsa settimana i miei due bambini hanno compiuto l’una 30, l’altro 3 mesi, il giorno 14…il 14 è diventato il mio numero, a caratteri di fuoco nella mia mente.

Diventare madre, COMUNQUE ACCADA, è l’esperienza più radicale che una donna possa vivere: tutto in lei si potenzia, amore, capacità di sacrificio, compassione per le sofferenze del mondo, percezione della Vita. Ma, e davvero mi perdonino tutte le mamme che hanno avuto un’esperienza diversa -compresa la mia che ha fatto ben 3 cesarei- aver partorito resta per me la più grandiosa delle mie imprese: dopo non mi sono più sentita la stessa. Tutto quello che oggi mi succede si relaziona ai miei due giorni ‘gloriosi’ e si ridimensiona.

I giorni precedenti il tempo ti sfugge di mano: abituata a poter pianificare impegni e scadenze sentondomi sempre proprietaria di ogni mio attimo, ho scoperto che il corpo segue un tempo misterioso e ancestrale: il bambino nascerà nel ‘suo’ giorno, chiamato al mondo dalla sua personale, imperscrutabile  vicenda.

E il travaglio non è una somma aritmetica di ore, ma è una lunghissima sequenza di spazi, di frammenti di infinito in cui mente e corpo ondeggiano fra dolore che ottenebra ogni senso e  benessere che sembra quasi stordire ogni percezione di sè, mentre quel grosso pancione è ormai solo una sottilissima intercapedine di pelle fra noi e la nostra creatura.

È a questo momento che penso più insistentemente, l’attimo in cui quel dolore cadenzato diventa ormai padrone di ogni fibra e ti ritrovi completamente raggomitolata nel tuo corpo teso allo spasmo: l’energia ti pervade e diventa propulsiva, non si torna più indietro. Come per milioni di donne intorno a me, come è stato per secoli e millenni, i figli ti attraversano completamente e nascono.  Anche i miei. Il giorno 14.

Una nonnina mi disse, una volta: ‘quando partorisci vai all’altro mondo e torni’. Nella mia ignoranza di allora pensavo volesse solo descrivere l’intensità del dolore che si prova. Oggi so cosa volesse riassumere quella frase, nella sua asciutta sapienza: partorire è andare in fondo a se stesse, svestire ogni maschera e incontrarsi autentiche, nude, eppure potentissime.

Dopo aver partorito mi sono amata come mai ero stata capace nella mia eterna adolescenza, sono entrata completamente in me stessa e mi sono appartenuta.

Chissà se i miei figli si soffermeranno mai a pensare al fatto di essere stati partoriti per via naturale: io che sono nata con il cesareo ho sempre saputo di essere ‘uscita dalla pancia’, ‘sorpresa’ nella beatitudine della mia vita fetale mentre mia madre affrontava il dolore ‘dopo’, nel decorso post operatorio che non rende affatto giustizia alla gioia della nascita.

Spero che i miei bambini vivano con un po’ di emozione il racconto del nostro 14, del giorno in cui il dolore ci ha fatto strada, del giorno in cui tutto è nato in me, con loro.

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9 settimane e 1/2

Seconda maternità, seconda volta in cui ho provato le stesse paure, le stesse ansie…quasi angosce, per la verità: chi mi ha già ‘letta’ sa che avevo descritto la mia seconda gravidanza in termini tragicomico-apocalittici.

Paura. Panico.

Due figli piccoli da gestire insieme: mi sembrava un salto nel vuoto o una corsa in auto a fari spenti.

Poi ho partorito. E, di nuovo, la catarsi da quella ‘me stessa’ così ‘deformata’, nel fisico (non sono una fan del corpo gravido) e nella psiche. Ancora una volta insieme al latte ho ricevuto energia, entusiasmo per la me stessa ‘madre’ e non più solo incinta, gratitudine gioiosa alla Vita.

E ora che sono a 9 settimane e mezzo dal parto forse posso tirare un sospiro di sollievo: anche questa volta niente lacrime, baby blues e depressione post partum. Stavolta ne avevo davvero paura. No, a quanto pare io sono piuttosto un tipo da depressione pre-parto.

E così pare che a 10 settimane sia fatta: non l’hai presa, la depressione ti ha scansata anche stavolta per scegliere un’altra mamma.

Chissà perché: questa volta mi sono soffermata a riflettere molto profondamente. Voglio pensare che possa essere perchè ho un buon livello culturale, leggo e mi informo molto. Oppure perché a dispetto della mia prima misura di reggiseno, in maternità divento un bovino da latteria e l’allattamento magari favorisce il buonumore. Oppure perché mio marito è bravo e affetuoso (devo scriverlo, legge il blog).

No. Niente di tutto questo.

Anche in questo secondo post partum mi sono salvata solo perchè di nuovo ho sentito nella mia mente ripetersi una frase, il mio mantra: ‘puoi farcela, puoi farcela’.

Ho ripensato alle cose che hanno attratto la mia attenzione in questi due anni e mezzo dedicati alla mia doppia mammitudine: passeggini (ne ho pure uno gemellare!!!), fasce, marsupi sono stati la mia voce di spesa più importante.

Perché? Perché il mio più grande terrore, il buco nero da cui scappo è la prigionia della casa, l’immagine di me stessa in pigiama, alla finestra, con un bambino urlante in braccio, la me stessa impotente.

Questo è DAVVERO ciò da cui fuggo e ogni giorno dei miei due post partum mi sono nutrita del piacere di aprire la porta e scappare, spesso da sola con entrambi i piccoli mentre in testa sentivo il mio mantra che poteva realizzarsi ad ogni passo.

Non sono in grado di capire la sconfinata potenza di una male come la depressione e non ho la minima competenza per poter dare consigli.

Ma a 9 settimane e mezzo dal parto, sperando che la tristezza da neomamma bis non mi colga proprio negli ultimi tre giorni rimasti, mi permetto solo di dire alle giovani mamme: cercate di scavare fra le vostre vere paure, individuate quella più grande e trovate il vostro strumento per dire ogni giorno ‘posso farcela’.

 

 

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E’ il secondo?

‘…ce l’ho fatta anche stamattina: lunedì d’autunno, cielo piangente, pupa duenne portata a scuola in un fiume di lacrime arrestatosi non appena giunta in aula, giusto in tempo per sferrare l’ultimo colpo al cuore di mamma, pila di bollette da pagare, pancia ad un’imprecisata settimana di gravidanza. Inoltrata.
Ma a quante settimane sono? Boh…chiederò al dottore, ho la visita il…il…ma quand’era???’

Seconda gravidanza.

Il regno delle sfumature grigie. Il trionfo dell’ormone impazzito. L’apocalisse del senso di colpa.

Prendo il numerino alle Poste Centrali, attesa prevista circa 120 minuti…riuscirò a sedermi? Cazz’, l’unico posto libero è giusto là…affianco a quell’altra appanzata!Faccia beata da prima gravidanza, già immagino le pezze che mi attaccherà…

-‘Ciaoanchetuuuu! Chebelpancione! Achesettimanasei? Io sono alla 20esima settimana, 3 giorni e 57 minuti! Che gioia! Stamattina ho fatto la morfo dal gine che mi ha fatto anche la 4D. Chemozionemammamia! Stasera vengono i nonni a cena e proietteremo il video sul megaschermo! Sonocosìultramegastrafelicissima!
Ah, oggi pomeriggio con mio maritopaparino andremo a comprare il trio: sai, c’è un megastore di Bari dove puoi provare i passeggini su diversi terreni, con ammortizzatore, ABS e servosterzo. Non vedo l’ora, ooomiodddddioo! Ihihihihi!
….Ah ma allora? Tu a che settimana sei? È il secondo?’

– ‘Ehm…io sono al…al settimo mese…suppergiù…ho già una bimba di due anni che ancora non dorme la notte, stavolta aspetto un maschio che già so mi farà schiattare, non ho ancora comprato neanche una tutina e se mi chiedi del parto ti faccio piangere, fidati. Ah, il trio non ricordo neanche di che colore sia. Ciao, è arrivato il mio turno, vado!’

Ecco. Mi aveva beccato in una giornata no. Quante ce ne sono, nella seconda gravidanza? Perché poi? Dov’è l’ascolto estatico del pancione? I massaggi, le danze catartiche, la beatitudine che ricordavo della prima gravidanza?

Sono già mamma di un altro piccolo cucciolo che reclama tutto anche se sono un pachiderma, e intanto la pancia cresce e una vita, una nuova persona, palpita, senza chiedere.

So di aver fortemente voluto quest’altro figlio: l’ho sognato nella penombra dei pomeriggi trascorsi accanto a mia figlia addormentata, sentivo che alla nostra tavola c’era già il suo posto. Eppure ora il suo arrivo è così carico di ansie, è il pensiero della gestione di entrambi mi atterrisce.

8 gennaio: la gravidanza è finita. La seconda gravidanza. La tremenda seconda gravidanza. L’attesa si è fatta febbrile e pacata insieme, la paura si mescola alla tenerezza struggente della piccolezza che sta per invaderci.

Cosa può aver compiuto la magia di scacciare i pensieri neri dell’autunno? Nulla. Tutto.
Avrò due figli. E la mia terribile meravigliosa ‘maggiore’ aspetta il fratello. Lo vuole. Lo vede attraverso la mia pelle e sogna di raccontargli i suoi segreti. Solo a lui,’a papà no’.

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