Brindare alle attese

 

di Nausica Montemurro

 

La vita è fatta di attese: in questo momento, sto aspettando che la pasta sia cotta (diciamo 10 o 12 minuti), che si carichi la vetrina Facebook con i prodotti della mia cliente (dipende dalla connessione), che le mie figlie mettano a posto tutti i pezzi del playmobil che giacciono sul pavimento in attesa che qualcuno, di cui non faccio i nomi, li raccolga (più o meno dopo che si sarà caricata la vetrina con i prodotti).

Qualche anno fa in tutto questo “aspettare” c’erano ansia, frustrazione, frenesia, desiderio, dover dimostrare a sé stessi o agli altri di “essere sul pezzo” e così via. E giù come un treno, due bimbe sotto i 30, un lavoro dietro l’altro, trasferte, progetti anche per due lire, ma sì tanto poi viaggio.

Fortunatamente, circa 4 anni fa, ho scoperto un modo per imparare ad aspettare anche solo un tanto al giorno: la meditazione.

Un po’ per gioco, un po’ per necessità, un po’ perché le manifestazioni del destino sono tante, mi sono ritrovata in un’estate tra le due gravidanze seduta a gambe incrociate in riva al mare all’alba, a cercare di fare 4 respiri che durassero più di 4 secondi. Il giorno dopo i secondi sono stati 8 e i respiri sono stati 12.
“Quanto tempo starà passando?” – mi chiedevo le prime volte, perché non volevo mettermi un timer. “E’ una vita che sto qui a respirare, le bambine si saranno già svegliate e io sono in spiaggia, ho ben altro da fare!!” Erano passati due minuti.
Con la pratica capivo che più mi concedevo il lusso di aspettare, più svaniva la fretta, e più aspettavo più le emozioni di cui sopra prendevano forma e – combinazione! – la forma era quella di un organo, oppure aveva la faccia di una persona o le sembianze di un ricordo, ma che importa, tanto è passata e ora ne arriva un’altra.
In quell’andirivieni e in quell’attesa giungevo poi (senza cercarlo affatto) a uno stato di pace benefica che sonno levati, perché quando si sogna la mente continua a lavorare mentre qui  il cervello faceva “clic” e tu potevi “semplicemente” esistere, perchè non c’è un prima e un dopo ma semplicemente il momento, il secondo. Sei. Punto.

Grazie a queste “attese”, ho scoperto di me più cose di quante ne possa sapere Mark Zuckerberg dai suoi server, e ho potuto prendere alcune strategiche decisioni tra cui quella di scegliere un nuovo contesto di vita che favorisca questi momenti.
E soprattutto: ho accettato il mio essere frenetica e ho iniziato ad aspettare davvero anche nella vita di tutti i giorni, a fare le cose con maggiore calma e fiducia, anche non “una alla volta” come vorrebbero i manuali, ma respirando e dicendomi che non importa quando proprio non va come voglio io. Ho scoperto che quando si aspetta e basta, senza “aspettar(si)” qualcosa, le cose si fanno lo stesso, solo che semplicemente si fanno meglio o ci riescono alla prima o ci si ammala di meno, e quando ci si ammala non c’è più il  peso  dello “stop forzato”, e il mondo non va in pezzi se non rispondiamo immediatamente alla doppia spunta.

Quest’estate, nonostante la meditazione, ho beccato la broncopolmonite. Sono comunque un essere umano  e anche se so che le malattie sono segno di squilibrio interiore non mi sono fatta prendere dal solito senso “ora DEVI guarire a tutti i costi perché ti stai perdendo il mare,”. Mi è bastato ricordarmi che il mare ce l’ho tutto l’anno proprio perché me lo sono voluto permettere, e così ho approfittato, nell’ozio dei 10 giorni a letto, per meditare e guardarmi dentro, scoprendo quanto stavo trascurando il mio corpo e le cose importanti per correre dietro a questa o quest’altra cosa, e quanto fosse facile scivolare negli automatismi del cervello pur dedicandogli 30 minuti al giorno di “stand by”.

Auguro a tutti noi di vivere appieno tutte le attese, grandi e piccole, di 9 mesi o di 9 minuti.
Di usare la fila al supermercato o al semaforo per annullare i pensieri, fare due bei respironi e domandarci come stiamo, senza che la mente si vada a cercare “cosa c’è da fare dopo” e ci carichi di ansie che tanto non faranno scattare il verde prima o sveglieranno la commessa addormentata, ma ci faranno stare male e basta. Scoprirete che è proprio quando pensiamo di non avere tempo il momento più indicato per prendercelo!

Chiedo a Babbo Natale che permetta a ciascuno di noi di pilotare la navicella della propria vita nel modo più favorevole e consapevole possibile, concedendoci di saper aspettare.

Non è forse “l’attesa del piacere essa stessa il piacere”?

Buon Avvento e Buon Natale ‘om!!!

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