La forza delle mamme

Esiste un mondo parallelo vicino casa mia, e io non lo sapevo e non lo sospettavo neppure.

Un mondo che sembra un limbo, dove c’è attesa, speranza, gioia, dolore ma soprattutto vita. Ecco, questa è la parola chiave : vita!

Questo mondo l’ho conosciuto per caso, inaspettatamente e sicuramente contro la mia volontà, ma ci ho vissuto per dieci giorni, dieci lunghi interminabili giorni e ha lasciato un segno nella mia anima.

Parlo del mondo della UTIN (unità di terapia intensiva neonatale) dell’ospedale di Potenza.

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Sembra un mondo surreale eppure lì vivono la loro vita-non-vita non meno di 6-7 famiglie provenienti da diverse zone della Basilicata.

Io le ho conosciute,quelle famiglie, e ognuna di loro porta con sé un’esperienza bella e dolorosa insieme, in cui si mescolano la speranza, le aspettative per il futuro, l’attesa, l’interminabile attesa che rende interminabili le giornate…

La giornata inizia all’alba per queste mamme-guerriere che si svegliano presto perché devono prepararsi e tirarsi il latte perché alle 8 in punto si aprono le porte del reparto e possono dare il latte per i loro bimbi alle infermiere, oppure, se sono fortunate, possono darlo loro stesse ai loro bambini ricoverati.

Ma se va male e c’è un’emergenza o un qualunque altro problema, allora questo appuntamento tanto agognato salta e bisogna aspettare il prossimo appuntamento che è alle 11. E quindi le infermiere ritirano i piccoli biberon pieni di latte e di amore e lo conservano. E le mamme se ne vanno nell’alloggio loro assegnato a tirare l’altro latte per l’altro appuntamento. E si, perché il latte deve essere sempre fresco e solo le mamme che vanno e vengono lo fanno congelare. Quello di tirarsi il latte è l’unico atto concreto di amore che queste mamme possono fare per i loro piccoli bambini ricoverati..perchè non possono fare altro… Non possono abbracciarli, stringerli, prenderli in braccio…non possono godere ancora appieno delle gioie della maternità, e nell’atto di tirarsi il latte riversano tutto quell’amore che non possono dimostrare in altro modo. Mamme che non possono vivere più la quotidianità con i loro compagni e padri dei loro bambini perché l’alloggio non è riservato anche ai papà e quindi molti di loro stanno lontani tutta la settimana dalla loro famiglia, in attesa di poterla riabbracciare il sabato e la domenica.

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Poi c’è l’appuntamento delle 14, delle 17 e delle 20 e questo è l’ultimo e le mamme salutano i loro pargoletti chiusi in quelle incubatrici e vanno a dormire perché la giornata è stata estenuante, chiuse tra quattro mura, in un ospedale, a tirarsi il latte in attesa di poter rivedere per qualche minuto i propri figli. Donne-mamme che solidarizzano perché vivono insieme e mettono in comune tutti i loro sentimenti e ciò che si portano nel cuore, le ansie, le preoccupazioni… e quando nell’alloggio squilla il telefono, si guardano con sguardo agghiacciato l’un l’altra, sperando che quella telefonata non sia dal reparto e non sia per una di loro che viene chiamata a colloquio. Perché quando si è chiamati dal reparto, spesso non sono buone notizie quelle che arrivano e la paura regna sovrana. Ogni piccolo progresso, ogni grammo preso dal bambino è una vittoria, ogni esame che dà un esito migliore rispetto al precedente viene festeggiato… è la vita che vuole affermarsi e che alla fine vince perché quando un bambino raggiunge il peso giusto viene dimesso e può tornare a casa ed è una grande festa perché una famiglia può finalmente iniziare a viversi.

Maria Ruggieri

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