Archivio mensile:aprile 2016

L’amaro dello sguardo di chi vede il lago ghiacciarsi

Dopo tanta astinenza da tastiera è giunto il momento di riprovarci. L’ispirazione è la bellissima voce di De Andrè violentata da Morgan, mista ad i postumi di una esperienza mistica che è quella di trovarsi una pistola puntata alla testa. Still Jet-lagged.

de Il Duca d’Auge

Sono in Vermont, sono un manager in giacca e cravatta che si sveglia al mattina in un hotel freddo e elegante. Con questo soggiorno raggiungerò lo status Silver del club Hilton Honors. La prossima volta mi regaleranno un peluche ed un upgrade gratuito ad una camera ancora più elegante.

Sono in Vermont, ho chiuso quasi il mio progetto, che contribuirà a regalare al mio capo e forse a me un bonus in denaro a fine anno in cambio di tanto tempo lontano da casa e delle mie energie di 36enne.

Sono in Vermont e dalla mia finestra vedo un lago cristallino. Si chiama Champlain Lake. Prende il nome da un tale francese che tanti anni fa è venuto qui ed ha deciso che la terra non sua sarebbe diventata sua. Ne ha ammazzati a migliaia. Talmente tanto è il sangue che ha sparso che hanno deciso di dedicargli il nome del lago.

Sono in Vermont e sono in compagnia di un collega Somalo, nato in Arabia Saudita, cresciuto poi in Belgio, master in UK. Sono anche in compagnia di una collega Russa olimpionica di nuoto che ha studiato in America e che ce l’ha coi Russi. Non so cosa ho fatto per essere il loro capo. Secondo me hanno visto più cose di me. Fatto sta che mi chiedono cosa fare. Io rispondo dal basso della mia non preparazione, stabilisco una direzione che non ha un senso nel grande schema delle cose, ma che sembra convincente.

Sono in Vermont e scopro che lo sciroppo d’acero ha un sapore dolce se messo sul salmone, ma ha anche un gusto amaro di autunno e di freddo, di gente che si rintana nella sua casa di legno, che passa il tosaerba sul suo prato di 4 metri quadri, l’amaro di chi vive in un angolo di mondo con la paura che qualcuno entri nel suo modo. L’amaro dello sguardo di chi vede il lago ghiacciarsi.

Sono in Vermont e scopro chi sono gli universalisti. Una religione che è un misto di tutto e che in buona sostanza si fonda sul non rompere i coglioni al prossimo. Ne rimango stregato. Ovviamente vado a parlare con il loro reverendo. Chiedo se vi sia una sezione della religione in Italia. Mi dicono di no. La più vicina è in Polonia. Mi chiedono se voglio fondare una sezione in Italia. Voglio dire di si, ma dico di no perché sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso e mia moglie potrebbe incazzarsi, cosa che è contro il principio della religione in questione.

Sono in Vermont e prendo per errore il telefono mentre sono alla guida. Appare nello specchietto un enorme pick-up nero con enormi sirene blu. Degli enormi lampeggianti mi fanno capire che dovrei fermarmi. Non lo faccio perché sono in panico enorme, mi rendo conto di non avere un passaporto con me. La macchina è noleggiata a nome della olimpionica russa. Mi fermo, esce il poliziotto. E’ enorme. Esce sbattendo la portiera enorme.

Sono in Vermont e mi ritrovo con le mani sul tettuccio della mia macchina con una pistola puntata alla testa. Mi ricordo di aver letto solo qualche giorno fa che un ragazzo è stato scannato a sangue freddo da un poliziotto americano.

Le mie prime parole, fuoriuscite in maniera naturale dalla pece di terrore in cui stavo annaspando, sono state: ‘I have two kids, I have a wife’.

Mentre mi puntavano una pistola al cervello Il mio unico pensiero è stato per loro.

Guardate l’idrogeno tacere nel mare, guardate l’ossigeno al suo fianco dormire. Soltanto una legge che io riesco a capire ha potuto sposarli senza farli scoppiare. Soltanto una legge che io riesco a capire.

p.s. Ha abbassato la pistola. Mi ha preso la patente. Controlla. Torna. Mi dice che posso andare, sono pulito. Mi spiega che non si parla al cellulare alla guida. Non mi fa neanche la multa. Sarebbero stati 165 dollari, mi dice.

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IL “NOSTRO” ORTO MoM

Da piccola amavo andare in campagna con mio nonno quando la scuola era chiusa, adoravo saltare in macchina alle sei ( perché lui mi diceva che i lavori di campagna andavano fatti con l’aria fresca delle prime ore del mattino ) e sentire il suo programma giornaliero sui frutti da raccogliere e gli alberi da innaffiare.

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Arrivati a destinazione, mio nonno mi consegnava cestino e bastone, creato rigorosamente da un ramo secco, per aiutarmi ad avvicinare anche i rami più lontani e cominciavamo a raccogliere: fichi in primis, poi gelsi ( che mangiavo direttamente dall’albero) , susine… Poi passavamo ai pomodori che servivano a mia nonna per preparare un sughetto veloce veloce per il pranzo! Senza dimenticarci di raccogliere due foglie di basilico per dare quell’odore speciale a quella pasta speciale che preparava la nonnina.

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E così anno dopo anno, estate dopo estate, ho avuto un super maestro che mi ha insegnato e raccontato tutti i segreti degli alberi, delle piante, degli ortaggi, quando innaffiare, quando raccogliere… Conservo un ricordo splendido del sorriso di mia madre misti alla mia soddisfazione quando la sera, di ritorno a casa, le portavo il mio “bottino” con tutto il raccolto della giornata!!

Quando si è presentata l’occasione di questo progetto e abbiamo dato vita all’idea dell’orto urbano…non ho potuto fare a meno di immaginare mia figlia lì, in piazza Semeria, con i suoi amichetti, intenta a sentire “la signora del primo piano” che racconta come ha dato gusto e odore al suo pollo al forno con il rosmarino raccolto nel NOSTRO orto MoM!

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Questo non sarà solo un semplice orto…sarà molto di più! Sarà un ritrovo di bimbi, di nonni, di mamme, di papà, sarà un luogo di aggregazione e confronto, sarà il posto giusto per lo scambio di racconti e conoscenze, sarà lo spazio delle amicizie e dei giochi con la frutta e la verdura….e sarà pure la volta buona che mia figlia comincerà a mangiare frutta con entusiasmo!!!

Maria Bruna Pisciotta

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LA MIA MERAVIGLIOSA FAMIGLIA

Quando scopri di aspettare un figlio, fantastichi ed immagini per 9 mesi come sarà la sua vita, come cambieranno le tue nottate, le tue giornate, come le tue abitudini familiari prenderanno una piega diversa. Immagini già la sua festa del 1° compleanno con mamma e papà…il suo primo giorno d’asilo con mamma e papà emozionati…la scelta del vestito di carnevale con mamma che vorrà Minnie e papà Biancaneve…il saggio di danza con mamma entusiasta e papà orgoglioso che in macchina provano a dare consigli…il suo primo giorno di scuola elementare con mamma e papà a scattare foto…

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Poi la vita, che è un appuntamento al buio, prende una piega diversa da quello che pensavi, che ti aspettavi, che sognavi… E ti ritrovi quasi improvvisamente e quasi inconsapevolmente a dover fare i conti con te stessa, a dover riorganizzare le tue giornate e i tuoi ritmi in una famiglia non più a tre…ma a DUE. Allora capisci, e poco alla volta impari, che anche per poterti fare una doccia non devi aspettare che papà rientri dal lavoro e si metta a giocare con la piccola ma devi aspettare che si addormenti…sperando di non addormentarti prima di lei!!!

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Il tempo e gli anni passano velocemente e non c’è mai un solo giorno che si concluda senza il pensiero di riuscire a dare a mia figlia tutto l’amore, le attenzioni, la cura, le regole, la forza che in una famiglia “normale” provengono quotidianamente da due adulti e che, nella mia, sono concentrati in me!

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Il dubbio di non riuscire ad essere un buon esempio per lei e il timore di sbagliare tutto potrebbero essere fondati dalla consapevolezza di essere il genitore prevalente nella sua vita quotidiana…se non fosse che sempre Lei, la VITA, quella che ti riserva delle sorprese incredibili, ti fa conoscere delle “persone”…

Ma non persone qualunque, di quelle che ti ascoltano e poi continuano per la loro strada!!

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Sono mamme, e non solo, come me…sono i miei angeli sulla terra che anche se non vedi per giorni e settimane intere SAI che ci sono…sono Amiche che sarebbero disposte a stare sveglie tutta la notte per risolvere insieme un mio problema…sono “zie” (e “cuginetti” a seguito) di fatto che amano mia figlia incondizionatamente esattamente quanto noi amiamo loro e che hanno sempre un consiglio per noi o la parola giusta al momento giusto.

Ebbene si, ragazzi, le famiglie allargate esistono!! E sono una preziosa risorsa, fonte di forza e condivisione quotidiana!! E altro che “siete rimaste in due”!! …la nostra è una MERAVIGLIOSA FAMIGLIA ALLARGATA di cui noi siamo fiere ed orgogliose!

Pisciotta Maria Bruna

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La forza delle mamme

Esiste un mondo parallelo vicino casa mia, e io non lo sapevo e non lo sospettavo neppure.

Un mondo che sembra un limbo, dove c’è attesa, speranza, gioia, dolore ma soprattutto vita. Ecco, questa è la parola chiave : vita!

Questo mondo l’ho conosciuto per caso, inaspettatamente e sicuramente contro la mia volontà, ma ci ho vissuto per dieci giorni, dieci lunghi interminabili giorni e ha lasciato un segno nella mia anima.

Parlo del mondo della UTIN (unità di terapia intensiva neonatale) dell’ospedale di Potenza.

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Sembra un mondo surreale eppure lì vivono la loro vita-non-vita non meno di 6-7 famiglie provenienti da diverse zone della Basilicata.

Io le ho conosciute,quelle famiglie, e ognuna di loro porta con sé un’esperienza bella e dolorosa insieme, in cui si mescolano la speranza, le aspettative per il futuro, l’attesa, l’interminabile attesa che rende interminabili le giornate…

La giornata inizia all’alba per queste mamme-guerriere che si svegliano presto perché devono prepararsi e tirarsi il latte perché alle 8 in punto si aprono le porte del reparto e possono dare il latte per i loro bimbi alle infermiere, oppure, se sono fortunate, possono darlo loro stesse ai loro bambini ricoverati.

Ma se va male e c’è un’emergenza o un qualunque altro problema, allora questo appuntamento tanto agognato salta e bisogna aspettare il prossimo appuntamento che è alle 11. E quindi le infermiere ritirano i piccoli biberon pieni di latte e di amore e lo conservano. E le mamme se ne vanno nell’alloggio loro assegnato a tirare l’altro latte per l’altro appuntamento. E si, perché il latte deve essere sempre fresco e solo le mamme che vanno e vengono lo fanno congelare. Quello di tirarsi il latte è l’unico atto concreto di amore che queste mamme possono fare per i loro piccoli bambini ricoverati..perchè non possono fare altro… Non possono abbracciarli, stringerli, prenderli in braccio…non possono godere ancora appieno delle gioie della maternità, e nell’atto di tirarsi il latte riversano tutto quell’amore che non possono dimostrare in altro modo. Mamme che non possono vivere più la quotidianità con i loro compagni e padri dei loro bambini perché l’alloggio non è riservato anche ai papà e quindi molti di loro stanno lontani tutta la settimana dalla loro famiglia, in attesa di poterla riabbracciare il sabato e la domenica.

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Poi c’è l’appuntamento delle 14, delle 17 e delle 20 e questo è l’ultimo e le mamme salutano i loro pargoletti chiusi in quelle incubatrici e vanno a dormire perché la giornata è stata estenuante, chiuse tra quattro mura, in un ospedale, a tirarsi il latte in attesa di poter rivedere per qualche minuto i propri figli. Donne-mamme che solidarizzano perché vivono insieme e mettono in comune tutti i loro sentimenti e ciò che si portano nel cuore, le ansie, le preoccupazioni… e quando nell’alloggio squilla il telefono, si guardano con sguardo agghiacciato l’un l’altra, sperando che quella telefonata non sia dal reparto e non sia per una di loro che viene chiamata a colloquio. Perché quando si è chiamati dal reparto, spesso non sono buone notizie quelle che arrivano e la paura regna sovrana. Ogni piccolo progresso, ogni grammo preso dal bambino è una vittoria, ogni esame che dà un esito migliore rispetto al precedente viene festeggiato… è la vita che vuole affermarsi e che alla fine vince perché quando un bambino raggiunge il peso giusto viene dimesso e può tornare a casa ed è una grande festa perché una famiglia può finalmente iniziare a viversi.

Maria Ruggieri

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