Il nostro 14

‘Io ho partorito, io ho partorito’… Sì, sono mamma da quasi 3 anni ma non c’è ancora giorno in cui non pensi al fatto che io, che il mio corpo, abbia partorito.

La scorsa settimana i miei due bambini hanno compiuto l’una 30, l’altro 3 mesi, il giorno 14…il 14 è diventato il mio numero, a caratteri di fuoco nella mia mente.

Diventare madre, COMUNQUE ACCADA, è l’esperienza più radicale che una donna possa vivere: tutto in lei si potenzia, amore, capacità di sacrificio, compassione per le sofferenze del mondo, percezione della Vita. Ma, e davvero mi perdonino tutte le mamme che hanno avuto un’esperienza diversa -compresa la mia che ha fatto ben 3 cesarei- aver partorito resta per me la più grandiosa delle mie imprese: dopo non mi sono più sentita la stessa. Tutto quello che oggi mi succede si relaziona ai miei due giorni ‘gloriosi’ e si ridimensiona.

I giorni precedenti il tempo ti sfugge di mano: abituata a poter pianificare impegni e scadenze sentondomi sempre proprietaria di ogni mio attimo, ho scoperto che il corpo segue un tempo misterioso e ancestrale: il bambino nascerà nel ‘suo’ giorno, chiamato al mondo dalla sua personale, imperscrutabile  vicenda.

E il travaglio non è una somma aritmetica di ore, ma è una lunghissima sequenza di spazi, di frammenti di infinito in cui mente e corpo ondeggiano fra dolore che ottenebra ogni senso e  benessere che sembra quasi stordire ogni percezione di sè, mentre quel grosso pancione è ormai solo una sottilissima intercapedine di pelle fra noi e la nostra creatura.

È a questo momento che penso più insistentemente, l’attimo in cui quel dolore cadenzato diventa ormai padrone di ogni fibra e ti ritrovi completamente raggomitolata nel tuo corpo teso allo spasmo: l’energia ti pervade e diventa propulsiva, non si torna più indietro. Come per milioni di donne intorno a me, come è stato per secoli e millenni, i figli ti attraversano completamente e nascono.  Anche i miei. Il giorno 14.

Una nonnina mi disse, una volta: ‘quando partorisci vai all’altro mondo e torni’. Nella mia ignoranza di allora pensavo volesse solo descrivere l’intensità del dolore che si prova. Oggi so cosa volesse riassumere quella frase, nella sua asciutta sapienza: partorire è andare in fondo a se stesse, svestire ogni maschera e incontrarsi autentiche, nude, eppure potentissime.

Dopo aver partorito mi sono amata come mai ero stata capace nella mia eterna adolescenza, sono entrata completamente in me stessa e mi sono appartenuta.

Chissà se i miei figli si soffermeranno mai a pensare al fatto di essere stati partoriti per via naturale: io che sono nata con il cesareo ho sempre saputo di essere ‘uscita dalla pancia’, ‘sorpresa’ nella beatitudine della mia vita fetale mentre mia madre affrontava il dolore ‘dopo’, nel decorso post operatorio che non rende affatto giustizia alla gioia della nascita.

Spero che i miei bambini vivano con un po’ di emozione il racconto del nostro 14, del giorno in cui il dolore ci ha fatto strada, del giorno in cui tutto è nato in me, con loro.

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