Da qualche parte l’uomo deve fuggire

Quando incontro un amico di vecchia data ed ho a disposizione più di un minuto, dopo avergli chiesto come sta e come va, la domanda è “mè stai giocando a pallone?”

La partita a pallone è una cosa che il sesso femminile non potrà capire nella sua interezza. Mai.

Con la consapevolezza di chi sa che non riuscirà, proverò a spiegarvela.

Non tutti gli uomini giocano a pallone, ma quasi tutti lo fanno e quelli che non lo fanno vorrebbero farlo ma non sono capaci. E’ il pezzo di puzzle evergreen, ci accompagna da quando eravamo bambini.

Innanzitutto diciamoci che la partita a pallone non è classificabile come sport. Se dici che fai sport perché fai la partita a pallone l’interlocutore uomo inevitabilmente pensa “vabbè non fai sport”.
Non è sport, è fuga, è l’ora d’aria. Non è sport. Non si può dire che se hai l’ora d’aria sei libero.

L’organizzazione regge su un presupposto che è una legge . Manca sempre qualcuno e ci sono n amici di qualcuno altro che possono venire a giocare. La partita si fa, sempre a qualunque costo. Non si può bidonare, ossia tirarsi indietro all’ultimo momento – se lo fai vai all’inferno senza passare dal via e senza ritirare le 20.000 lire.

La preparazione è il frutto di anni di esperienza. Rigorosamente all’ultimo secondo la preparazione del borsone. Pantaloncini, maglietta, calzettoni, scarpe da calcio. Aspetta. Le calze. Le mutande. Accappatoio. Aspetta, le ciabatte. Shampoo etc. Maledizione. I soldi, la patente. Le chiavi.

Fuggi.

In macchina ti prepari mentalmente. Per ogni metro che percorri ti allontani dalla vita reale per entrare nel mondo fantastico dei tackle, dei passaggi corti e dei lanci lunghi, delle praterie. Il dribbling, il tiro. L’uno-due.

Arrivi, ti cambi veloce. Magari non conosci neanche i nomi degli avversari ma sai benissimo le finte che fanno. Sempre le stesse. Quello si accentra sempre e tira sul secondo palo. Da 15 anni. Ogni martedì.

Giochi, ti incazzi, perdi, vinci, segni, fai cagate e chiedi scusa. Il tutto con un filtro davanti agli occhi che è quello degli specchi deformanti del calcio professionistico. Ti sembra di essere veloce, più veloce di quello che sei. Ti sembra che il tiro sia più forte di quello che è. Un filtro che cancella tutto quello che sei e ti amplifica portandoti fino a quello che vorresti essere. Quel gol sotto l’incrocio, lo ricordi da anni.

Il calcetto azzera chi sei e valorizza quello che fai. Ecco perché chi non è buono a giocare non ci viene. Sa che sarebbe visto male.

Il pallone azzera le classi sociali – non importa cosa fai. Puoi essere un banchiere, o un senatore, ma se giochiamo a pallone posso dribblarti, saltarti e vincere. Anche se sono disoccupato.

Ma c’è un ma. Il calcio necessita, per essere vissuto bene, della complicità della propria partner – che è a metà strada tra coach, mentore, e massaggiatore.

Innanzitutto non deve rompere le scatole sul gioco del pallone. L’equilibrio su cui si regge tutto è garantito da quanto la moglie comprende che se il marito va a giocare a pallone non è perché non le vuole bene. Anzi. Il pallone è un’altra cosa.

In secondo luogo, deve far finta di considerare il pallone come una cosa importante. Tipo magari chiedere ‘come è andata?’ nonostante l’interesse zero nella risposta. Magari sopportando il marito dolorante moribondo per la caviglia, la schiena, la gamba.

Dopo il matrimonio o dopo i figli in molti appendono le scarpe al chiodo. In molti commettono il delitto. Molti perché le mogli rompono le palle.

Ora io vi dico che il successo del matrimonio è funzione dello spazio che ognuno lascia all’altro.

Da qualche parte l’uomo deve fuggire. In fondo è più tollerabile avere un marito con un pallone tra le gambe che tra le gambe di un’altra.

Godetevi la serata. Dateci un pallone e solleveremo il mondo.

p.s. Se vostro marito non gioca a pallone, fategli un paio di domande in più. Ma non ditegli che ve l’ho detto io.

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