Babbo Natale, amico mio

E’ il giorno di Natale, siamo tutti li ad ascoltare vecchi brani con il nuovo giradischi-convertitoremmeppitre acquistato su amazon per l’occasione.
Le note di un romantico James Taylor riempiono la stanza. Le luci dell’albero addobbato e le fiamme del camino sembrano seguirne dolcemente la melodia.

Quasi dimenticato il fascino dell’ondeggiare armonioso di una puntina di diamante che scorre nel solco del vinile.
Io penso a quanto emozionante sia il suono sporco della polvere nei solchi e quanto meno calda sia la purezza digitale degli oltre quarantaquattromila campioni al secondo dei compact disc. Lei mi guarda e sembra dirmi: “Sei proprio un tecnico! Invece di osservare la neve fuori dalla finestra ti metti a conteggiare i byte.”

Si perché lei è capace di leggermi nella mente e stava per dirmelo, nel suo modo così spontaneo e diretto di parlarmi.
Ma proprio in quel momento mi accorgo che il bambino diventa triste all’improvviso, appena si rende conto che l’incantesimo della neve si è esaurito. – “Papà, papà non nevica più!”
E quando due occhi grandi e luminosi ti guardano in quel modo ed improvvisamente prendono a luccicare, quando specchiandoti in quegli occhi ti sembra di vedere te stesso quarant’anni prima, diciamocelo, ti senti davvero in colpa di non essere Dio e di non essere capace di comandare il cielo.
Per quegli occhi però tu sei un dio, come fai a deluderli? Come glielo spieghi che per quanto tu sia stato, anche se in minima parte, complice della creazione di una creatura così meravigliosa, ugualmente non hai il potere di far riprendere a nevicare?

Neanche il tempo di provare a dargli una risposta che succedono cose stranissime.
Il diamante, la puntina, per chissà quale oscuro motivo, varca un solco, e poi un’altro fino a saltarli tutti senza più nessuna esitazione.
Alla stessa stregua di un treno che esce fuori dal suo binario.
Io ne ho visti di treni, fin da piccolo ne rimanevo affascinato. Hanno ruote enormi i treni.
Le ruote dei treni hanno un taglio talmente ben definito che è impossibile che sfuggano alla direzione imposta dal binario, altrettanto ben tagliato e preciso nella forma. E poi tutto quel peso a schiacciarlo a terra. E’ impossibile che un treno deragli, che esca fuori dal binario Impensabile.
Eppure succede.
Succede che smette di nevicare all’improvviso. Succede che i treni deragliano. Succede che James Taylor ti scoreggia in faccia.

“Può capitare “ – le dico – “sono dischi un pò vecchi e consumati”.
E le lampadine dell’albero cominciano a scoppiare una dopo l’altra – le fiamme nel camino si affievoliscono in un attimo – lei che mi chiede con voce seriamente spaventata – “Amore ma che succede?”  – il bambino che piange – io che cerco di raggiungerlo per rassicurarlo – il pianto che diventa sempre più distante – la stanza che sembra allargarsi – le pareti che senti scomparire – il buio improvviso.
E io mi sento dannatamente solo.

Voce metallica – “Avvisiamo i signori viaggiatori che siamo in arrivo nella stazione di…ROMA TERMINI”

Cavolo stavo sognando. Ci risiamo. Di nuovo. Sempre quel sogno.
Sono nel solito Frecciargento per l’ennesima, noiosissima trasferta di lavoro.
Ma c’è di peggio. Ad aggravare la situazione c’è la festa bestiale. Oh! Oh! Oh!
Manco a dirlo la stazione Termini ha già il suo mega albero addobbato e la sua schiera di omini rosso-bianco-finto-obesi.
I negozi sono pieni di lucette, angioletti, pacchettini, nastrini, cotechini e manichini.
C’è crisi dicono. C’è recessione. Ma a Natale tutto scompare sotto una pesante coltre di ipocrisia opportunamente confezionata in carta riciclata e un fiocchettino di paglia.
Io vorrei solo andare in letargo e risvegliarmi intorno al dieci di gennaio.
Come ogni anno di questi tempi, puntuali come le tasse, gli stessi odiosissimi discorsi nella mente. L’ennesimo Natale. L’ennesimo anno che se ne va portandosi via speranze e sogni irrealizzati.

sbam

Se cammini a testa bassa e hai la mente intasata di pensieri prima o poi vai a sbattere addosso a qualcosa. O a qualcuno.
Però che sfiga, proprio addosso ad un odiosissimo omino-rosso-bianco-finto-obeso dovevo finire?

– “Mi scusi!”
– “Nessun problema. Tutto bene?”
– “Si si, ero solo preso dai miei pensieri.”
– “Eh si ho notato. Birretta?”

Puoi essere cinico quanto vuoi, ma preso così alla sprovvista se Babbo Natale ti invita per una birra non puoi dire di no.
Un Babbo Natale un pò “sui generis” per la verità. Fumava la pipa e non è dato sapere che diavolo di tabacco ci mettesse dentro e gli facesse produrre quel fumo verdognolo (mi ricorda qualcuno!?!?!)
Accetto – “Andiamo, ma offro io!”
– “Ok, conosco un posto qui vicino”

Una birra, due, tre, un cicchettino, un’altra birra, un altro cicchettino.
Tante chiacchiere, considerazioni sulla vita come quelle che fanno i grandi amici che si conoscono da sempre.
E poi strani racconti su un sacchettino chiuso da un laccetto di cuoio, su delle pietre. Mah!
Credo di essere crollato su un divanetto del locale.
Lui sempre lì, mi fissava. Ad un certo punto tira fuori dalla tasca un foglio e prende a leggere con tono canzonatorio e un pò irritante:

Caro Babbo Natale
chi ti scrive è un bimbo un pò cresciuto.
Si lo so che hai da fare, ma sono quasi vent’anni che non ci sentiamo, quindi vedi di dedicarmi qualche minuto.
L’ultima volta il robot-trasformer-radiocomandato non me l’hai portato e te ne sei venuto con un maglione di lana.
Si era caldissimo, per carità, ma avevo 10 anni! E poi il maglione poteva comprarmelo pure mia madre, mica ci volevi tu!
A questo punto per farti perdonare, cerca di portarmi qualcosa di emozionante. Vedi tu, basta che non mi faccia aspettare troppo!

Avevo dimenticato quella lettera, scritta qualche tempo prima con un pennarello rosso su un thai balloon che aveva preso la via del cielo in direzione nord.
Sentirgli leggere la mia lettera mi fece sorridere. Il tono mi dava ancora un pò sui nervi, ma ero troppo stanco e annebbiato dall’alcool per protestare. Il resto non me lo ricordo più, sono passati diversi anni ormai.

– “AMORE??? AMORE???? SVEGLIATI!”
– “Yawnnnn! Eh? Si? Dimmi tesoro, cosa c’è?”
– “Amore! Le contrazioni! Mi sa che ci siamo!”
– “Si???! OK! Andiamo! Corriamo! La valigia! Le scarpe! Forse è meglio che mi tolga il pigiama!”
– “Stai tranquillo c’è tutto il tempo.”
– “Si lo so che c’è tempo, ho letto tanti libri, sono iscritto a MOM, ho pure la tessera, sono preparatissimo, sono tranquillissimo. DOVE SONO LE SCARPEEEEEE!”

Il 13 dicembre 2014 è nato Lorenzo. Assistere al parto è stata con assoluta certezza l’esperienza più incredibile che della mia vita.  Maria è stata grandiosa, una vera forza della natura, ma non avevo dubbi. Mia moglie è una roccia, lo dico sempre.
Ore di travaglio e poi succede tutto in un attimo. Tutto è frenetico, il bambino che viene messo a contatto con la mamma per pochi attimi, poi subito portato nell’altra stanza, io che faccio la spola tra mamma e figlio. MIO FIGLIO!
Mentre riempio di baci la mamma, lo sento piangere, corro da lui e si calma immediatamente nel sentire la mia voce.
Dopo tutte le ore passate vicino a quella pancia a raccontare storielle inventate sul momento, cavolate di qualsiasi tipo pur di avere la speranza e l’illusione che una volta venuto al mondo sapesse già chi sono, che ci sono, che sono lì pronto a rassicurarlo e a sostenerlo.
Lui si calma. Piango io questa volta.

Due giorni senza dormire e quasi senza mangiare, ma con talmente tanta gioia, tanta adrenalina in corpo che avrei potuto partecipare e vincere la maratona di New York.
Stanotte ho dormito a casa, sul divano con il cane. Mi sono addormentato guardando le foto del nostro miracolo. E ho sognato.

– “AMORE??? AMORE???? SVEGLIATI!”
– “Yawnnnn! Eh? Si? Dimmi tesoro, cosa c’è?”
– “Vi siete addormentati tutti e due. Dai è ora di aprire i regali, chiama Lorenzo!”
– “Ma nevica ancora?”
– “Si! Hai visto che bello? Senti, ci vorrebbe altra legna nel camino”
– “Certo ci penso io.”
– “Anche un pò di musica”
– “James Taylor?”
– “Si perfetto!”
– “Ok, prendo il pc, metto la musica e ne approfitto per inviare un e-mail”
– “Una mail adesso? A chi?”
– “No niente…un amico. Faccio subito”

Caro Babbo N.
sarò breve perché vado un pò di fretta.
Volevo dirti giusto due cose:
Innanzitutto grazie! Ce ne hai messo di tempo, ma mi hai regalato non una, un’infinità di grandi emozioni. Ho una famiglia splendida, Maria è una compagna di viaggio eccezionale, mio figlio è un bambino meraviglioso che continua a sorprendermi ogni giorno e Charlie ha imparato a fare i bisogni fuori.
Poi volevo sapere: nel pacco per Lorenzo hai messo il trenino elettrico? Non è che lo apre e trova un maglione? Ca tu si capasc!  (trad. Perché tu ne saresti capace!)

Speriamo bene.

N.

P.S.: Ah vedi che l’altra sera ho dimenticato di pagare il conto. Ci pensi tu?”

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