Archivio mensile:settembre 2014

Veglie

Qualcuno un giorno ha detto che “amore è restare tutta la notte svegli con un bimbo ammalato o con un adulto molto in salute”. Oggi commenterei la prima, ricordando gli ultimi episodi di influenza dei miei pargoli.

Quando il Leone ha la febbre, accorgersene è facilissimo non solo dall’occhione languido ma anche perché parla con insolita velocità…ed ecco che dopo una lunga assenza, puntuale come una visita non gradita, la febbre si presenta in un torrido venerdì d’estate.

Una febbre intensa, alta, con il suo carico di sudore e pallore sul viso paffuto del Leone, ridotto a micino gnaulante ma comunque logorroico…comincia così la lotta per le medicine e lui preferisce addirittura la supposta allo sciroppo…

Antipiretico somministrato ma la temperatura non accenna a scendere…chiedo consigli alla nonna, ad altre mamme, mi inoltro nel mare magnum di internet… altro antipiretico, le ore passano, è ormai notte fonda e la temperatura non scende…chiamo in Pediatria. La voce giovane e decisa della pediatra di turno mi illumina sull’errore da pivellina…e sì, il Leone è cresciuto, ormai viaggia verso i 25 Kg…ci vuole l’antipiretico per bimbi grandi, ormai…

E fu così, che in una torrida notte d’estate, il papi s’incamminò verso la parte opposta della città per comperare l’antipiretico per bimbi grandi, mentre nel frattempo, per far scendere la temperatura, la mamma si dà alle spugnature: fazzoletti bagnati sulla fronte, polsi, ginocchia e caviglie: “Vedi…sono qui con te…” “Sì ma sei cattiva perché mi fai fastidio con questi stracci freddi”…

Verso le quattro del mattino il pupo dorme. Ci prova anche la mamma..pur essendo sicura che…ecco la culletta che dondola… e il piccolo Comandante è pronto per la sua dose di coccole e per la sua poppata dell’alba…

Il Comandante invece ha avuto la sua prima febbre a tre mesi, a gennaio…è passato indenne alla bufera natalizia, quando la casa dei nonni brulicava di bambini e di adulti raffreddati e febbricitanti e accanto al televisore facevano bella mostra sciroppi, antibiotici, cortisonici, antipiretici mentre a intervalli regolari, si udiva costante il ronzio dell’apparecchio per l’aerosol… Ma una notte –naturalmente!- di metà gennaio, mi accorsi che il Comandante era particolarmente giù di tono…e caldo… Abbiamo passato tutta la notte sul divano..mamma seduta, piedi sul tavolino, bebè accoccolato al seno, cercando calore e conforto tra le mie braccia. Ricordo di non aver dormito un attimo ma in compenso ho guardato una bellissima commedia francese, qualche televendita, ho scoperto che i cartoni animati non vanno mai a nanna ma soprattutto ho dato al mio piccolo tutti gli abbracci e i bacetti di cui aveva bisogno.

Amore è restare tutta la notte svegli con un bimbo ammalato o con un adulto molto in salute…della seconda ne parleremo un’altra volta…

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Il linguaggio segreto dei neonati

Bene, un po’ in ritardo, visto che ho due figli non proprio più neonati (ma meglio tardi che mai), mi è capitato tra le mani il libro di Tracy Hogg: “ Il linguaggio segreto dei neonati”. L’ho letto lentamente perché volevo far mente locale e capire se anche io, inconsapevolmente, avevo messo in atto i suggerimenti dettati nel libro sulla cura dei bambini…
Le parole chiave sono: rispetto, amore, ascolto. E fin qui ci siamo. Credo che queste siano “parole d’ordine” per (quasi) tutte le mamme.
Leggendo questo libro, però, diverse volte mi sono chiesta se sono io la “mamma sbagliata” e se ciò che leggevo era veramente scritto nero su bianco e non lo stessi solo sognando..
Certo, sono d’accordo con molte delle cose che ho letto, ma ci sono molte cose che proprio non sono riuscita a capire e con cui non sono affatto d’accordo, anche facendo un grande sforzo.
Il libro è completo: parla di nascita, di allattamento, di rispetto, di routine, di nanna.. insomma, di tutto ciò che riguarda la cura di un neonato, visto con gli occhi di chi corre in soccorso di neogenitori in panne, cioè l’autrice stessa.
Si parla di rispetto da parte degli adulti nei confronti dei neonati: di solito, soprattutto quando i bambini sono appena nati o piccolissimi, a noi genitori viene istintivo comportarci come se non fossero lì o non potessero capirci. Nulla di più errato! Sin dal momento in cui viene alla luce, un bambino è un essere umano, con sentimenti e bisogni ben precisi e per questo sin da piccolissimo merita rispetto, anche perché, per esempio, è già perfettamente in grado di percepire la differenza tra chi ha una voce rasserenante e chi ha un atteggiamento di comando.
Noi genitori dovremmo osservare di più nostro figlio per conoscerlo meglio, capire le sue abitudini e le sue reazioni ai cambiamenti ed alla routine per poterci adeguare a lui e crescerlo più sereno e felice, cercando di soddisfare i suoi bisogni.
Per fortuna, non mi è mai interessato che mi dicessero che se prendevo i miei figli in braccio poi prendevano il vizio o se li coccolavo troppo poi sarebbero diventati mammoni e in questo libro ho trovato conferma che “i bambini i cui genitori cercano di riconoscerne e rispettarne i bisogni crescono sicuri e paradossalmente necessitano di minor attenzione, inoltre imparano a giocare in autonomia più velocemente di quelli che vengono lasciati piangere; non a caso, se la mamma soddisfa i bisogni del bebè, nota che è più facile farlo addormentare, altrimenti comincia a piangere e ci vuole più tempo per calmarlo”.
Non dobbiamo lasciarci prendere dal panico, ma dobbiamo sempre e comunque osservare il nostro bambino perché è proprio lui che ci insegnerà ad amarlo e a “diventare amici”.
Ma… al fine di amare il nostro bambino e di crescerlo sano e felice, a cosa servono le varie teorie che suddividono i neonati in diverse “tipologie fondamentali”? E’ inutile studiarle e analizzarle e tendono a mettere solo confusione… i miei figli (come tutti i bambini, del resto) sono unici e si possono annoverare in ognuna delle categorie di cui parla questo libro, a seconda delle circostanze, ovviamente.

L’autrice parla anche di nanna e bisogni fisiologici e a tal proposito, ricorre frequentemente la parola ”routine”.
Per i bambini è importante e mette loro tranquillità sapere cosa succederà, chi vedranno, dove andranno ecc. ecc. e che queste cose si susseguano in un certo ritmo e con una certa sequenza, visto che non hanno cognizioni spazio-temporali avanzate.
Però la Hogg parla di un certo schema di sonno/veglia/gioco/pappa (c.d. E.A.S.Y.) abbastanza rigido che non può essere valido per tutti i bambini, perché non è detto che tutti i bambini appena svegli vogliano subito giocare o vogliano subito mangiare… e così si ritorna al “tasto dolente” per il genitore d’oggi, che va sempre di fretta ed è occupato da mille faccende: darsi tempo per studiare il proprio bambino e, soprattutto, dare tempo al nostro bambino di studiarci, di studiare il mondo in cui vive e di imparare a vivere.
Si, perché il bambino non sa vivere (al di là dell’istinto di sopravvivenza, il bambino non è cosciente quasi per nulla di ciò che fa).
Il libro, poi, parla anche di allattamento al seno, ma anche qui, da vera mamma-mucca quale sono, non mi trovo affatto d’accordo con l’autrice, che dice anche un po’ di inesattezze, in contrasto con le evidenze scientifiche e le conseguenti linee-guida mondiali dell’Oms e dell’Unicef.
Ad esempio la Hogg afferma che “nessun bambino normale ha bisogno di mangiare ogni ora” e che le regole vanno rispettate sin dal primo giorno di vita (quali regole per un bambino che non si è ancora reso conto di non essere più nel pancione dove per nove mesi (e dico nove!) è stato cullato e coccolato?); stila tabelle con la durata delle poppate nei primi giorni di vita (invitando però, qualche pagina dopo, a non guardare l’orologio mentre si allatta!).
Insomma, personalmente leggendo il libro io non ho capito cosa sia meglio fare e per fortuna ho seguito sempre il mio istinto, come dovrebbe fare ogni mamma.
L’autrice afferma che il bimbo è meglio rimpinzarlo con un biberon durante il sonno serale così non si sveglia per tutta la notte. Ma il sonno dipende solo dallo stomaco pieno? Ma allora io cosa ho fatto in questi ultimi 4 anni di vita durante i quali non ho fatto altro che allattare e non dormire? E dov’è finita l’attenzione ai segnali di fame? E dov’è in questo caso l’attenzione e l’ascolto del neonato? Domande che mi sono sorte dopo un’attenta e (forse un po’ troppo?) critica lettura..
Poi si parla anche della tanto “famigerata” nanna, l’incubo di tutte le noemamme. Personalmente da quando è nata la mia prima figlia ho sempre avuto timore dell’arrivo della notte perché la immaginavo lunga e agitata per via dei molti risvegli per ciucciare, per le coccole, per le colichette, per gli incubi..insomma ogni scusa era (ed è tuttora) buona per passare una notte insonne.
E solo ora, che ho (quasi) risolto con la grande di 4 anni e sono ancora in alto mare col piccolino di 21 mesi, ho capito che non ci sono ricette magiche e che “è a fortuna” che una notte sia più serena e si dorma di più dell’altra, ma la prendo come viene perché non posso più continuare ad angosciarmi. E certo, non metterò mai in atto il metodo Estivill (che personalmente trovo disumano, nonostante tante mamme lo abbiano usato e abbia sortito gli effetti sperati..ma tant’è..ognuno per fortuna è libero di sperimentare con i propri figli le teorie che più gli aggradano e che trova giuste).

Io, però, mi conosco e conosco il mio animo debole davanti al pianto dei miei figli, quindi so che piuttosto starei in piedi con loro in braccio tutta la notte pur di non sentirli piangere disperati. Come possono i bambini, sin da piccoli, addormentarsi da soli nella propria culla? Non riesco proprio a spiegarmelo… la mia bimba di 4 anni vuole addormentarsi nel suo lettino ma ancora con me affianco che le leggo una storia, quindi figuriamoci un neonato che fino a poco prima è stato al sicuro e al calduccio nel pancione della mamma!
E certamente non si può suggerire alle mamme di indossare le cuffie e ascoltare musica per non sentire il pianto del neonato..ma quale genitore normale farebbe una cosa simile?
Per finire, nel libro si parla anche e ovviamente dei c.d. “vizi”. Io mi chiedo, alla luce della mia piccola esperienza: ma esistono davvero i vizi nei bambini? E’ vero che sono abitudinari e che a loro piace sapere tutto in anticipo per non sentirsi spiazzati, ma i bambini sono in evoluzione continua (e noi genitori con loro). Ci ho fatto caso durante i miei esperimenti culinari (pochini, devo dire per la mancanza di tempo, però mi sono serviti per capire..) Quante volte ho cucinato un piatto consapevole che a mio figlio piacesse particolarmente e invece è capitato non ne abbia voluto mangiare manco un boccone perché non gli piaceva più… e lo stesso vale per i giochi.. come si può pensare, quindi, che se prendono un vizio poi non se lo toglieranno più? Per esempio, per alcuni anche il ciuccio è un vizio, ma all’età giusta, chi prima, chi dopo, tutti i bambini ne fanno a meno volentieri…
I bambini imparano, crescono e maturano e noi li seguiremo in queste fasi cercando (e sperando) di non perderci per strada perché loro sono molto veloci.
Posso dire, quindi, che la lettura di questo libro mi è servita solo a rafforzare ciò che penso riguardo ai bambini e alla loro cura: dobbiamo adeguarci noi a loro affinchè loro imparino a vivere.. sono felice che orami l’età critica in cui i miei figli erano neonati sia passata (anche se un po’ di dispiacere c’è perché è comunque un’età meravigliosa) e sono soddisfatta di come ho trascorso quei momenti insieme a loro perché le fatiche si superano.. mi resta la speranza che tutti i sacrifici che ho fatto per loro almeno servano a qualcosa..
Buona lettura!

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BACK TO SCHOOL

Settembre, che bello! Tutti attivi e abbronzatissimi, con tanta voglia di fare che una città che non si ferma mai (Milano, tanto per fare un esempio) invece di incentivare..ti paralizza dopo due soli giorni! Catastrofismi a parte, il rientro a scuola per adesso non è un tema che mi preoccupa: il benedetto rientro al nido è stato una passeggiata, Argentina era così felice di andare a raccontare a tutti che era “stata-in-Sardegna-ammaare”. Tuttavia, vivendo in una famiglia di insegnanti, dal più lontano pro-zio fino a mio fratello, l’evento è sempre molto sentito, a tal punto che al lavoro, non avendo di meglio da fare, io e altre due sante donne abbiamo analizzato per sfizio 1500 foto di Instagram, curiose di sapere cosa accadesse sul social network nel nostro Paese, in occasione della “riapertura delle gabbie”. Il risultato è stato tanta, taaanta stanchezza, poca propositività, tante selfie, sempre meno grembiuli e sempre più sigarette a 12 anni. Potete farvi un’idea più precisa qui .

I big data fortunatamente servono a questo, a pensare che nel piccolo qualcosa cambi, soprattutto nel piccolissimo, e che nel voler fare di tutt’erba un fascio non si vedano dettagli interessanti legati a qualsiasi fenomeno abbiamo voglia di osservare. E così, nel tentativo di sfuggire alle facce a paperino delle nostre studentesse di medie e superiori su Instagram, mi sono fatta un giro (virtuale) in America, dove, – tra lavoretti do it your self e 18,000 burger box, ho ricavato alcune perle di shopping per me degne di nota, sicuramente discutibili, ma che vi condivido: insieme alla scuola iniziano anche i giri di compleanni, e non si sa mai cosa regalare!

Per gli Zaini, due doverose segnalazioni, anzi 3. L’Innamorata, letteralmente da innamorarsi per le amanti del vintage, è, a dispetto del nome, un’azienda francese che crea accessori in tessuto e fantasie liberty e vintage. Quasi tutti i prodotti sono in cotone cerato. Guardate queste cartelle retrò!!

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41OBQgNXZYLAltra idea dritta dal Giappone è il Randoseru, che in realtà non è un vino sardo ma un termine olandese per dire “zaino”. Chic e minimale al punto da volerne uno per me, è il tradizionale zainetto che indossano i bimbi giapponesi durante le scuole elementari. Di solito è rosso per le femminucce e nero per i maschietti, oppure segue i colori istituzionali delle scuole (e senza spallaccio col nome, come si fa?). Un Randoseru originale costa a Tokyo sui 230 euro, su Amazon ne trovate talune versioni tarocche molto ben  riuscite, spendendo intorno al centinaio o anche meno.

Per gli amanti della forza, o perchè, effettivamente non si sa mai, le prossime gite scolastiche potrebbero essere su Marte, consiglierei il Launchbox di Star Wars, un thermos gigante che emette persino suoni e colori galattici.

tmt5-2Ci sono poi quelli che hanno problemi con l’”Alzati, si va a scuola!”. L’azienda American Innovative porta così alla nostra attenzione Teach me Time! Una sveglia, un allarme parlante e una luce notturna tutto in uno, studiata per dialogare con il nostro bimbo. L’orologio cambia colore rendendo il quadrante verde quando è ora di alzarsi, mentre di notte diventa una confortante luce! E soprattutto segna l’ora in digitale ed analogico..impossibile sbagliarsi. Prezzo affordable, sui 40 euro, lo trovate qui.

 

41inL13aA7LSe iniziare a scrivere è complicato (e per me lo è tuttora, essendo mancina imbratto tutto!) questo pencil grip è una soluzione. L’affare (non so come altro chiamarlo) aiuta il bambino a tenere la giusta posizione delle dita sulla penna, evitando calli, imbrattature e quant’altro. In più è colorato e simpatico da vedere!

(A proposito di penne per mancini io consiglio queste Stabilo! )

 

Pluggable USBPer i più grandicelli, diciamo dai 10 anni in su  una  usb che si piega e diventa un braccialetto trendy potrebbe essere la soluzione al problema di “dove hai messo i tuoi file?” che sostituirà (sperando in un futuro ancora lontano) il buon vecchio “perchè non ricordi dove hai messo i tuoi quaderni”? Meglio pensarci prima, specialmente se in casa avete un piccolo geek. Eccola su Amazon, con sgargianti fantasie da teen ager 😀
Infine un’idea assolutamente inutile, che vuol essere un omaggio ad un grande classico delle elementari (il potere di distrarsi con il solo uso della gomma per cancellare) : le Gomme Lego. Costruiamo il futuro cancellando il passato!

E voi Moms? Avete tutte come me lo zaino di Peppa Pig peraltro già sporco di succhi di frutta, terra e sugo? 😀

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veditela tu e il mese di marzo

Da quando sono disoccupata dormo molto,  ma molto più di quando ero un’impiegata. non dormivo così tanto dalle scuole elementari. Addirittura riposini pomeridiani che oscillano dalla mezz’oretta alle 2 ore intere. Mangio tanto e sto ingrassando. Sono molto felice, mi sento molto bene.

In tutto questo svaccamento senza ritegno guardo anche la TV. Il mio programma pomeridiano preferito è un reality che si chiama TEEN MOM. Ve lo riassumo in breve: ci sono delle ragazzine 16enni che rimangono incinte del fidanzatino del liceo di turno e si disperano. Le loro famiglie, soprattutto le madri delle 16enni in questione, anziché avere un dialogo normale ed essere di supporto in una situazione oggettivamente complicata dicono sempre: “se vuoi tenerti il bambino te la dovrai vedere da sola. Noi non  ti aiuteremo!” oppure ancora “questo bambino devi darlo in adozione. Tu sei piccola, devi fare la tua vita senza questo impiccio” oppure “se decidi di far nascere e di tenerti il bambino, puoi restare qui da noi ma pagando l’affitto e tutte le spese che vi riguardano ma il tuo fidanzato deve vivere da un’altra parte”.  e le povere 16enni a piangere sconsolate.

Ormai è tanto che vedo ‘sto programma, ma ogni volta mi scandalizzo come se fosse la prima volta. E mi chiedo sempre e vi chiedo ora, ma secondo voi è normale che una madre possa veramente dire e pensare cose del genere? Ci metto in mezzo tutte le attenuanti del caso: certamente 16 anni non è l’età giusta per diventare madri, certamente per un genitore è una delusione grande, certamente crollano le certezze ecc. ecc. però porca misera è tua figlia che è in difficoltà, è tua figlia che ha bisogno più che mai di un sostegno, di una guida, di una parola d’affetto. Le paranoie dei genitori ci stanno tutte, però dopo le paranoie non ho mai sentito un : puoi contare su di noi. Stai tranquilla, andrà tutto bene. MAI!

Penso sempre: e se mi trovassi io in questa situazione tra 14 anni? Che farei? Che direi? che madre sarei? Riuscirei a mettere da parte l’indignazione personale per stare vicina a mia figlia? Sono onesta e dico SPERIAMO CHE NON MI CAPITI MAI però il mondo va così. vedo i ragazzini sotto casa mia di notte fino a tardi in giro anche nei periodi scolastici, vedo ragazzine travestite da donne e ragazzini che parlano come scaricatori di porto (non si offenda la categoria) perciò onestamente penso che ad un certo punto della vita un genitore si debba aspettare una qualche delusione, di qualsiasi tipo.

Credo che un dialogo aperto e sincero senza nascondere la testa sotto la sabbia sia quello che possa salvare le famiglie da future sorprese shockanti. Ma non è detto.

Intanto mentre cerco le risposte alle mie domande e mentre aspetto il mio momento di essere madre di una teenager (che grazie a Dio è lontano), mi godo il mio tempo libero, l’infanzia felice di mia figlia e quest’altro autunno che sta per cominciare. E ovviamente oggi pomeriggio guarderò teen mom!

Buona settimana a tutti!

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IL DIRITTO DEI BAMBINI (e delle mamme) A PIANGERE ALL’ASILO!

Il primo giorno di scuola. Il primo giorno della scuola “nuova”. Il primo giorno, per i bimbi che hanno già frequentato il nido, della scuola dei “grandi”. Il primo giorno della scuola “bella”. Il primo giorno della scuola “conTantiBimbiDoveFaraiTanteCose” (per dire questa frase non si prende nemmeno il respiro). Il primo giorno della scuola “…”

Il primo giorno in realtà non è il primo giorno. Nella mente delle mamme, in particolar modo, questo primo giorno comincia, a prescindere dallo spegnimento della terza candelina, il 1° gennaio dell’anno in cui si compirà tre anni. Tre anni = asilo. Mano a mano si avvicina settembre, il pensiero del “primo giorno” diventa assordante. Nella mente nulla ha tanta valenza come “il primo giorno”. Addirittura pare che il 44% dei genitori ha iniziato proprio in corrispondenza della data infausta a pensare a un altro figlio e i tre quarti dei padri e della madri ha dichiarato di vivere il primo giorno di scuola come la fine definitiva di un’epoca. Certo è che vedere il figlio, con il grembiulino e lo zainetto davanti alla scuola fa venire un certo groppo alla gola, persino ai genitori più controllati. E’ uno di quei momenti topici in cui si inizia a pensare “eppure mi sembra ieri che aveva il pannetto”, “mi sembra ieri che ha iniziato a parlare”, “mi sembra ieri che ha soffiato la sua prima candelina”. I pensieri che si accavallano sono tanti.. quello più martellante è: “piangerà!”, “piangerà?”, “piangerò!”, piangerò?”. (Questione di “punti”…)

Tante sono le legende metropolitane che circolano attorno al bambino che piange o non piange all’asilo. Se piange è un “frignone” troppo attaccato alla mamma, se non piange è “impossibile” che non lo faccia, oppure non è attaccato alla mamma, ecc. ecc., fatto sta che, come la si fa la si fa,.. si troverà sicuramente un’altra mamma che non condivide!

Sono molto legata ad un libro che tutti conosciamo Il piccolo principe, ed in particolar modo a questo passo  “..E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “….piangerò”. “La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”“ E’ vero” disse la volpe. “Ma piangerai!” disse il piccolo principe. “E’ certo”, disse la volpe. “Ma tu allora che ci guadagni?”. “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.  “Tu hai voluto che ti addomesticassi”.

Come può una mamma e un bambino non avere il magone il primo giorno di scuola, dopo essersi addomesticati? Addomesticarsi significa “creare dei legami”, e quale legame più bello vi è più  che fra una mamma e un bambino?.

E se i bambini piangono a scuola per un mese c’è qualche problema, vero? Mi piace sempre dire che i bambini non sono tutti uguali, lo sentiamo dire mille volte, eppure pretendiamo che siano tutti in grado nello stesso momento (indipendentemente che siano nati a gennaio o a dicembre!) di affrontare un distacco sereno. Innanzitutto è importante vedere se il bambino ha già sviluppato la capacità di capire che la mamma e il papà DAVVERO torneranno a prenderlo, una cosa che per noi è scontata e che per loro non lo è affatto.

Immaginate di trovarvi in un luogo straniero e l’unica persona del luogo che vi sta guidando, dopo avervi lasciato in un posto affollato pieno di persone spaesate tanto quanto voi, vi dice che tornerà presto a prendervi, come vi sentireste?.

 Molto utili in caso di pianto continuo (e non) potrebbero rivelarsi i giochi di ruolo con pupazzi e bambole che lasciano i loro piccoli ad un altro adulto per andare a fare la spesa e poi ritornano a prenderli, oppure il classico nascondino (sarà utile per trasmettere il messaggio “ora ci sono, ora non mi vedi più, ora ci sono di nuovo”).

Purtroppo un inserimento davvero graduale in cui i bisogni emotivi dei bambini siano rispettati in toto è di pochissime scuole. I bambini davvero non sono tutti uguali. Alcuni, di indole molto adattabile, si ambientano subito perfettamente, altri mostrano segnali di sofferenza per le prime settimane per poi adattarsi, altri ancora non si adattano e sviluppano una serie di conseguenze negative a breve termine (rifiuto di mangiare, sonno agitato, rifiuto di andare in bagno, pianto immotivato…), e, in alcuni casi, a lungo termine (sfiducia nell’adulto di riferimento, perdita della connessione con la famiglia, eccessiva timidezza…). E’ pur vero che nelle scuole esistono reali esigenze organizzative che non possono andare incontro alle esigenze di tutti, ma potrebbe risultare utile ad esempio, conoscere l’insegnante prima dell’inizio dell’asilo, prolungare il tempo di presenza del genitore o accorciare le ore in cui il bambino sta a scuola, fare il pranzo a casa o qualunque altra cosa che faccia sentire il bambino sereno di essere in un luogo protetto. Se invece vi siete resi conto che il bambino  non è ancora pronto al distacco, o il tempo dedicato all’inserimento è quasi inesistente e vostro figlio continua a disperarsi tanto, cosa si può fare?

 

  • Non addossate colpe al bambino perchè piange
  • Non fate confronti con altri bambini che conoscete, fratelli o compagni di scuola che sono sorridenti
  • Dedicate tempo, a casa durante la preparazione al distacco, e  nel momento del distacco
  • Abbracciatelo prima di lasciarlo
  • Chiedetegli dove sente la tristezza nel suo corpo e provate insieme a “fare spazio” a questa sensazione in tutto il corpo.
  • Non pensate che “è solo un capriccio”, il pianto è l’espressione di un bisogno, spesso momentaneo. (I bambini vivono nell’attimo presente, in quel momento sono realmente disperati, anche se forse un momento dopo saranno felici di condividere un gioco con un compagno).

Ritengo che state facendo ENTRAMBI un grande passo e tutte le indicazioni scritte sopra valgono anche per le mamme; non fate confronti con gli altri genitori (soprattutto con quelli della “Mulino Bianco”),  non datevi colpe. Questa separazione non è dolorosa soltanto per il bambino; anche la madre o il padre possono vivere con ansia questo delicato momento. Basta prenderne gradualmente coscienza e non trasmettere, al momento del distacco la vostra paura ed insicurezza anche al bambino, il quale inevitabilmente comincerà a piangere, urlare o a guardarlo con occhi terrorizzati mentre vi allontanate. Le paure dei genitori non devono diventare un blocco per l’autonomia del bambino.

Concludo con qualche “consiglio” per le mamme per affrontare questa esperienza in modo sereno e non traumatico:

  • Fate un’analisi dei sentimenti che provate nei confronti di questo distacco e di come essi possano influire sul vostro atteggiamento nei confronti del bambino.
  • Cercate di controllare eventuali sguardi ansiosi o disperati che renderebbero il bambino ancora più triste, sommando la vostra ansia alla sua.
  • Chiedete aiuto e consiglio alle maestre che hanno già affrontato molte volte questo problema e che sapranno darvi i suggerimenti più adatti per il vostro bambino (e soprattutto fidatevi delle maestre!)
  • Confrontatevi con gli altri genitori; scoprirete di non essere gli unici ad affrontare questa situazione e potrete essere una reciproca fonte di sostegno e consolazione (il gruppo Mom!).
  • Tenete presente che la maggior parte dei bambini smette di piangere pochissimi minuti dopo che ve ne siete andati.
  • Utilizzate il tragitto da casa all’asilo per descrivere le tappe della sua giornata: ditegli chi lo accoglierà facendo i nomi delle maestre e dei compagni ed invitatelo a ripeterli; cercate di incuriosirlo sulle attività che saranno svolte durante la giornata.
  • Soffermatevi sul rientro a casa dicendogli chi lo verrà a prendere e a che ora.
  • Se andate via mentre ancora sta piangendo, assumete un atteggiamento positivo e fiducioso; vedendovi sereni e fermi, comprensivi ma non disposti ad essere ricattati, si rincuorerà sul fatto di essere al sicuro.
  • I tempi di inserimento devono essere lenti e graduali nel rispetto dei diversi ritmi di adattamento che ciascun bambino possiede
  • Fategli portare all’asilo il suo orsacchiotto, straccetto o pupazzo preferito, o un vostro oggetto personale (magari con il vostro profumo): si tratta del suo “oggetto transizionale”, cioè di qualcosa che gli ricorda che può portarvi sempre con sé (dentro di sé) anche quando non siete fisicamente presenti.
  • A casa chiedetegli di raccontarvi ciò che fa all’asilo, elogiate i suoi progressi e mostrate interesse ed apprezzamento per le attività svolte; questo lo aiuterà a sentirsi fiducioso verso un ambiente che voi stessi gli presentate come positivo e stimolante.
  • Non copritelo di regali, imparerebbe che nella vita si fanno le cose per ricevere premi. Sarebbe diseducativo.

                                              Ilenia Amati

 

 

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“Un due tre, tutti in fila dietro a me!”

 

Nella vita si cambia. Già…

“Signora lei deve eliminare il latte e derivati dall’alimentazione di suo figlio. E stia attenta perché li trova dappertutto…” Questa era la raccomandazione dell’otorino 3 anni fa (il motivo lo tralascio, è un’altra storia…). La prima sensazione è stato il panico. E ora che faccio? Beh qualcosa faccio. Anzi facciamo. E vai con le ricerche su internet! Non vi starò ad elencare i prodotti senza latte&Co, li trovate facilmente. Dovete solo leggere le etichette con maggior attenzione (c’è da scrivere un bell’articolo sulle etichette…).

Vorrei invece condividere con voi la grande scoperta di una persona, uno
scienziato che è diventato il mio punto di forza e di riferimento: il
grande Professore Franco Berrino, medico, patologo, epidemiologo, ex dirigente
del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale
dei Tumori di Milano. Ha promosso lo sviluppo dei registri dei tumori in Italia
e in Europa, grandi studi per indagare il rapporto fra stile alimentare,
livelli ormonali e successiva incidenza del cancro, e sperimentazioni sullo
stile di vita per prevenire l’incidenza del cancro al seno e delle sue recidive
(progetti DIANA). Vi posto la registrazione della conferenza del Professore, il
video che mi ha aperto non solo gli occhi ma sopratutto la mente e vi prego di
avere la pazienza di vederlo fino alla fine per comprendere pienamente le mie
scelte.

Da qui è cambiato il mio rapporto con il cibo e le mie abitudini alimentari. E
ho cominciato la mia rivoluzione culinaria, coinvolgendo non solo la mia famiglia, ma anche le mie amiche. Oltre ad aver eliminato la maggior
parte dei prodotti caseari dalla nostra alimentazione, ho iniziato a
prestare maggior attenzione ai prodotti che acquistavo e al loro valore
nutritivo. Leggendo le etichette vi rendete conto che spessissimo si acquistano
dei prodotti tanto pubblicizzati che in realtà hanno solo “energia vuota”, senza i nutrienti necessari.
Ora dopo 3 anni nella nostra dispensa trovate la pasta e riso integrali, orzo,
farro, miglio, quinoa. Legumi di tutti i tipi. Per fare le ciambelle e gli impasti
vari uso le farine integrali e vi assicuro che i risultati sono ottimi! Ho
diminuito drasticamente l’uso dello zucchero, non più bianco ma sostituito con quello integrale di canna e con il malto (le nostre papille
gustative sono stordite dai gusti forti, bisogna rieducarle e sarà il nostro
corpo a ringraziarci!). Per non parlare della frutta secca: noci, nocciole,
mandorle, pistacchi e semi vari li usiamo tutti i giorni (senza
esagerazione…). Ho scoperto il lievito alimentare in scaglie, che aggiungo
alle varie preparazioni invece del parmigiano. Sono venuta anche a conoscenza delle
alghe marine, queste misteriose piante tanto utili! Si continua con le bevande
vegetali, il tofu affumicato e alle erbe (ottimi!), lo yogurt di soia. E il
cioccolato? Ovviamente quello fondente poiché contiene flavonoidi quindi non
solo è buono ma ci fa stare anche bene! E poi verdure e frutta, frutta e
verdure…

Per dirla proprio tutta allora qualche volta compro il formaggio e la ricotta
di capra e, ahimè, il prosciutto crudo (se no a casa mi licenziano…). Ho
bandito scamorze e scamorzoni poiché sono dei veri concentrati di grassi
saturi, dannosi per il nostro corpo. Si mangia il pesce, la carne solo la domenica
(io ne faccio a meno) a casa dei suoceri, ma anche a casa loro si sta
cambiando: mio suocero ha proposto di scambiare la carne domenicale con il
pesce!
Non vi nascondo che mettere tutti d’accordo sui piatti che preparo è molto
stancante e complicato. Specialmente se i vostri bambini hanno le loro
preferenze alimentari molto ristrette… Meno male si trovano tante ricette
dove le pietanze incriminate possono nascondersi, come le polpette varie di
cereali, legumi e verdure e impasti per focacce e panini. A volte è davvero
pesante, ci vuole tanto tempo in cucina ma allo stesso tempo è appagante. Ci
guadagna (e ha già guadagnato) la nostra salute! E mangiando io e mio
marito per primi tutti questi alimenti, allora anche i bambini piano piano cominciano
ad assaggiare. È vero, non tutto piace al primo colpo, ma chi va piano va sano e va lontano. Allora io procedo su questa strada, fiduciosa e imperterrita.

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…e come dice il Signor Chicchi Ricchi in un libro dei miei figli: “Un due tre, tutti in fila dietro a me!”

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Il potere dell’Hypnobirthing…

Negli ultimi giorni ho faticato molto a trovare il tema giusto per il mio post, ma poi sono giunta alla conclusione che sarebbe stato meglio cominciare dall’inizio, allora….eccoci qua!

Prima di restare incinta, l’idea di partorire mi terrorizzava: avevo sempre pensato che il cesareo e tutti gli antidolorifici del mondo sarebbero stati la soluzione più adatta a me, ma appena ho visto il risultato positivo su quel test di gravidanza, la mia idea di “parto facile” è completamente cambiata. Ho iniziato a pensare di volere un’esperienza rilassante e positiva. Ma esisteva davvero una cosa del genere? Il parto in acqua mi sembrava la soluzione perfetta!

Ho frequentato un corso di yoga dalla 20esima settimana fino a due giorni prima del parto. Ogni martedì sera dedicavo del tempo a me stessa: chiudevo il mondo fuori, dimenticavo il mio lavoro e mi concentravo solo su di me e sul piccolo miracolo che stava crescendo nel mio corpo. Ed è stato meraviglioso! Fare yoga mi piaceva molto, ma sentivo il bisogno di fare qualcosa di più per prepararmi al fatidico momento del parto, che sapevo sarebbe arrivato in fretta.

Sempre in quel periodo, mi sono imbattuta per caso in un articolo sulle varie tecniche di parto ed una, in particolare, mi aveva colpito: l’ Hypnobirthing. La descrizione fatta nell’articolo mi era parsa interessante e così ho deciso di fare un pò di ricerche in più…ed ecco cosa ho scoperto:

l’Hypnobirthing è un metodo del tutto logico ed estremamente efficace che permette di scoprire la gioia e la magia della nascita, ma è molto più di una semplice autoipnosi o ipnoterapia.
1. Con l’Hypnobirthing si sperimenta il parto nel modo più calmo e naturale possibile;
2. è facile che non ci sia bisogno di alcun aiuto farmacologico;
3. spesso la lunghezza del travaglio si accorcia notevolmente;
4. aumentano attenzione e autocontrollo;
5. riduce l’impatto fisico del parto;
6. il padre viene coinvolto attivamente;
7. egli comprende l’importanza del suo ruolo nella nascita del figlio;
8. permette al bambino di venire al mondo senza farmaci e in un’atmosfera di calma e di dolcezza.

Il parto può davvero essere un’esperienza positiva e regalare un forte senso di potere. Con l’Hypnobirthing si imparano molte cose:
1. i metodi di allontanamento delle paure per sentirsi più rilassata e fiduciosa al pensiero del parto;
2. l’autoipnosi per raggiungere un rilassamento profondo;
3. le tecniche di massaggio per stimolare l’endorfina, anestetico naturale del corpo;
4. vari esercizi di visualizzazione per restare positiva;
5. il modo per permettere a corpo e mente di lavorare insieme in modo efficiente.

A quel punto, ho deciso di prenotare delle lezioni private da fare insieme a mio marito. Quando ho spiegato a parenti ed amici quali fossero i miei piani per il parto, ho sentito fare i commenti più strani:
– Sei proprio sicura di non volere l’epidurale?
– Hypno…cosa?
– Povero piccolo! Hai davvero intenzione di farlo nascere in acqua?
Inutile dire che avrei fatto meglio a ringraziarli per il supporto e chiudere subito la conversazione…e invece fingevo di ascoltarli e riuscivo solo ad innervosirmi.

Molti, purtroppo, sono ancora convinti che il parto sia soltanto una ‘procedura medica’. Ma come si può pensare che l’evento più importante nella vita di una donna sia una ‘procedura’? Per quanto mi riguarda, tutto questo mi ha portato una serie di domande, dubbi e contraddizioni: forse mi stavo comportando come una specie di hippy inglese anni ’70 che credeva ingenuamente che sarebbe stato tutto facile? O magari ero davvero sorprendentemente rilassata? Si! Perchè? Facevo forse qualcosa di sbagliato?

Per fortuna, all’ospedale di St. Mary (nel quartiere di Paddington, al centro di Londra) praticavano l’Hypnobirthing. Per dare una maggiore sensazione di serenitá alle pazienti alle soglie del parto, le camere messe a disposizione erano così accoglienti che non sembrava neppure di essere in un ospedale. In più, per i mariti o compagni, c’era la possibilità di fermarsi per tutta la notte. Per farla breve, sembrava quasi di essere in un albergo e…no…non era a pagamento!

E così, dopo mesi di preparazione mentale, il momento della nascita di mio figlio era finalmente arrivato. Ed è stato davvero incredibile! Tutto ciò che avevo atteso e sognato, si stava realizzando: nessun dramma, grande autocontrollo, immersa in acqua e con mio marito al mio fianco. Il mantra che continavo a ripetere nella mia testa era “Quick & Easy”…ed è stato davvero così. Marco è arrivato molto velocemente per essere un primo figlio. Anche l’ostetrica era sorpresa.

É stato doloroso? No! Certo, la pressione era tanta, ma usando tutte le tecniche che avevo imparato, devo ammetere che l’esperienza del mio parto è stata sopportabile e, che ci crediate o no, a tratti quasi piacevole. Mi auguro soltanto che, quando decideremo di avere un secondo figlio, io possa rivivere la stessa intensa esperienza che vi ho appena raccontato.

Hypnobirthing

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