PER UNA “PEDAGOGIA DELLA MORTE” di Ilenia Amati

“I ragazzi, gli adolescenti, hanno un rapporto complesso con la morte. Ne sono affascinati e hanno paura della sua vicinanza; da ciò si crea a volte un gioco ambiguo con essa e le sue rappresentazioni. Giocano a starle vicino, a “addomesticarla”, mostrandosi accanto a lei, mettendosela addosso: con anelli a forma di teschio, raccontando barzellette sugli scheletri, leggendo fumetti e letteratura macabra, assumendo comportamenti rischiosi e, in casi estremi, dedicandosi a culti satanici o a giochi diretti, senza ritorno. Il loro atteggiamento a volte sconcertante può essere spiegato da questi due aspetti legati fra loro: il rapporto con la morte e il rapporto con l’adolescenza. I genitori (e gli educatori) non sono estranei alla loro riflessione,fanno parte della questione, che non potrà essere superata senza una loro partecipazione attiva e consapevole.

L’adolescenza – le sue preoccupazioni, i suoi modi di pensare, le sue prove – e la morte hanno moltissime affinità. La morte è al di fuori della società, è oltre i suoi limiti, eppure ne sta al centro, la ritroviamo in tutti gli aspetti della nostra vita: basta ascoltare i notiziari quotidiani per convincersene. La morte significa rottura: con la vita, con l’ordine sociale. Anche quando si sa che sta per arrivare, rimane sempre un intollerabile scandalo, una ingiustizia, soprattutto quando “le vittime” sono proprio i coetanei.

La morte fa perdere all’essere umano ciò che lo rendeva unico, riconoscibile – i suoi modi di pensare, di provare emozioni, il suo modo di vedere il mondo, i suoi piccoli gesti, i suoi comportamenti, la sua camminata, ogni suo tratto.

La morte è ciò che chiude il gioco. Quando ha colpito e imposto il suo ordine non si muove più niente: la rigidezza del cadavere, l’ordine dei cimiteri, il gelo nei dialoghi e nelle relazioni. Chi ci lascia non può recuperare una cattiva azione, una parola sbagliata, correggere un errore, un malinteso, pagare i suoi debiti, dire che vuole bene nonostante la sua maschera di freddezza. Chi resta ha la responsabilità di vedere in un modo nuovo ciò che egli ha fatto e detto quando era in vita.

L’educazione è un aiuto alla ricerca di senso per ogni singola persona, un senso che dovrebbe avere il potere di incidere sull’esterno e sulla socialità. La “pedagogia del morire” non esula dalla ricerca di un orizzonte di significato e dovrebbe costituire un allargamento di senso sia potenziando le tecniche educative rispetto all’elaborazione del lutto e del congedo, sia portando la riflessione sulla morte ad una dimensione sociale.

Educare alla morte significa anzitutto rendere e rendersi coscienti della sua presenza ed imparare ad accettarla. Nella nostra società sembra che i bambini, i ragazzi e le ragazze non possano essere educati alle cose brutte e negative, ma la prima tappa all’educazione alla morte, l’accettazione, richiede forza e attività per importare e nominare la morte senza nasconderla e censurarla. Accettare la morte non significa aspettare che qualcuno di conosciuto muoia, ma vuol dire giocare d’anticipo attraverso la sua tematizzazione nei progetti educativi. Gli adolescenti cercano di sfidare la morte, che appare come il limite ultimo della loro vita; ricercano un’esperienza del brivido perché ne comprendono il carattere potenzialmente negativo. È necessaria una nuova ritualità educativa, che dissemini il percorso dell’educazione di momenti di morte e che tematizzi la precarietà e la mortalità delle persone.

Accettare la morte nell’educazione significa lasciare sempre più ampi spazi di autonomia al bambino e soprattutto programmare sempre più ampi spazi di tramonto e di assenza dell’educazione: questo comportamento rafforza la responsabilità del genitore, il quale deve valorizzare la quotidianità della relazione educativa, improntandola sulla certezza di una fine. Il potere di “dare la morte” e, forse proprio la consapevolezza di questo potere, sono decisivi per la nascita di una coscienza della morte stessa. La morte temuta risulta una figura consequenziale rispetto alla morte procurata: teme la morte chi l’ha sperimentata prima di tutto come proprio potere di annientamento e di annientarsi; teme la morte chi ha sentito la forza della possibilità di farla finita, con gli altri o con se stessi. Per temere e dunque per comprendere la morte occorre esperirla, almeno come possibilità.

Probabilmente in nessun momento della vita di un uomo e di una donna il tema della morte acquisisce centralità – nelle riflessioni, negli elaborati, nello spazio dell’immaginario, fino al mondo dei sogni – quanto negli anni dell’adolescenza. I ragazzi e le ragazze parlano, sognano, temono, giocano la morte nei loro riti quotidiani; ne fanno oggetto di scherno e di venerazione; la inseguono e spesso, purtroppo, la ricercano o la procurano.

È su questo fertile terreno che attecchisce la passione per l’horror: la “messainscenadellamorte” affascina ed evince i ragazzi. La rappresentazione dell’esperienza del morire scatena nei giovanissimi pulsioni ed energie inaspettate. L’adolescenza è una tanatologia in atto. Il processo di crescita affrontato dall’adolescente è una costellazione di esperienze di morte, che sconvolgono la sensibilità adolescenziale: vivere serenamente queste situazioni costituisce la fondamentale sfidaevolutiva per il/la giovane. Egli/ella deve morire alla propria infanzia per potersi pensare davvero adulto.

Si evince la necessità di far sperimentare ai ragazzi e alle ragazze la morte, in uno spazio protetto, nel quale vivere una finzione, che sia nello stesso tempo frattura e individuazione, rottura della quotidianità e salto verso differenti e adulte organizzazioni di sé; esperire la morte significa pensarsi e rappresentarsi prima e dopo l’incontro con la morte e cogliere i cambiamenti che questo incontro ha suscitato.

Ma l’esperienza della morte e del morire ha qualcosa di specifico, rispetto alle altre esperienze, qualcosa che ne fa un’esperienza limite e che abbisogna di precauzioni quando si vuole disseminare di esperienze di morte i percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze. A morire, infatti, sono sempre gli altri: non possiamo mai fare esperienza della nostra morte.

Nessuna morte può essere lasciata nell’oblio, perché ogni morte ci arricchisce di un’esperienza di senso diversa. Ogni morte ci lascia un messaggio, la richiesta disperata di conferimento di senso e di salvazione della vita nella dimensione del ricordo.

L’esperienza della morte diventa così possibilità di raccolta della memoria delle morti altrui e dei differenti modi di morire, ci permette di vivere il congedo nella sua dimensione plurale, affrontando in sede educativa i tratti comuni dei tanti ed irriducibili modi di andarsene, di lasciare il mondo, di morire.

Preparare l’altro (e se stessi) alla morte è forse la massima espressione della cura, perché bisogna allestire gli spazi, i tempi e i dispositivi specifici di elaborazione della sua morte all’interno di un’attiva rete sociale. Rendere esplicite le narrazioni sui pensieri relativi alla propria morte a partire dal gioco, per esempio lavorando con bambini in età evolutiva, può aiutare nella costruzione di un’educazione alla morte. È possibile sperimentare un’attività ludica con gli adolescenti, ove i ragazzi e le ragazze sono invitati a disegnare su un foglio la loro tomba o comunque il loro monumento funebre. Le considerazioni sul lavoro dei ragazzi e delle ragazze sono assai utili a proposito del tema della preparazione alla morte: spesso sorge il problema della data di morte, perché alcune persone semplicemente non riescono a determinarla neppure nella fantasia. È un’attività che smuove emozioni, rappresentazioni e vissuti profondi, ma permette di ragionare simbolicamente sull’immagine di sé che si ritiene di lasciare in eredità agli altri e sulla possibilità di giocare in anticipo la scelta rispetto a che cosa resterà di noi.

Preparare alla morte significa anzitutto condividere lo spiazzamento e la paura: ritrovarsi nella medesima situazione di creaturalità, d’esposizione e di nudità rispetto all’evento della morte.

In secondo luogo, la preparazione alla morte significa anche sottrazione della morte alla sua cruda materialità: l’aspetto visibile e fisico della morte è estremamente violento ed offensivo. Se non si può tacerlo o rimuoverlo, non si può nemmeno esibirlo nella sua cruda nudità: il destino finale, la sua dissoluzione non è il perno di una preparazione alla morte, ma questo fantasma aleggia nella stanza del morente ed è difficile allontanarlo.

Infine, preparare alla morte significa anche percepirne la presenza potenziale in ogni nostra giornata, non certo soltanto di fronte ai malati terminali, ma anche in un luminoso paesaggio primaverile o in un paesino sperduto di montagna. Sentire la presenza della morte significa attrezzarsi davvero, sotto il segno della comune precarietà, a vivere ogni nostro giorno come se fosse l’ultimo e solo per questo.

A volte è necessario tacere, perché tacere è l’unico modo per parlare davanti al mistero “insensato” della morte. La morte chiude nel duplice mutismo di chi se ne va e non può articolare parola e di chi resta e sente il silenzio accoglierlo e cullarlo. Tacere significa correre il rischio: il rischio che c’è dietro ogni fine della vita, ma anche dietro ogni fine di un progetto educativo. Non si sa cosa ci sia dopo la morte.. di questo bisogna tacere”. (Tratto dal testo di R. Mantegazza, Pedagogia della Morte, Città Aperta, Troina 2004 che consiglio vivamente.)

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5 pensieri su “PER UNA “PEDAGOGIA DELLA MORTE” di Ilenia Amati

  1. Maria

    Bellissimo articolo, anche se è un pò difficile parlare con i bambini affrontando il tema della morte. Siamo vittime di tabù e cerchiamo sempre di evitare dolori ai nostri figli, perché siamo le classiche mamme chiocce. Ricordo che mio figlio a tre anni cadde e alla vista del sangue disse:”Mamma che devo morire?” . Una tenerezza… Però lessi un libro tempo fa, di Emanuela Nava e narra la storia di un nonno che discorre con i nipoti del tema della morte. Bellissimo libro, perché lui paradossalmente spiega ai piccoli che la morte è un passaggio a miglior vita, in un nuovo mondo e che la morte è parte integrante della nostra vita. Per cui non c’è motivo di piangere, ma bisogna essere felici al pensiero che una persona alla quale abbiamo voluto bene starà meglio in un altro mondo che non è quello terreno, ma che continuerà a
    vegliare su di noi e a guidarci. La storia si conclude con la morte del nonno , i bambini comprendono il messaggio e iniziano a parlare col nonno defunto, intonano canzoni, fanno complimenti al nonno per i vestiti ,sotto gli occhi increduli dei parenti. La morte è l’inizio di una nuova vita e a noi resta il legame affettivo e la speranza che da lassù qualcuno ci guarda.

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    1. Ilenia Amati Autore articolo

      Hai ragione Raffaele, mi sono resa conto che pur essendo virgolettato non era stata inserita la parentesi. Ho modificato. Grazie mille per il tuo testo che conservo gelosamente e che consiglio a tutti!

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