Archivio mensile:giugno 2014

PER UNA “PEDAGOGIA DELLA MORTE” di Ilenia Amati

“I ragazzi, gli adolescenti, hanno un rapporto complesso con la morte. Ne sono affascinati e hanno paura della sua vicinanza; da ciò si crea a volte un gioco ambiguo con essa e le sue rappresentazioni. Giocano a starle vicino, a “addomesticarla”, mostrandosi accanto a lei, mettendosela addosso: con anelli a forma di teschio, raccontando barzellette sugli scheletri, leggendo fumetti e letteratura macabra, assumendo comportamenti rischiosi e, in casi estremi, dedicandosi a culti satanici o a giochi diretti, senza ritorno. Il loro atteggiamento a volte sconcertante può essere spiegato da questi due aspetti legati fra loro: il rapporto con la morte e il rapporto con l’adolescenza. I genitori (e gli educatori) non sono estranei alla loro riflessione,fanno parte della questione, che non potrà essere superata senza una loro partecipazione attiva e consapevole.

L’adolescenza – le sue preoccupazioni, i suoi modi di pensare, le sue prove – e la morte hanno moltissime affinità. La morte è al di fuori della società, è oltre i suoi limiti, eppure ne sta al centro, la ritroviamo in tutti gli aspetti della nostra vita: basta ascoltare i notiziari quotidiani per convincersene. La morte significa rottura: con la vita, con l’ordine sociale. Anche quando si sa che sta per arrivare, rimane sempre un intollerabile scandalo, una ingiustizia, soprattutto quando “le vittime” sono proprio i coetanei.

La morte fa perdere all’essere umano ciò che lo rendeva unico, riconoscibile – i suoi modi di pensare, di provare emozioni, il suo modo di vedere il mondo, i suoi piccoli gesti, i suoi comportamenti, la sua camminata, ogni suo tratto.

La morte è ciò che chiude il gioco. Quando ha colpito e imposto il suo ordine non si muove più niente: la rigidezza del cadavere, l’ordine dei cimiteri, il gelo nei dialoghi e nelle relazioni. Chi ci lascia non può recuperare una cattiva azione, una parola sbagliata, correggere un errore, un malinteso, pagare i suoi debiti, dire che vuole bene nonostante la sua maschera di freddezza. Chi resta ha la responsabilità di vedere in un modo nuovo ciò che egli ha fatto e detto quando era in vita.

L’educazione è un aiuto alla ricerca di senso per ogni singola persona, un senso che dovrebbe avere il potere di incidere sull’esterno e sulla socialità. La “pedagogia del morire” non esula dalla ricerca di un orizzonte di significato e dovrebbe costituire un allargamento di senso sia potenziando le tecniche educative rispetto all’elaborazione del lutto e del congedo, sia portando la riflessione sulla morte ad una dimensione sociale.

Educare alla morte significa anzitutto rendere e rendersi coscienti della sua presenza ed imparare ad accettarla. Nella nostra società sembra che i bambini, i ragazzi e le ragazze non possano essere educati alle cose brutte e negative, ma la prima tappa all’educazione alla morte, l’accettazione, richiede forza e attività per importare e nominare la morte senza nasconderla e censurarla. Accettare la morte non significa aspettare che qualcuno di conosciuto muoia, ma vuol dire giocare d’anticipo attraverso la sua tematizzazione nei progetti educativi. Gli adolescenti cercano di sfidare la morte, che appare come il limite ultimo della loro vita; ricercano un’esperienza del brivido perché ne comprendono il carattere potenzialmente negativo. È necessaria una nuova ritualità educativa, che dissemini il percorso dell’educazione di momenti di morte e che tematizzi la precarietà e la mortalità delle persone.

Accettare la morte nell’educazione significa lasciare sempre più ampi spazi di autonomia al bambino e soprattutto programmare sempre più ampi spazi di tramonto e di assenza dell’educazione: questo comportamento rafforza la responsabilità del genitore, il quale deve valorizzare la quotidianità della relazione educativa, improntandola sulla certezza di una fine. Il potere di “dare la morte” e, forse proprio la consapevolezza di questo potere, sono decisivi per la nascita di una coscienza della morte stessa. La morte temuta risulta una figura consequenziale rispetto alla morte procurata: teme la morte chi l’ha sperimentata prima di tutto come proprio potere di annientamento e di annientarsi; teme la morte chi ha sentito la forza della possibilità di farla finita, con gli altri o con se stessi. Per temere e dunque per comprendere la morte occorre esperirla, almeno come possibilità.

Probabilmente in nessun momento della vita di un uomo e di una donna il tema della morte acquisisce centralità – nelle riflessioni, negli elaborati, nello spazio dell’immaginario, fino al mondo dei sogni – quanto negli anni dell’adolescenza. I ragazzi e le ragazze parlano, sognano, temono, giocano la morte nei loro riti quotidiani; ne fanno oggetto di scherno e di venerazione; la inseguono e spesso, purtroppo, la ricercano o la procurano.

È su questo fertile terreno che attecchisce la passione per l’horror: la “messainscenadellamorte” affascina ed evince i ragazzi. La rappresentazione dell’esperienza del morire scatena nei giovanissimi pulsioni ed energie inaspettate. L’adolescenza è una tanatologia in atto. Il processo di crescita affrontato dall’adolescente è una costellazione di esperienze di morte, che sconvolgono la sensibilità adolescenziale: vivere serenamente queste situazioni costituisce la fondamentale sfidaevolutiva per il/la giovane. Egli/ella deve morire alla propria infanzia per potersi pensare davvero adulto.

Si evince la necessità di far sperimentare ai ragazzi e alle ragazze la morte, in uno spazio protetto, nel quale vivere una finzione, che sia nello stesso tempo frattura e individuazione, rottura della quotidianità e salto verso differenti e adulte organizzazioni di sé; esperire la morte significa pensarsi e rappresentarsi prima e dopo l’incontro con la morte e cogliere i cambiamenti che questo incontro ha suscitato.

Ma l’esperienza della morte e del morire ha qualcosa di specifico, rispetto alle altre esperienze, qualcosa che ne fa un’esperienza limite e che abbisogna di precauzioni quando si vuole disseminare di esperienze di morte i percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze. A morire, infatti, sono sempre gli altri: non possiamo mai fare esperienza della nostra morte.

Nessuna morte può essere lasciata nell’oblio, perché ogni morte ci arricchisce di un’esperienza di senso diversa. Ogni morte ci lascia un messaggio, la richiesta disperata di conferimento di senso e di salvazione della vita nella dimensione del ricordo.

L’esperienza della morte diventa così possibilità di raccolta della memoria delle morti altrui e dei differenti modi di morire, ci permette di vivere il congedo nella sua dimensione plurale, affrontando in sede educativa i tratti comuni dei tanti ed irriducibili modi di andarsene, di lasciare il mondo, di morire.

Preparare l’altro (e se stessi) alla morte è forse la massima espressione della cura, perché bisogna allestire gli spazi, i tempi e i dispositivi specifici di elaborazione della sua morte all’interno di un’attiva rete sociale. Rendere esplicite le narrazioni sui pensieri relativi alla propria morte a partire dal gioco, per esempio lavorando con bambini in età evolutiva, può aiutare nella costruzione di un’educazione alla morte. È possibile sperimentare un’attività ludica con gli adolescenti, ove i ragazzi e le ragazze sono invitati a disegnare su un foglio la loro tomba o comunque il loro monumento funebre. Le considerazioni sul lavoro dei ragazzi e delle ragazze sono assai utili a proposito del tema della preparazione alla morte: spesso sorge il problema della data di morte, perché alcune persone semplicemente non riescono a determinarla neppure nella fantasia. È un’attività che smuove emozioni, rappresentazioni e vissuti profondi, ma permette di ragionare simbolicamente sull’immagine di sé che si ritiene di lasciare in eredità agli altri e sulla possibilità di giocare in anticipo la scelta rispetto a che cosa resterà di noi.

Preparare alla morte significa anzitutto condividere lo spiazzamento e la paura: ritrovarsi nella medesima situazione di creaturalità, d’esposizione e di nudità rispetto all’evento della morte.

In secondo luogo, la preparazione alla morte significa anche sottrazione della morte alla sua cruda materialità: l’aspetto visibile e fisico della morte è estremamente violento ed offensivo. Se non si può tacerlo o rimuoverlo, non si può nemmeno esibirlo nella sua cruda nudità: il destino finale, la sua dissoluzione non è il perno di una preparazione alla morte, ma questo fantasma aleggia nella stanza del morente ed è difficile allontanarlo.

Infine, preparare alla morte significa anche percepirne la presenza potenziale in ogni nostra giornata, non certo soltanto di fronte ai malati terminali, ma anche in un luminoso paesaggio primaverile o in un paesino sperduto di montagna. Sentire la presenza della morte significa attrezzarsi davvero, sotto il segno della comune precarietà, a vivere ogni nostro giorno come se fosse l’ultimo e solo per questo.

A volte è necessario tacere, perché tacere è l’unico modo per parlare davanti al mistero “insensato” della morte. La morte chiude nel duplice mutismo di chi se ne va e non può articolare parola e di chi resta e sente il silenzio accoglierlo e cullarlo. Tacere significa correre il rischio: il rischio che c’è dietro ogni fine della vita, ma anche dietro ogni fine di un progetto educativo. Non si sa cosa ci sia dopo la morte.. di questo bisogna tacere”. (Tratto dal testo di R. Mantegazza, Pedagogia della Morte, Città Aperta, Troina 2004 che consiglio vivamente.)

2,317 Visite totali, nessuna visita odierna

venite già mangiati

foto matrimonio

Quando ero più giovane dicevo sempre che se mai mi fossi sposata avrei scritto sull’invito: venite già mangiati. Perché avrei offerto solo da bere e da ballare. Forse i dolci, ma non ne ero sicura.

Non era per tirchieria, ma per il senso di spreco assoluto che osservavo attorno all’evento matrimonio in generale. Considerando che nella mia vita sono andata a tantissimi matrimoni (ricordo il 2009 ho ricevuto 11 inviti tra cugini e amici), sono una che per vocazione ed esperienza può dire la sua.

In ogni caso non sono una che ha mai schifato i matrimoni, anzi. Mi piace essere invitata, mi dispiace quando qualcuno che conosco non mi invita, a volte ho sofferto nel dire di no (per esempio nel 2009 ho detto a malincuore qualche no).

Fondamentalmente mi piace tutta la recita: la sposa che nasconde per mesi il vestito allo sposo, lo sposo che la aspetta trepidante all’altare, vedere l’ingresso di lei il suo vestito e il suo bouquet, le damigelle che perdono sempre gli anelli, mi piace sfogliare e conservare i libretti della messa (ne ho tantissimi!!), portare via un fiore dal banco, mi piace uscire e buttare bombe di riso sugli sposi, gridare A-GURI. BA-CIO BA-CIO e altre scemità, mi piace andare in sala e vedere come gli sposi hanno pensato a tutto e buttarmi sull’aperitivo come se non ci fosse domani, come se il pasto finisse là.

Ecco, sarà perché ho sempre sbagliato questo passaggio, ma io alle 15 più o meno, sono sempre già pronta a lasciare la festa: ho assistito alla cerimonia, mi sono commossa, ho tirato il riso, ho fatto gli auguri, sono andata in sala, mi sono fatta qualche foto vestita da figa, ho bevuto 700 bicchieri di prosecco, ho mangiato qualunque cosa (pesce spada, frittura di pesce, carne, panino con la mortadella, focaccia, formaggi, salumi, rustici di ogni genere, mozzarelle e via dicendo), perché dovrei restare?  Invece non si può andare via e quindi resto. E da quel momento in poi il mio umore cambia. Ogni portata è un di più, ogni bicchiere acuisce la mia voglia di andare a dormire, ogni ballo è solo un modo per tenermi sveglia. Dopo almeno 4 ore di questa tarantella mi sento ormai prigioniera, ostaggio degli sposi e ho voglia di chiamare il 113 per farmi venire a liberare. E mi rendo conto di non essere l’unica.

I piedi di chiunque sono ormai salsicce di vitello, le scarpe tacco-munite hanno lasciato il posto a staffelle che non azzeccano manco col colore del vestito ma chissenefrega, dell’atteggiamento da figa assunto da qualunque donna quando entra in sala resta meno di zero ma chissenefrega e quindi tutte accasciate da qualche parte, qualcuna col vestito pezzato di qualche macchia di olio, una profusione di sbadigli che genera di riflesso altri sbadigli e un mare di vaschette nascoste sotto i tavoli anche di quelli che dicono che le vaschette non le fanno perché è cafona come cosa.

Comunque tra 7 giorni tocca a me. Sull’invito non ho scritto venite già mangiati ma ho spostato tutto al pomeriggio per fare uno sconto di pena agli invitati, ho scelto e poi modificato e poi creato un vestito che ho nascosto al mio sposo, mi sono raccomandata con la mia damigella d’onore di non perdere gli anelli, sulla base dei miei tanti libretti conservati dal passato ho creato il mio libretto della messa, proverò a non buttarmi sull’aperitivo come se non ci fosse domani, proverò a non mettere le staffelle appena uscita dalla chiesa, a restare in piedi, sveglia, lucida e presente ogni istante. Anche quando mi sentirò ostaggio del mio stesso matrimonio. Proverò a godermi tutto, anche gli sbadigli della gente, perché se anche tra qualche anno dovesse finire questo matrimonio, non credo che lo rifarò mai più.

Organizzare un matrimonio è come prepararsi per gli esami di Stato. Una volta basta e avanza.

2,142 Visite totali, 1 visite odierne

coraggio e paura

Ho tre figli, voluti, desiderati e avuti in dono, ovviamente sono la cosa più preziosa per me, un dono meraviglioso che custodisco con tutto il mio impegno. Tutti quelli che mi vedono mi dicono che sono stata coraggiosa, non penso, ci sono tante famiglie come la mia, le mamme sono sempre coraggiose anzi penso che lo siano di più quelle che decidono di mettere al mondo un solo figlio!

1

Purtroppo le notizie degli ultimi giorni mi fanno rivedere molto la mia posizione di “mamma coraggiosa”, pensa e ripensa sono arrivata alla conclusione che sono stata avventata, egoista. La mia smania di famiglia, la mia voglia di avere figli non mi ha fatto riflettere sul futuro e ora ho paura!
La piccola Yara è anche mia figlia, aveva pochi anni in più di Gaia, non può non essere mia figlia. Hanno trovato il maledetto colpevole e dovrei essere soddisfatta, GALERA MALEDETTO A VITAAAAA … e invece … io penso ai suoi figli, sono anche i miei figli sono 3 come i miei … non possono non essere i miei figli!
Vorrei proteggere i miei figli per paura di quello che è successo a quella bambina ma devo proteggerli anche da quello che è successo e succederà ai figli di quel maledetto … non riesco a chiamarlo diversamente!
Non possiamo fidarci di uno stramaledetto sconosciuto che passa per strada, ma non possiamo fidarci nemmeno di un padre che ha dato la vita ai suoi figli e che li tradisce così, i bambini lo ameranno comunque perché è il loro papà come far comprendere loro la gravità della situazione … non oso immaginare il compito della mamma …
Questa settimana è stata terribile, padri che ammazzano, nel sonno, il momento in cui i bambini sono più sereni, tranquilli …
No, non ce la posso fare! In questi momenti la paura è più forte di tutto!
Cosa dobbiamo fare per proteggerli? da chi dobbiamo proteggerli? non farli uscire? ma l’aguzzino potrebbe essere in casa …
Non sono una mamma coraggiosa, forse sono una mamma stupida e tanto egoista … ho proprio paura!
Però poi in effetti …

I vostri figli non sono i vostri figli
di Gibran Kahlil Gibran

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI ,
VIVENTI FRECCE,
SONO SCOCCATI INNANZI.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

Possiamo proteggerli fare del nostro meglio … ma i figli sono della vita e la gioia di vederli vivere deve essere più forte della paura …

sal

W LE MOM TUTTE CORAGGIOSE!!!!

1,778 Visite totali, 2 visite odierne

La busta

de Il Duca d’Auge

Esco pazzo.

Adoro, letteralmente adoro un aspetto particolare dell’essere meridionali: l’attenzione ai protocolli tradizionali. Usi e consuetudini ci guidano, e ce ne sono centinaia.

Ma per la questione regali da fare per un matrimonio, beh io esco proprio pazzo. Un brivido piacevole dietro la schiena, mi fa socchiudere gli occhi.

Siamo troppi forti. Mi piace mi piace mi piace assai.

Le tipologie di regalo che si fanno ad un matrimonio del sud sono una cosa speciale. E la cosa bella è che nessuno ne parla, sebbene siano regole universalmente riconosciute.

Il concetto è facile, uno si sposa e bisogna fargli un regalo.

Ci sono quelli che regalano per definizione l’argenteria. Trattasi per lo più di “una vecchia zia di mia madre”, o “quelle è una vecchie cugine della nonna”. Non è concepibile per alcuni il fatto che l’argenteria, semplicemente, faccia cagare.

Meglio evitare di ritrovarsi certi marroni, allora che fanno gli sposi? Lista nozze oggettistica. Così la zia è convinta di averti regalato una brocca d’argento, ed invece ti compri i calici da vino. Tiè. Tanto a casa non verrai mai. (che poi, babbione, se ti dovevi prendere i calici per bere il tavernello, ti saresti potuto tenere l’argenteria…).

Ci sono quelli che hanno avuto solo la partecipazione. La partecipazione, vuole dire che non sei importante al punto da ricevere l’invito ma ti frega perchè devi fare un regalino. Me vabbù neglio la partecipazione! CHE RISCHIAVO DI ESSERE INVITATO! Che già ho fatto 6 matrimoni quest’anno!

Perchè con l’invito devi fare il regalo più grosso. Per la partecipazione puoi mettere in conto 50 o 100 euro presso la lista nozze oppure un portapane recapitato a casa dei suoceri. Ma se alla lista nozze scopri che uno – con sola partecipazione – ha lasciato 300 euro, beh vuol dire che hai sgarrato, lo dovevi invitare. Mo’ che figuraccia.

CI sono quelli che regalano buddha o cani di ceramica o tartaruge con guscio di fintargento o svuotatasche cagosi. I prisi che finirebbero nell’ultimo ripiano della scaffalatura nel ripostiglio. Te ne arrivano sempre 4 o 5 di queste schifezze. .Secondo me sono sempre le stesse 4 o 5 che da almeno 25 anni sono ricevuti e riciclati. Quando si sposerà mio figlio forse riceverà da qualche collega giapponese lo svuotatasche cagoso che ho riciclato 3 anni fa rifilandolo ad un collega canadese.

Ci sono le liste nozze alle agenzie di viaggi. Coin alcuni casi limite, ad esempio due amici che per andare a parigi in viaggio di nozze con volo Ryanair avevano raccolto 13.000 euro. Spesi 2 e intascati 11. Troppo forte. Lista nozze per viaggio alla madonna del pozzo di Capurso.

Io – scusatemi – sono per la busta. Anzi la bbusta. La bbusta non è un regalo. E’ un’opera d’arte in sè. Da’ risalto al biglietto, una frase che l’uomo di casa deve elaborare la mattina del matrimonio, mentre tutti si preparano in gran fretta.

Che faccio lascio contante o assegno? Io vi consiglio il contante, perchè così gli sposi possono eventualmente fare fronte alle piccole spese ‘all blacks’ previste per il giorno del matrimonio, che ne so, la mancia ai camerieri, il cachet al musicista, la tariffa della chiesa etc.

Paola che dici quanto dobbiamo mettere? Ora, devi considerare che spendono 130 di sala, noi siamo 4. Si ma il bambino piccolo non lo devi contare che non mangia, la bambina paga a metà. Dovremmo mettere almeno 300 euro. Fanno la bomboniera? Ha detto no. Mè vabbè metto 400.

Aspetta ma a noi quanto dettero? Mado’ mi sa che dettero 450, ma sono 5 anni fa! SEI SICURO? Allora dobbiamo mettere 500.

I soldi si mettono in modo che si veda la loro presenza ma senza offuscare il biglietto, che deve essere letto.

Chiudi la busta scrivi ‘per gli sposi’ e metti la busta nel taschino della giacca.

Dare la busta è poi un altro segno di arte, devi cogliere il momento giusto. Il protocollo prevede che ci si avvicini allo sposo – si infili la mano nel taschino e le mani si muovono in un valzer meravigliosamente armonico in cui la busta va dal taschino proprio a quello dello sposo, con un sorriso di gioia da parte di entrambi. Iè bell, QUANTO SIAMO BELLI.

Ma di cosa ci si deve vergognare? A me la busta piace tanto. Ma, solo e soltanto se c’è un calcolo dietro. Non facciamo per favore come quelli che vengono al matrimonio in 2 e mettono 150 euro, Non si può.

Lì è uno sfregio.

Lì è meglio la tartaruga di fintargento.

 

p.s. questo post non vale a nord di Bologna.

2,397 Visite totali, nessuna visita odierna

Gioco d’azzardo

Ore 17.00. Ora di merenda. Oggi formaggini alla frutta. Buoni! Gnam-gnam, spazzolati. “Ora andiamo a buttare i barattolini nella spazzatura”. E mentre i due nanerottoli diligentemente trotterellavano verso la pattumiera, mi è balenata un’idea (mista al pensiero successivo: “e mo che gli faccio fare?”). “Fermi! Non buttateli. Andiamo a lavarli…..Il gioco comincia da qui.

COSA OCCORRE
Barattolini di yogourt, un tavolo e un oggetto qualsiasi più piccolo del barattolo (es. una pallina, un temperino, io ho usato un tappo di dentifricio finito).

COME SI GIOCA
Per prima cosa occorre pulire i barattolini e questa è una parte del gioco che già di per se diverte tantissimo i bambini. I miei ci hanno impiegato buoni 5 minuti!

foto 2

Posizionandosi su un tavolo, occorre nascondere l’oggetto sotto un barattolo e poi ruotarli tutti repentinamente, scambiandoli di posto più e più volte.

foto 3 foto 1 foto 2 foto 3

Il gioco consiste nell’indovinare sotto quale barattolino si nasconde l’oggetto.

foto 1 foto 2 foto 3

Avete mai visto fare questo gioco per strada, magari in qualche quartiere malfamato? Lo so, non è legale perchè condotto da gente che imbroglia e ruba un sacco di soldi alla gente sprovveduta, ma questo un giorno lo spiegheremo alle menti semplici dei nostri piccolini. Per ora godiamoci la loro innocenza e il loro divertimento nell’apprendere questo nuovo gioco. I miei ci si sono appassionati e poi uno è diventato il conduttore del gioco dell’altro, a turno, senza contare che anche questa volta ho trasmesso loro il principio del riuso creativo delle cose. BUON DIVERTIMENTO!

 

1,177 Visite totali, 1 visite odierne

veglia di una notte di mezza estate

Sono le 5 di mattina e sono già sveglia da 15 minuti. Lo so con esattezza perché le campane di non so quale chiesa d’estate, con le finestre aperte, suonano ogni quarto d’ora con gli stessi decibel di un evento techno. E non è che fanno solo un rintocco. NO! Fanno tanti rintocchi quante sono le ore. L’orario peggiore è certamente le 00.45 che recita così: DON DON DON DON DON DON DON DON DON DON DON DON (rintocchi grandi) e poi DIN DIN DIN (3 rintocchi “piccoli” ad indicare i 3 quarti d’ora). Per un totale di 15 sfracassamenti di …. Vabbè, lasciamo perdere. In pratica è la stessa sensazione di quando vai in medio oriente (o senza andare lontano in Turchia) e ad un certo punto della notte il muezzin legge un salmo in non so quale minareto ma te lo senti dentro il letto. Trovo che in questi momenti la religione sia leggermente invadente. Anzi, scriverò una petizione e la farò firmare dagli abitanti del centro per zittire dalle 23 alle 7 le campane di questa chiesa che non so manco qual è perché in zona ce ne sono almeno 3.

Mia figlia da subito non è stata una grande fan di questi rintocchi, anzi.. e stamattina alle 4.45 alla fine dell’ultimo DIN ha sclerato. “mamma! Dammilo subito! Pendi in baccio!” “No a mamma, dormi. Tata Lucia alla tv dice che non ti devo prendere in braccio, dai, fai la brava” “MAMMAAAAAA IN BACCIOOOOO SUBITOOOOO!!” “Si certo amore arrivo però zitta senò svegli tutto il palazzo” (tranne tuo padre che continua a dormire come se non esistessero urla né rintocchi….ma come faaaaa???). Le è bastato toccare il materasso del lettone e cavarmi gli occhi 10 minuti per riaddormentarsi, beata lei.

insonnia

Invece io sono qui sul divano e per oggi non dormirò più anzi mo mi alzo, metto a posto che più tardi andremo al mare: faremo cic-ciac, io non mi sdraierò nemmeno un secondo sul mio adorato lettino, non riuscirò a leggere nemmeno una pagina di giornale né di libro, faremo dei castelli di sabbia, faremo merenda e torneremo a casa. Io sarò sfatta e vorrò dormire, ma lei avrà certamente dormito in macchine e una volta a casa sarà iper sveglia pronta a non farmi dormire nemmeno un minuto. Poi  pare che a mezzanotte ci sia anche la partita dell’Italia e noi, da tifosi della Nazionale, non potremo perderla.

È in questi momenti che mi viene in mente la vecchia me. Quella che dormiva fisso 8 ore a notte, che vegetava sul divano ogni pomeriggio post mare, quella che finiva un libro in 2 giorni e aveva una memoria di ferro. La ricordo con affetto quella ragazza e con un pizzico di nostalgia. Oggi non riesco più a leggere nulla, quando apro un libro è solo nei sogni, la mia memoria è andata all’aceto grazie ai 25 mesi di sonno perso e sul divano non riesco a starci mai più di mezz’ora.

Però porca miseria sono felice. Di certo più di allora ma spero meno di domani.

1,308 Visite totali, nessuna visita odierna

IL LIMITE TRA L’EDUCARE E IL MALTRATTARE

Un altro anno scolastico volge al termine e a settembre il mio piccolino inizierà la materna! Certo è stato al nido ma le maestre le conoscevo già tutte, persone fidate insomma e da settembre……chi ci sarà con lui?
Iscriviamo i nostri figli all’asilo nido, alla scuola dell’infanzia e, infine, alla scuola dell’obbligo, convinti del fatto che li lasceremo sicuramente “in buone mani”, perché li si affida a persone di cui ci si tende a fidare incondizionatamente!! Ma sempre più spesso ormai si sentono storie di maltrattamenti perpetrati dalle insegnati ai danni dei loro alunni, i nostri figli!!

bambini_maltrattati-scuola

Ogni mamma sarebbe concorde con me nel dire che le principiali emozioni e gli stati d’animo che si manifestano quando si viene a conoscenza di fatti così terribili, se direttamente coinvolti, ma non solo, sono rabbia, desiderio di vendetta e di giustizia, tristezza, senso di colpa ma soprattutto di impotenza!!!!!
Qualche mese fa a scuotere la mia sensibilità, e sicuramente anche la vostra, fu il caso di Autumn Elgersma, bimba di tre anni, morta, uccisa dall’educatrice perché non si era tolta il cappotto. La bimba è morta a causa delle ferite alla testa riportate dopo che la sua maestra l’aveva scaraventata a terra con violenza perché indossava ancora il giubbino. Inizialmente, la donna raccontò che Autumn era caduta dalle scale, ma le ferite si rivelarono incompatibili con la versione data dall’educatrice: messa alle strette, ha confessato e ora, per lei, l’accusa è di omicidio colposo.
Possiamo pensare che sia un caso limite, che può accadere solo oltreoceano, ma sempre più spesso ormai anche in Italia si ha notizia di maestre ed educatrici che picchiano gli alunni, li umiliano, li insultano. L’elenco dei casi di violenza all’interno delle mura scolastiche è molto più lungo, e per certi versi terribile, di quello che non si vorrebbe mai venire a sapere.
La scuola deve avere si un ruolo educativo ma senza oltrepassare, però, “certe regole”!!!! Bisogna individuare una volta per tutte i limiti del potere educativo o disciplinare attribuito agli insegnanti.

maltrattamenti-scuola-300

Tutti questi casi di maltrattamento non solo fisico, ma anche psicologico rientrano, a mio avviso, in quel reato definito dall’art. 571 del Codice Penale, il quale cita:
“Commette il delitto di abuso dei mezzi di correzione o disciplina chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte.”
Innanzitutto, devesi sottolineare che la giurisprudenza di legittimità ha precisato che “non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi”.
Invero, va rilevato che secondo la Corte Suprema “il concetto di abuso presuppone l’esistenza in capo al soggetto agente di un potere educativo o disciplinare che deve essere usato con mezzi consentiti in presenza delle condizioni che ne legittimano l’esercizio alle finalità ad esso proprie e senza superare i limiti tipicamente previsti dall’ordinamento”. Ne deriva, che, da una parte, non ogni intervento disciplinare o correttivo può ritenersi lecito soltanto in quanto soggettivamente finalizzato a scopi educativi o disciplinari; e, dall’altra, è considerata abusiva la condotta, di per sé non illecita, quando il mezzo è usato per un interesse diverso da quello per cui è stato conferito, per esempio per punizione, a scopo vessatorio, per umiliare la dignità della persona sottoposta, ecc…
La nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina non può, pertanto, non conformarsi all’evoluzione sociale e giuridica del concetto di abuso sul minore. Dalla nozione riduttiva di abuso, inteso come comportamento attivo dannoso sul piano fisico per il minore, si è passati, infatti, ad un concetto più ampio che involve anche l’aspetto psicologico.
Pertanto, il reato di abuso di correzione o di disciplina si configura anche quando si pone un essere un comportamento doloso che umilia, denigra, svaluta o violenta psicologicamente un minore causandogli pericoli per la salute, anche se è compiuto con intento educativo o disciplinare.
E’ difficile lo so ma non bisogna generalizzare e diventare sospettosi di ogni minima cosa, soprattutto all’asilo nido e alla scuola dell’infanzia non è raro che i bambini possano tornare a casa con qualche livido o qualche botta, ma se si hanno dei sospetti è bene provare a chiarire e cercare di capire il prima possibile sia con i nostri figli, sia con le educatrici cosa sia accaduto!!! Vi lascio augurandomi che a noi…… ai nostri figli non capiti mai!!!!!

Buondì care mamme e alla prossima mamma Katia!!!!

1,190 Visite totali, 1 visite odierne