I migliori padri della mia generazione

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia affamate isteriche nude trascinarsi nei quartieri negri all’alba alla ricerca di un sollievo astioso.

Ed i migliori padri della mia generazione distrutti dalla stanchezza terribile e profonda e nera e asfissiante.

Che vagavano disperati da una stanza all’altra con in mente le confuse fatiche del lavoro del giorno seguente e di quello passato e di quello prima.

che inseguivano la corretta temperatura di un latte richiesto alle tre del mattino – inutilmente – perchè alle tre del mattino si passa dal troppo freddo al troppo caldo troppo rapidamente

che si trovavano a passare dall’essere ragazzi all’essere vecchi in un passaggio istantaneo, corrispondente al tempo di un vagito

che parlavano oppure stavano muti durante un travaglio, eppur sbagliavano comunque sempre e comunque in ogni caso perchè si può solo sbagliare, in certe occasioni. Anche stando fermi e muti. Ma sceglievano il male minore del mutismo e della sensazione – peraltro vera – di inutilità, pur di assistere al miracolo.

che piangevano o ridevano, o piangevano e ridevano, e comunque sia ridendo o piangendo scoprivano i lati nuovi del proprio essere persone grandi, e non anche necessariamente grandi persone.

e si incazzavano e sempre criticati ci provavano, ma senza riconoscimento e silenziosi rimuginavano e pianificavano rappresaglie ma non per troppo tempo perchè è già il tempo di cambiare un pannolino ed essere criticati nuovamente, e di arrendersi

che uno ad uno dimenticavano i loro interessi, i loro amici e le loro voglie di giovinezza e felici di farlo, qualche volta. Solo qualche volta. Ma sempre desideravano una birra come quella di tanti anni fa, di quella sera che non sai che sera sia ma erano tutte uguali quelle sere. Libere, erano.

che studiavano approcci accademici alla nutrizione dei figli e subivano approcci pragmatici alla malnutrizione propria, se si viene sempre dopo le priorità proteiche di altri.

che smettevano di fumare pur sapendo che da qualche parte è anche un bene fallire, e forse intossicarsi i polmoni sarebbe il male minore rispetto a tanti altri. Ma che smesso di fumare un giorno, si può smettere il secondo e poi il terzo. E poi il seicentesimo, senza mai aver dimenticato il gusto morbido della sigaretta, la prima della giornata, l’ultima della sera. Quella evitabile della notte. Desiderandolo, ogni giorno. Ogni notte.

che si innervosivano per la merda per terra, per quel cucchiaino lanciato e quel bicchiere versato, lordando ulteriormente uno spazio domestico che implora una tregua. Di quel vomito sulla camicia mal stirata pronta per l’ufficio, un attimo prima di uscire per andare in ufficio, in ritardo per una riunione. Ma che accettavano di buon grado e si sforzavano di non dire parolacce che il pupo avrebbe ripetuto, alla presenza della madre.

Che nell’andare in ufficio, sapevano fare mente locale su tutte le bollette, le lettere, le ricevute, i verbali, i contratti, le utenze, le scadenze e le assicurazioni, le penalità le more le parcelle le cartelle, ma se gli chiedevi che mese è non sapevano rispondere immediatamente. Dovevano pensarci.

che venivano fermati dalla polizia per un controllo dei livelli di alcool dopo un concerto suonato ed il poliziotto inquisiva ‘ha bevuto stasera?’ e rispondevano, “a casa ho moglie e figlia di due mesi che mi aspettano, ed ho una macchina carica di strumenti”. Vada pure. Ma due birre se le erano tracannate, tra un pezzo e l’altro. Ma un tempo erano cinque. Almeno.

Che cercavano uno spazio in un letto che un tempo era troppo grande per due persone ed ora era troppo  piccolo per contenere anche loro. Che imparavano a dormire ricevendo nei reni la costante pressione dei piedini di un figlio che dormiva orizzontalmente, con il viso sempre troppo spesso rivolto verso la madre.

Che i figli e la moglie non li vedevano più per via di una qualche ordinanza impietosa di un giudice, troppo saccente ed erroneamente confidente sulla presunta maggiore forza dell’elemento maschile del gruppo. Del lupo. Quei lupi diventavano agnelli. E venivano macellati.

Che giocavano sui letti, e correvano nei corridoi, e saltavano sui divani, e spingavano le altalene, e compravano i regali, e toglievano le rotelle alle biciclette, e riparavano i lumi rotti dal pallone, da loro stessi regalato e calciato durante una finale mondiale disputata nell’ingresso

Che sognavano il giorno in cui si sarebbe vista una partita di calcio in dolce compagnia del proprio figlio, prima di scoprire che il figlio adora che ne so io, il curling.

Che immaginavano con orgoglio il momento in cui il proprio figlio avrebbe avuto la sua prima donna. Prima di avere invece una figlia femmina, vedendo tramutare il concetto di orgoglio in quel vago senso di furto appena avvenuto in casa – con i cassetti rovesciati e quella gran voglia di spaccare grugni.

Che amavano il cinema ma si rendevano conto di non sapere più che film ha vinto l’oscar. E che si consolavano dicendo che in fondo chi vince gli oscar lo avevano sempre snobbato, in favore del vincitore della palma d’oro a cannes. Che non sanno chi è.

Che si trovavano ad essere mariti stanchi di una moglie stanca, ossia padri stanchi di figli con l’argento vivo addosso. Che tremavano all’idea di una doppia linea sul test di gravidanza, ma che esultavano alla scoperta della stessa.

Che sentivano ancora rimbombare come una cassa nella loro mente quell’ultimo urlo urlato urlando in una sala parto dove – come in una sala di rianimazione – il tempo sublima e si può toccare e si può tagliare e si può fermare.

Quell’urlo che fece rabbrividire le città fino all’ultima radio con il cuore assoluto del poema della vita macellato dai loro stessi corpi buono da mangiare per mille anni.

Che Ginsberg mi perdoni – ed anche i miei amici musicisti per aver allegato all’inizio di questo blog – senza chiedere il permesso – quella nostra registrazione di Little Wing. Quando non scrivevo blog mediocri, ma il basso lo suonavo bene.

Maledizione.

Il Duca d’Auge.

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