L’amore violento

“Ci sono prigioni con barriere, ma ce ne sono di più raffinate da cui è difficile fuggire, perché non si ha la consapevolezza di essere prigionieri” partendo da questa profonda citazione di Henri Laborit vorrei parlarvi oggi di un argomento a cui tengo molto “la violenza sulle donne”.…. Il 25 novembre, poco più di una settimana fa, è la data scelta per celebrare la giornata mondiale “contro la violenza sulle donne”….. e noi tutte prima di essere mamme siamo anche DONNE!!!

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Ogni giorno i mezzi di comunicazione riportano atti di grave violenza perpetrati all’interno delle mura domestiche. La violenza in famiglia, di cui si parla, è quella che viene riportata nelle pagine di cronaca nera, quella che assume connotati di gravità tali da non potersi tacere, che integra forme di reato contro la persona fino ad arrivare, in casi estremi, all’omicidio. Certo si parla di violenza fisica ma senza dimenticare la (forse) ben più grave violenza psicologica che trova nella famiglia terreno fertile. Tali aggressioni creano un clima invivibile ed attuano un processo di distruzione psicologica, dove le parole e gli atteggiamenti possono ferire profondamente come pugni e possono essere usate per umiliare e pian piano distruggere una persona. L’aspetto che più colpisce è che tale fenomeno inizia non appena chiuso l’uscio di casa, laddove si dice ognuno dovrebbe godere di maggiore sicurezza, cioè in famiglia. Violenze subdole consumate all’interno delle mura domestiche, che a volte non lasciano segni sul corpo, ma che feriscono profondamente l’anima, la personalità e la dignità rendendo la vita impossibile.
La violenza domestica ha luogo quando un membro della coppia tenta di dominare l’altro attraverso varie forme di violenza fisica o psichica. Tale fenomeno è notoriamente caratterizzato da un numero oscuro di reati, ossia di fatti delittuosi verosimilmente di notevole entità mai denunciati o venuti alla luce. Se le violenze non sono gravissime o sono comunque sopportabili (!) , la vittima sceglie di subire in silenzio, per non compromettere la rispettabilità sociale del proprio partner o l’onorabilità della propria famiglia. La società ha sempre assegnato alla donna la responsabilità dell’armonia familiare: il peso di questa eccessiva responsabilizzazione costituisce il fattore saliente nella decisione della donna di restare in silenzio e di non denunciare gli abusi subiti. Le donne maltrattate trovano enormi difficoltà ad uscire allo scoperto, sia per il pudore di rivelare fatti considerati strettamente privati, sia perché sono, nella maggior parte dei casi, prive di una alternativa concreta alla convivenza con chi le maltratta: non hanno mezzi economici adeguati, né un posto dove andare a vivere con i propri figli. La donna rimane in silenzio a sopportare un disagio che, nel suo isolamento, percepisce molto spesso come inadeguatezza personale o timore di ritorsioni sui figli.
La violenza nella coppia non conosce confini geografici, distinzioni di culture, di status sociale si tratta infatti di un fenomeno trasversale, di cui però rimane sconosciuta la reale portata.
Il fenomeno della violenza domestica è costituita da “qualsiasi forma di violenza psicologica, fisica e sessuale esercitata all’interno di una relazione intima”. Tutte le forme che può assumere la condotta violenta concorrono nel loro insieme a produrre un danno sia di natura fisica sia di tipo psicologico-esistenziale.
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La violenza psicologica comprende una serie di atteggiamenti minacciosi, vessatori da parte del partner che si manifesta attraverso insulti verbali, ricatti, denigrazioni e umiliazioni pubbliche e private. Tale violenza si esercita anche con l’isolamento, che porta la donna ad essere priva di una rete sociale di riferimento. Esposte a questi abusi le donne perdono completamente la stima di sé sviluppando un processo reale di distruzione morale. Nei casi di violenza solo psicologica è molto difficile addurre prove: non lasciando ferite visibili l’abusante ha gioco facile nel descrivere la vittima come visionaria. Tale violenza può essere esercitata anche in modo “trasversale” prendedosela con i bambini, il che per le madri è più che essere vittimizzate direttamente. Solitamente violenza fisica e violenza psicologica convivono, dato che lo scopo è lo stesso per entrambe: il dominio.
La violenza fisica comprende l’uso di qualsiasi atto volto a procurare lesioni o danni fisici attraverso schiaffi, calci, pugni, violenti scossoni, soffocamento e ogni contatto fisico atto a spaventare e a provocare uno stato di soggezione e controllo da parte dell’aggressore.
La violenza economica comprende tutti quegli atteggiamenti volti ad impedire che la partner diventi economicamente indipendente al fine di esercitare su di essa un controllo indiretto. Si manifesta attraverso l’impedimento della ricerca di un lavoro, la privazione o il controllo dello stipendio. Questo tipo di violenza piega in modo forte la dignità di una donna, il controllo economico è diffusissimo, anche se scarsamente riconosciuto in quanto il fatto che l’uomo detenga il potere economico e sia lui a gestirlo trova largo consenso e non certo condanna.
La violenza sessuale all’interno della coppia, fino ad alcuni decenni fa era reputata impossibile dai giuristi, infatti, la disciplina del diritto di famiglia e la nozione di debitum coniugale (in base al quale con il matrimonio si acquisisce un generico diritto alla congiunzione sessuale) tendeva a riconoscere il diritto ad esigere un rapporto sessuale, disconoscendo il simmetrico diritto a rifiutarlo. Ciò ingenerava una sorta di esimente che metteva al riparo dall’accusa di violenza carnale chi la esercitava sulla moglie. E’ stato faticoso far penetrare nel senso comune il principio che con il matrimonio non si acquista un diritto reale sul corpo del coniuge, ma solo un diritto all’assistenza reciproca e alla condivisione dell’esistenza, ivi compresa la sfera sessuale. Tale violenza, che costituisce il volto dello stupro moderno, si manifesta attraverso le molestie sessuali, aggressioni sessuali, costrizioni ad avere rapporti sessuali con terzi, a visionare materiale pornografico, a prostituirsi, costrizione d agire o subire comportamenti sessuali non desiderati.
L’uomo violento fa della donna un proprio oggetto di possesso: le entra dentro come un “cancro”, all’inizio è silente, non da segni, agisce nel silenzio con l’apparente paravento di amore, di buoni propositi, intanto la intacca nelle parti più vitali…..comincia a disgregarla dai suoi punti più nascosti, la rosicchia piano e quando lei comincia ad avere i primi campanelli, le metastasi hanno già cominciato a distruggere ogni pilastro fondamentale di se stessa come l’autostima, la sicurezza coltivando al loro posto paura e terrore..
La famiglia, invero, può manifestarsi in modi difformi ed esprimersi con significati diversi: può rappresentare la stabilità oppure la fonte dell’inquietudine. Nell’attuale momento storico si deve tristemente prendere atto che le nostre famiglie vivono in un ambiente sociale nel quale si respira un’atmosfera povera di valori dove si facilita l’insorgere di insicurezze, fragilità, incomprensioni ed egoismi che causano l’instaurarsi di rapporti scorretti ed insoddisfacenti. Sembra che diventi sempre più difficile evidenziare il senso stesso dell’esistenza ed il significato dei rapporti interpersonali, si assiste dunque ad un cambiamento che porta verso la solitudine e la fragilità dell’individuo separato dalla famiglia e da se stesso. Maltrattare o uccidere un membro della propria famiglia finirà, aimè, per diventare un fatto quasi “normale”, di semplice cronaca quotidiana!!!!
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Alla prossima mamma Katia!!!

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Un pensiero su “L’amore violento

  1. TONIA

    Brava Katia.
    Hai centrato il problema. Per fortuna questo fenomeno ora non è più così subdolo.
    La sensibilizzazione messa in campo dalle associazioni e anche dalle Istituzioni sta svegliando le coscienze….
    C’è tanto da fare ancora.
    Io e te lo sappiamo bene.
    E soprattutto bisogna rieducare al senso della vita, alla comprensione e rispetto del sé e dell’altro, senza differenza di genere.
    La violenza è abnegazione di sé, sia per chi la pratica e sia per chi la subisce.
    Tonia

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